Mauro Buti

Political & Social Networking…

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Di soldi, università, vita, morte, e altri banali affari…

Scritto da Mauro Buti 1 dicembre 2010

È passata la riforma universitaria. Da ex ricercatore del Politecnico di Milano non posso esimermi da un minuto di lutto. Sebbene non manchi qualche innovazione valevole e degna di nota, di fondo la riforma verte su due punti cardine:

  • le cooptazioni esterne nei CdA (che si avviano a funzionare come le Asl e la sanità lottizzata dai partiti: per entrare varrà la nomina politica ben prima di qualunque considerazione sui meriti scientifici)
  • i tagli (grazie, Signore, grazie. Sono decenni che università e ricerca vengono finanziate meno della metà rispetto alla media europea. Era troppo…)

Per chi pressa da sotto per entrare alla fine cambia poco. Prima era impossibile, oggi sostanzialmente continua ad essere impossibile, ma almeno lo è nell’elegante formato moderno del 3+3. Peccato che negli US un 3+3 lo paghino anche 200.000 $ l’anno, specie se si riesce ad entrare in una università d’eccellenza. Da noi il Politecnico continuerà a pagare il minimo sindacale, e lo stesso varrà per la facoltà di “Scienze delle Supercazzole”, distaccamento di Brembate. Così è la vita… Non resta che attendere con sguardo sereno e orgoglioso l’ultimo passaggio al Senato, e i “concorsi di abilitazione” (tanto se li passi dopo mica lavori, sei solo abilitato).

Lode alla stilosa doppiezza di Fini, che sta rapidamente diventando un classico. Dopo anni di “ma anche” Veltroniano adesso abbiamo pure la destra che prima va sui tetti con i miei (ex) colleghi, e poi in aula a votare per prenderli a mazzate. Non si dica che la ricerca non innova: le tradizioni storiche bipartisan sono tutte farina del nostro sacco…

Nel frattempo, il mondo reale. Il Financial Times ci segnala gentilmente una tempesta in arrivo. In caso di un allargamento alla Spagna delle difficoltà dei mercati il fondo a difesa della Eurozona dovrà essere ricapitalizzato, il tutto costerà un mare di soldi, e potremmo andare in crisi anche noi in una spirale dagli effetti imprevedibili e devastanti. È grossomodo quello che vi diceva il vostro affezionatissimo pochi post fa, se ricordate. Well, inutile angosciarsi: vicini al baratro non vuol dire  esserci già dentro. C’è ancora tempo per farsi qualche risata.

E qualcuno da lassù forse se ne sta facendo una. In aula a Montecitorio il commiato a Monicelli: la radicale Rita Bernandini invita a una riflessione sull’eutanasia forte delle modalità scelte dal regista per la sua uscita di scena (fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione). Risponde dura la Binetti: “un gesto di solitudine e disperazione”, e come ovvio si scatena la bagarre. Nel frattempo, il mondo reale. Una persona di 95 anni, peraltro migliore del 95% (ci vado stretto) di quelle che commentavano la sua dipartita, si è uccisa lanciandosi dalla finestra mentre soffriva per un cancro terminale. Res ipsa loquitur.

Nient’altro di nuovo sul fronte occidentale. Mi assento per qualche giorno, sono curioso di vedere quale nuovo delirio mi accoglierà al ritorno

Racconti di Vita

Scritto da Mauro Buti 26 gennaio 2010

Nella trasmissione si menziona una lettera. L’ho spedita poco dopo essere stato invitato in maniera “ufficiale”, per aiutare la redazione a centrare l’attenzione sulla mia vicenda e su quello che potevo dire di interessante. In diversi mi hanno chiesto a riguardo, quindi per chiunque volesse leggerla ho deciso di inserirla nel sito nella sua versione integrale.

Senza Parole (2)

Scritto da Mauro Buti 19 marzo 2009

“Gli studenti di Onda Anomala sono dei guerriglieri, e vanno trattati come guerriglieri”.
Lo ha detto oggi il Ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta.

Buona parte dei “guerriglieri” non ha ancora raggiunto la maggiore età, ed ha già avuto modo di provare sulla sua pelle le spranghe tricolori di chi guerriglia la fa per davvero. E’ accaduto in Piazza Navona, solo qualche mese fa. Purtroppo non risultano commenti di Mr Brunetta in merito a quella vicenda…

La “fondamentale” lettera aperta…

Scritto da Mauro Buti 18 novembre 2008

A proposito dello scorso post mi è stato fatto notare da una voce insospettabile come non esista traccia della lettera aperta citata nell’intervista. Ho delle idee sulla fine toccata alla preziosa missiva, ma in effetti merita di essere proposta anche su queste pagine per una mera questione di completezza. E’ di qualche giorno fa, e nel frattempo la legge è vagamente cambiata per salvare le apparenze, ma la sostanza (i tagli, e chi andranno a colpire i tagli) è rimasta del tutto analoga. Eccola:

Buongiorno.

