Mauro Buti

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Requiem for a Dream

Scritto da Mauro Buti 23 febbraio 2009

Nell’assemblea plenaria di sabato i vertici del Partito Democratico hanno deciso di votare Dario Franceschini come nuovo segretario. È stata bocciata l’ipotesi di andare immediatamente alle primarie, pure sostenuta da un’ampia maggioranza della base, ed è stata del tutto ignorata la voce di Arturo Parisi, che ha presentato la sua mozione alternativa di fronte a una platea vuota e disattenta, ed ha raccolto meno di un decimo dei voti disponibili.

Per commentare mi affido alle parole di Matteo Renzi, il 34enne fresco vincitore delle primarie del PD per il posto di sindaco di Firenze. Renzi ha guadagnato in questi giorni una certa notorietà, sia per essere stato indicato dal prestigioso TIME come l’Obama italiano, sia per essere riuscito a prevalere con ampia maggioranza (40%) pur essendo inviso in maniera trasversale a tutte le nomenclature e le correnti principali del suo gruppo dirigente.

“Sabato è stata un’occasione persa. Non avrei votato Dario: se Veltroni è stato un disastro, non si elegge il vicedisastro per gestire la transizione”. In effetti è difficile dare torto al giovane astro nascente della politica fiorentina. Franceschini, pure autore di un discorso lodevole ed affascinante, è e rimane il corresponsabile della politica fallimentare di Walter Veltroni.

Al di là delle lacrime di coccodrillo versate sul precoce abbandono dell’ex segretario, in politica da soli 35 anni, occorre ricordare che Veltroni si è dimesso perché il suo partito ha perso circa il 10% di consensi a meno di un anno di distanza dalla sconfitta elettorale nelle politiche del 2008. Ha perso a Roma, ha perso in Abruzzo, ha perso in Sardegna. Ha perso ovunque e ha perso male, evidenziando una flessione corposa di consensi, e una crisi di identità oltre che di risultati.

La realtà è dura da accettare, ma tutto sommato semplice da vedere. L’elezione di Franceschini segna l’ennesimo trionfo della vetusta e inamovibile classe dirigente del partito. Un partito che ha cambiato nome molte volte, ma non è mai riuscito nell’impossibile impresa di rimuovere dal loro incarico politici che dal 2000 in poi hanno continuato a perdere quasi senza soluzione di continuità.

Esattamente come il loro compianto collega Villari, i capibastone del PD non hanno alcune intenzione di mollare il colpo, e di lasciare spazio a idee più fresche e nuove. Inutile illudersi, allora. Al di là delle belle parole e del giuramento alla costituzione del leader appena eletto, il Partito Democratico ha scelto di affrontare le europee nel segno della continuità. Sia rispetto alla linea che lo ha portato a farsi dissanguare di voti in questi mesi, sia rispetto alle spinte autodistruttive che continuano a consumarlo dall’interno e a farlo precipitare verso la scissione.

Se non cambiano le facce, non cambia la politica, non cambia la nomenklatura, e in sostanza non cambia nemmeno la leadership, in base a cosa ci si aspetta che si inverta la tendenza?

Che tempismo, Walter…

Scritto da Mauro Buti 19 febbraio 2009

Il leader del’opposizione e segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni, si è dimesso martedì alle ore 17:00, manifestando la sua intenzione di tornare al ruolo di deputato semplice.

Un’ora prima il suo principale avversario politico, il premier Silvio Berlusconi, si trovava costretto ad affrontare una situazione spinosa a causa della condanna subita dall’avvocato David Mills.
Mills era accusato di essere stato corrotto con circa 600 mila euro per testimoniare il falso in due processi a carico di Berlusconi (tangenti alla Guardia di Finanza, e All-Iberian), ed era andato alla sbarra insieme al premier nel marzo del 2007.

Dopo lo stralcio della posizione del Presidente del Consiglio dovuto al Lodo Alfano, la legge che immunizza le massime cariche dello stato da qualunque procedimento penale, era noto da settimane come il primo grado di giudizio sarebbe giunto a conclusione subito dopo la chiusura delle elezioni in Sardegna, con la sentenza prevista per martedì 17 febbraio.
La colpevolezza in primo grado di Mills evidenzia, per la stessa natura del reato (la corruzione prevede un corrotto e un corruttore), quelle che sono le responsabilità di Berlusconi, e soprattutto l’inopportunità e la profonda iniquità della legge “ad personam” che gli ha consentito di sottrarsi alla giustizia. Anche ammesso e non concesso che Berlusconi perda la sua carica, infatti, il procedimento penale a suo carico si dovrebbe celebrare ripartendo da principio, e questo costituisce garanzia assoluta di arrivare a una prescrizione (prevista per il 2010).