Mi chiamo Mauro Buti, e ho studiato ingegneria al Politecnico di Milano. Sono uscito in 5 anni, prendendo la lode, e al Politecnico sono rimasto a lavorare. Ho un dottorato di ricerca preso al Politecnico di Milano, e in questi anni ho lavorato e studiato in Olanda, in Spagna e in Germania. Anche con enti di ricerca di un certo rilievo (l’ESA, il DLR tedesco, il Supaero francese). Parlo inglese, francese e spagnolo.

Tutto questo non perchè le mie doti siano un gran vanto o di una qualunque utilità, ma per capire quale sia il genere di curriculum che il paese sta cacciando a calci fuori dai confini patrii.

Amo visceralmente l’università. Ho desiderato tantissimo di lavorare in università. In Italia non posso più, neppure accettando (come pure farei) sacrifici e stipendi ridicoli rispetto all’estero. Ed è importante capire che non posso più *nemmeno* all’interno di uno dei poli più ricchi, più famosi, e più riconosciuti a livello internazionale. Figuriamoci come se la passano ragazzi che desiderano fare lo stesso percorso in altre facoltà, meno attrattive per l’industria e gli investimenti rispetto ad ingegneria.

In Italia il governo taglia il fondo di finanziamento ordinario e distrugge il concetto stesso delle rotazioni (al 20% per tre anni). In pratica l’idea è che in università per un po’ non entrerà più nessuno e punto. Una intera generazione dovrà rassegnarsi e fare di necessità virtù.
Allora quello che si chiede e si pretende non è di “salvarsi” se morire è inevitabile perchè “c’è crisi”, ma almeno di morire mentre l’opinione pubblica è consapevole di cosa stia succedendo e di cosa significhi.

La politica attuale non crede più nel benessere prodotto dalla cultura sul lungo periodo. La questione non è nè di destra nè di sinistra, bensì di atteggiamento e di principio. Due in particolare sono i punti più ridicoli che mascherano la reale portata e i reali intenti della riforma intrapresa:

1) Ci si propone di “punire” i baroni andando a massacrare solo ed esclusivamente i giovani e i precari. Chi è in ruolo, infatti, sarà solo marginalmente toccato dalla buriana, dal momento che il suo stipendio statale rimarrà garantito.

2) Si fa demagogia spicciola, visto che fannulloni e sprechi sono endemici al sistema Italia, ed esistono ovunque, in qualunque settore. Il punto è quali siano i settori nei quali vale la pena di investire al di là degli sprechi (che sono un problema generalizzato, e non certo una esclusiva del mondo universitario) e quali possano essere sacrificati nei momenti di crisi come questo.

Posso accettare che il mio lavoro e il mio futuro vengano sacrificati perchè “c’è crisi” ma è assurdo che questo avvenga senza che l’opinione pubblica sia consapevole di quali sono le visioni di lungo periodo su cui si fondano decisioni del genere, e gli effetti pratici che ne scaturiranno. Di cosa si interessano i politici se non di cosa voglia dire e di cosa produca questo corso di cose nel lungo periodo? Che importa Pecorella, mentre sono in corso decisioni epocali che cambieranno la maniera stessa in cui un settore fondamentale per lo sviluppo del paese vive e si mantiene? Noi viviamo in un mondo rovesciato. Un mondo assurdo dove i piccoli problemi diventano epocali e le decisioni epocali vengono prese e discusse come se fossero piccole. Questo genere di atteggiamento ha distrutto la “mia” università, ma anche questa è ben poca cosa se si pensa che sul lungo periodo distruggerà il benessere e le prospettive di tutti. La miopia in cui vive e respira tutta la politica attuale avrà un prezzo di lungo periodo, infatti, e sarà un prezzo salatissimo.

Arrivederci, e grazie se darete voce a questa protesta e se spiegherete ai cittadini cosa voglia significhi il concetto di tagliare le risorse alla ricerca e alla cultura per lo sviluppo di un paese moderno. Magari al di là di baroni e baronie, ragionando sul macrolivello (così come la politica si promette di fare, almeno in teoria).

Un po’ di pubblicità…

Scritto da Mauro Buti 17 novembre 2008

Ogni tanto anche le più miserabili e minuscole formichine conoscono un breve istante di celebrità.
Tanto vale pubblicizzarlo, via…

Chi vuole può cliccare QUI per ascoltare qualche minuto di “saggezza” estratto dalla trasmissione “Farhenheit” su Radio 3. La puntata è quella del 24/10/2008, e verte su un argomento ancora attualissimo: la riforma universitaria del governo Berlusconi.