È palese come si tratti di una situazione politica alla nitroglicerina, specie se si considera che nella maggior parte dei paesi occidentali un leader si può trovare costretto alle dimissioni anche in seguito a un semplice sospetto, o a una indagine in corso. Lo dimostra il caso dell’ex premier israeliano Ehud Olmert, già citato pochi giorni fa su queste stesse pagine.

Rispetto alla situazione vissuta da Olmert la gravità di una condanna in primo grado è incredibilmente maggiore. Purtroppo casi illustri come quello del senatore dell’UDC Totò Cuffaro (condannato in primo grado per favoreggiamento semplice e rivelazione d’atti d’ufficio a soggetti che poi si “scoprirono” essere dei mafiosi) dimostrano come in Italia la percezione dei valori e dell’opportunità di mantenere o abbandonare una carica siano concetti molto relativi.

Mercoledì tutti i giornali italiani hanno dedicato pagine e pagine all’elogio funebre di Veltroni, mentre un caso che avrebbe potuto costituire una formidabile arma di attacco è finito relegato a pagina 21 (cronaca) del principale quotidiano nazionale, il Corriere della Sera. All’estero a quanto pare si ritiene che la questione sia molto più importante, al punto da occupare diverse prime pagine di giornale, ma si tratta di una ben magra consolazione per chi è costretto a fare i conti con i propri media, e i propri rappresentanti.

Per il bene di un partito che si è contribuito a fondare non suona del tutto impensabile l’idea di rimandare delle dimissioni addirittura di un giorno, quindi si possono fare due ipotesi su quanto è accaduto:

  1. Si tratta di una colossale ingenuità politica, causata della delusione, dalla debacle del PD nelle elezioni sarde, e dal logoramento umano subito da Veltroni in questi mesi.
  2. Si tratta di un favore più o meno retribuito a Silvio Berlusconi, o piuttosto di un tentativo di deflettere i riflettori che sarebbero inevitabilmente toccati al “nemico” ufficiale del premier, Antonio Di Pietro.

Lascio la scelta alla sensibilità di ciascuno. In entrambi i casi, del resto, non c’è molto di cui stare allegri. A volte mi chiedo se la classe dirigente di centrosinistra desideri davvero vincerle, delle elezioni, e soprattutto se abbia un piano, o anche solo una vaga idea, sul come farlo. Nulla di troppo complicato, una cosa terra terra come una linea politica approvata e condivisa da quelle entità fastidiose e sciocche che rispondono al nome di elettori.

Il fallimento di Veltroni è il fallimento delle idee prive di uomini. Delle grandi dichiarazioni prive di credibilità, e dei grandi progetti di rinnovamento privi di un cambiamento che sia reale e sostanziale nei fatti. Che si possa vedere e toccare.

Il PD non fallisce e si spezza perché è una “cattiva idea”. Al contrario, politicamente parlando costituisce una idea ottima e del tutto necessaria al paese. Lo dimostra lo straordinario risultato (34%) ottenuto alle politiche del 2008, nonostante il contesto elettorale sfavorevole e lo scarso gradimento popolare del governo Prodi. Lo dimostra il superamento di un problema antico e annoso della vita politica italiana, come era sempre stato quello dell’eccessivo frazionamento fra i partiti.

Il problema del PD non sta nell’idea di fondo che gli ha dato vita, quanto piuttosto nelle facce sempre uguali che hanno avuto l’arroganza di rappresentare una forza “nuova e riformista” dandogli il volto e il sorriso di dirigenti che fanno politica da vent’anni e più.

Provate a immaginarvi il PD italiano guidato da un Obama. Un uomo nuovo, giovane, moderno, innamorato di Internet e del suo Blackberry, che parla dai palchi pronunciando parole magiche come “cambiamento”, “rinnovamento”, “giustizia sociale”, “rispetto della legge”, “ricambio”. Un uomo che scalda i cuori, idolatrato da una fila interminabile di giovani fra i 20 e i 30 anni che vedono in lui una speranza per il futuro.