Il sottoscritto discetta approfittando della buona compagnia del front-man della trasmissione “Ballarò”, Giovanni Floris, e fa alcune considerazioni sui massimi sistemi e sulla mancanza di visione di lungo periodo nelle classi dirigenti.

Naturalmente sono attualissime anche oggi, e si può supporre che rimarranno tali a lungo…

Buon ascolto… :)

La Situazione Universitaria

Scritto da Mauro Buti 27 ottobre 2008

Il premier Berlusconi ieri ha detto: “pensate all’università, non abbiamo ancora fatto nulla e già ci hanno mosso critiche e mosso gli studenti nelle strade con una strumentalizzazione difficilmente definibile anche di studenti e bambini”. Noi che ci siamo dentro ci pensiamo parecchio, all’università, e pensiamo che leggere parole del genere mentre si sta perdendo il lavoro sia offensivo e doloroso. Desidererei pertanto chiarire nel dettaglio quale sia la situazione attuale in università, cosa sia già stato fatto, e cosa questo comporterà nella pratica. Cominciamo dai fatti:

1)    L’unico meccanismo di ingresso nel mondo accademico è da anni quello delle rotazioni. In pratica dal momento che non vengono più banditi concorsi nazionali l’università per assumere nuovo personale ha a disposizione soltanto le risorse che vengono liberate dai pensionamenti

2)    Un pensionamento libera una risorsa. Ogni risorsa che viene liberata può servire a una nuova assunzione, ma può servire anche a passare un ricercatore a professore associato, e un professore associato ad ordinario. Questo vuol dire che le rotazioni non servono solo ad assumere nuovo personale, per quanto siano e rimangano l’unico canale tramite il quale un giovane può inserirsi nell’accademia.

3)    Alla luce di quanto sopra si può facilmente capire come già prima delle nuove leggi la situazione non fosse rosea. Per entrare in università un giovane doveva prima di tutto laurearsi (5 anni), quindi portare a termine un dottorato (3-4 anni), quindi affrontare una fase di “attesa precaria” che di solito dura altri 4 o 5 anni. Durante tutti questi passaggi, naturalmente, il giovane viene pagato circa la metà rispetto alla media dei suoi colleghi europei. Affronta, quindi, uno stipendio da fame e molti anni di instabilità per inseguire il sogno di rimanere nel suo paese ed entrare in università per fare della ricerca il suo lavoro. Al di fuori della università invece non ha possibilità alcuna di fare ricerca, almeno in Italia, perché non esistono enti che facciano ricerca con finanziamenti privati

4)    La questione dello stipendio da fame non è casuale. Avviene perché da oltre due decenni l’Italia investe abnormemente meno della media Europea e dei paesi più all’avanguardia in ricerca e sviluppo. La cosiddetta “fuga dei cervelli” nemmeno è un caso. Avviene perché per chi è disposto ad andarsene raddoppia il denaro e scompare il periodo di 4 o 5 anni precari prima dell’inserimento in ruolo. Stranamente l’alta formazione universitaria viene considerata un segno di merito e di eccellenza, e viene trattata e retribuita di conseguenza.

E veniamo finalmente a cosa si propone di fare la nuova legge, o meglio “le” nuove leggi.
Secondo le proposte del governo Berlusconi:

1)    Le rotazioni sono bloccate. Per i prossimi 3 anni invece di avere a disposizione una risorsa per pensionamento se ne avrà una ogni cinque. Quindi per altri due anni una risorsa ogni pensionamento

2)    Al termine dei cinque anni subentrerà l’effetto di una vecchia legge, quella firmata dalla Moratti, che dal 2013 sancisce l’abolizione della figura di inserimento nel mondo delle università. Il “ricercatore” scomparirà e l’unica figura di ingresso per un giovane che desideri fare ricerca sarà quella di professore associato

3)    Non credo sia difficile a questo punto capire perché tutti i giovani precari che lavorano nella mia e in altre facoltà stiano protestando *nessuno escluso*. Non sono né politicizzati, né strumentalizzati. Prendono solo oggettivamente atto dei fatti. Se si blocca l’unico meccanismo di ingresso e contemporaneamente si innalza e si rende più difficoltoso raggiungerlo, il punto di ingresso, è evidente come il sogno di lavorare in università si faccia più difficile. Per la precisione passa da “enormemente difficile” a “del tutto impossibile”. L’opinione pubblica non si faccia ingannare dai proclami: quello che in buona sostanza dice la legge è che il 95% delle persone che oggi si trovano nella fascia dei 4-5 anni di precariato e attendono di entrare in università non ci entreranno mai e punto. Non “forse domani”, o “forse dopodomani”. Mai. E avendo scommesso la loro vita su questo percorso ovviamente protestano e soffrono. E’ una terribile delusione per tutti noi.