E andate anche oltre…

Immaginate quegli stessi giovani mentre iniziano ad occupare con il loro entusiasmo e la loro energia le piccole cariche locali. Mentre contribuiscono a rinnovare e rinfrescare l’idea di una politica stantia e corrotta che pervade tutta la penisola. Mettendoci una faccia che non è più quella dei vari Bersani, Veltroni, D’Alema, Finocchiaro, ma è la faccia pulita di ragazzi e uomini che guardano e sognano lontano.

Ce n’è abbastanza non solo per vincere. Ce n’è abbastanza per sotterrare, letteralmente, la politica ipocrita di un vecchio di 70 anni che professa il rigore con i poveracci e gli immigrati, e poi accorcia i tempi di prescrizione e depenalizza il falso in bilancio. Vincere in queste condizioni non è una impresa impossibile. Con buona pace di tutti i suoi media l’avversario è politicamente poca cosa. Ai limiti dell’impresentabile, come ci ricordano ogni giorno le gaffe e le battute di cattivo gusto, le sentenze, gli imbarazzi, i conflitti di interesse… Vincere diventa impossibile solo perché all’avversario non si oppone nulla che riesca a parlare al cuore della gente, e a far vedere le alternative per quello che sono. Ed è allora, e solo allora, che lo strapotere mediatico diventa decisivo.

La politica italiana non riesce più da anni a farci sognare. Non riesce a ricreare quell’entusiamo quasi sessuale che viene dall’immedesimarsi in un progetto, dal credere in qualcosa di diverso e migliore, e collaborare a costruirlo. La nostra politica è stata avulsa da tutto questo per troppo tempo, ed è rimasta al palo. Sola. Isolata. Lontana dalla gente e dai suoi bisogni. Arroccata nei privilegi e nella cecità di una casta, al punto di ricordare quelle aristocrazie decadenti e spocchiose che nella storia si sono ritrovate spesso ad assistere ignare, con malcelato disprezzo, alla formazione e all’esplosione delle grandi rivoluzioni.

L’analisi spassionata di questo stato di cose, però, non può prescindere da una autocritica fortissima che tutta la società civile deve fare. Perché, e questo gli Stati Uniti ce lo ricordano giornalmente e in maniera dolorosa, oggi come ieri, e ieri come domani, il cambiamento che stiamo aspettando siamo sempre e solo noi…

Fare politica

Scritto da Mauro Buti 20 gennaio 2009

Il Presidente del Consiglio Berlusconi interviene nel melodramma della cessione della stella del Milan Ricardo Kaka, e rassicura tutti: il giocatore rimarrà.
Dopo aver fatto rosolare i suoi tifosi a fuoco lento il Patron d’Italia interviene in maniera risolutiva e sancisce sulle sue televisioni, le stesse che avevano montato il caso, un fantastico happy ending. Il consenso si impenna.

Nel frattempo il leader dell’opposizione Walter Veltroni rinnova la sua fiducia ad Antonio Bassolino, il governatore della regione Campania, attualmente alla sbarra per rispondere di gravi accuse relative alla celeberrima “crisi immondizia”. Il Partito Democratico secondo gli ultimi sondaggi viaggia intorno a quota 23%, con una perdita secca di 11 punti rispetto alle politiche 2008. In molti, compreso il sottoscritto, pensano che i numeri peggioreranno ancora.

Spesso ci si chiede come sia possibile che un uomo come Berlusconi sia riuscito ad andare al governo per ben tre volte. La risposta, come sempre, la abbiamo davanti ai nostri occhi.

Presidente, perchè?

Scritto da Mauro Buti 19 novembre 2008

Berlusconi rilascia un’altra dichiarazione che, seppure pronunciata in tono scherzoso, fa discutere. Il presidente del Consiglio ha colto al volo l’occasione offerta da un cittadino, che gli ha chiesto di ‘oscurare’ il Tg del terzo canale Rai perché “‘nun se po’ guardà”, e ha risposto “allora non paghiamo più il canone. Il Tg3 mi insulta, mi oltraggia e mi prende in giro ogni sera….” (Repubblica)

L’intervento a Ballarò e la continua fuga di dichiarazioni discutibili sono segnali abbastanza evidenti di un malessere politico. Il consenso sta scendendo, Berlusconi lo sa, e si aspetta che presto andrà peggio. Lo capisco: ne ha tutte le ragioni, e probabilmente rimarrà comunque stupito dalla violenza e dalla rapidità del crollo.

Non è una novità che Berlusconi non abbia grande cautela nell’utilizzare quello che è e rimane un ruolo istituzionale. Un premier in teoria non potrebbe suggerire di “evadere le tasse” e “non pagare il canone”. Nemmeno volendo e nemmeno credendolo un diritto sacrosanto.
Gli interventi a gamba tesa contro la tv sono emblematici perchè nella tv lui è già monopolista assoluto. Lo confermano i dati statistici distribuiti da agcom: lui e i suoi parlano e compaiono abbondantemente di più rispetto agli altri, in un insulto evidente a ogni regola democratica. Eppure sente lo stesso la necessità di strozzare e attaccare le poche trasmissioni che gli sono apertamente ostili (adorabili le uscite secondo cui “Annozero” fa splendidi risultati di ascolti, e merita i complimenti, però bisognerebbe togliergli lo stesso la pubblicità perchè semina disfattismo).

La realtà è che non esiste più nessuna regola. L’informazione è ridotta a un far west del pensiero unico, e nonostante il far west del pensiero unico il controllo sfugge di mano lo stesso, perchè i tempi sono difficili, e soprattutto perchè gli errori politici si accumulano e sono spesso madornali.

Il costante tentativo di mettere in ginocchio Veltroni e di rafforzare D’Alema, operazione messa alla luce del sole dal caso Villari, rinforzerà l’asse Veltroni-Di Pietro per una mera questione di difesa della sopravvivenza reciproca. C’è già un accordo, ed è evidente dal movimento che si è sviluppato dopo l’esplosione della questione vigilanza Rai. In politica nessuno lascia carta bianca al suo prossimo regalandogli parole di stima se non ha già ottenuto qualcosa in cambio. Si può presupporre che la partita si sposterà sulla presidenza del CDA Rai, e che sarà sanguinosa e rovente perchè la nomina delle opposizioni non è più questione di prassi ma di legge. Non è più inverosimile che emerga un nome spinoso e delicatissimo “per tutti” come lo sarebbe quello di Marco Travaglio. Nel caso accada la domanda sorgerà spontanea: ma ci avrà davvero guadagnato, Berlusconi?

Al di là di Travaglio e di quello per cui Di Pietro ha trattato, in politica è raro che un movimento strillato e alla luce del sole porti a dei buoni risultati. Berlusconi semplicemente esagera. In tutto, come è nel suo carattere. Ma esagerando rema contro ai suoi stessi interessi. Quanto più è evidente che l’istanza a “spezzare” il PD è di sua paternità, tanto più si rafforza il desiderio di sopravvivenza, e alleati riottosi fanno di necessità virtù. Quanto più abbandona ogni remore nel tentativo di eliminare fisicamente dal dibattito la parte di opposizione che meno lo aggrada, tanto più gli regala linfa, incrementando il flusso di voti che dissangua la voce “potenzialmente moderata” in favore della “opposizione radicale”.

Il macromovimento che creano le sue mosse politiche spinge Di Pietro e Veltroni ad incollarsi. Più lui attacca, trama e violenta, più rinforza gli avversari in un fronte comune di lotta. E’ un errore tipico, storicamente appartenente alla sinistra.

In politica non esiste il colpo di grazia. Le forze morenti si consumano e scompaiono in maniera naturale e non devono più essere additate e nominate. Può riportarle in vita solo il restituire loro la dignità e le luci della ribalta o, alternativamente, l’imporre a dei gruppi disuniti e in rotta la necessità assoluta di fare politica comune per sopravvivere. E’ successo a inizio 2008 quando Veltroni riesumò la salma politica di Berlusconi innescando la caduta del governo Prodi, e sembra succedere nuovamente adesso.

La voglia di strafare è sempre un nemico politico, perchè innesca spirali auto-distruttive. La divisione e il caos fra le forze nemiche non si creano con gli attacchi frontali, ma diffondendo suadentemente il dubbio e il senso di impotenza. Infatti di solito chi si sente sotto attacco reagisce, mentre è chi si sente inutile che si dispera e si disunisce.

Ci pensi, presidente: non si fa più buona politica, in questo paese.

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