4)    E’ insopportabile la demagogia che si fa sul tema per renderlo più accettabile all’opinione pubblica. Gli sprechi ci sono in tutti i settori. Ad esempio spreca molto più denaro la cosiddetta casta, di quanto non ne sprechi l’università. Ma al di là di chi sia più cattivo il concetto è che lo spreco è un problema del Sistema Italia, non certo una esclusiva dell’università. Allora la questione è: “quali sono le maniere efficaci di combattere lo spreco”? I tagli attuali all’università non sono un buon sistema per due semplici motivi:

a.    Colpiscono quasi solo ed esclusivamente la fascia più debole e più povera. E’ ridicolo vendere i tagli come una punizione ai baroni quando i baroni sono e rimangono totalmente garantiti con il loro regolare contratto statale. A pagare la legge sono per primi i deboli, i precari, i sognatori che non siano già scappati all’estero. Cioè gente che non spreca nulla, perché sta già facendo la fame pur di inseguire quello che desidera. Il motivo per cui a fianco dei deboli “uccisi” dalla nuova legge protestano anche i “potenti” rettori è che il vulnus inferto all’università è mortale. Il 50% della forza lavoro che tiene in piedi l’università italiana è composta dai deboli e dai precari. La nuova legge uccide il sogno di queste persone, e li mette nella condizione di potere soltanto prendere atto e andarsene. Con le conseguenze del caso (crollo della qualità dell’insegnamento, docenti caricati di un abnorme lavoro didattico che dovranno rinunciare a fare ricerca, ecc. ecc.)

b.    Non hanno alcun senso razionale. Se l’obiettivo è punire lo spreco e premiare il merito si deve cercare lo spreco e cercare il merito. Al contrario l’effetto della legge è identico per l’università di Canicattì e per il Politecnico di Milano dove lavoro io. Il Politecnico è un ateneo ricco, rinomato a livello internazionale, importante. Eppure tutto questo non conta nulla dal momento che i tagli lo affliggono (e mi affliggono) senza alcuna distinzione di sorta.

5)    In ultimo, in questo “non aver fatto ancora niente”, esiste anche la legge del 9 ottobre. Dice, in breve, che si taglierà il fondo di finanziamento ordinario: il cuore pulsante stesso che la mantiene in vita, l’università. I soldi che i padri dei padri misero saggiamente da parte perché fossero sempre dedicati alla cultura e allo sviluppo della cultura. Il taglio è di decine e decine di punti percentuali.

Concludo.
Il significato delle leggi è semplicissimo, ed è che l’università deve morire. La condanna è stata decisa, e verrà comminata con un drastico taglio alla base della forza lavoro. Durante la lunga agonia che ne seguirà, come sempre accade in Italia, chi ha già acquisito dei privilegi li conserverà, mentre si taglierà senza nessuna pietà chi è debole e meno tutelato.

Quando tutto questo diventerà reale, purtroppo, a nessuno importerà più molto perché la questione culturale non sarà più al centro dell’attenzione. Per allora, infatti, il tracollo di borsa si sarà abbattuto sull’economia reale con tutta la sua forza distruttiva. I numeri parlano chiaro, e l’opinione pubblica che oggi supporta il premier forse sarà meno accomodante quando saranno in centinaia di migliaia, a perdere il loro lavoro, e non solo il sottoscritto.

Al di là di ogni polemica il mio sacrificio, e quello degli altri poveri “bimbi” strumentalizzati che a quanto pare protestano per nulla, merita come ogni sacrificio di non essere vano. E non sarebbe per nulla vano se l’opinione pubblica ne traesse spunto per impadronirsi di tre concetti fondamentali:

1)    La connessione fra quello che la politica e le classi dirigenti fanno e decidono e le cose che succedono nel breve, medio e lungo periodo è diretta ed enorme. E’ assurdo pensare che l’immondizia a Napoli, la crisi, la casta, il fannullonismo, l’università siano questioni separate e distinte. Viviamo in un mondo in cui il tessuto sociale è complesso e abnormemente interconnesso. Sono tutti risvolti diversi di uno stesso problema, che è la perdita totale del concetto di etica, e la perdita totale della visione di lungo periodo nell’operato delle classi dirigenti. Le cose non vanno male perché c’è crisi, le cose vanno male perché quando non c’era crisi degli incompetenti pensavano e lavoravano come se una crisi non dovesse arrivare mai.

2)    L’università ha già naturalmente dentro di se le forze e le idee che basterebbero per una riorganizzazione profonda e meritocratica. Il motivo per cui queste idee sono utopia e non passeranno mai è lo stesso motivo strutturale che affligge la politica e in generale la classe dirigente italiana. Chi ha interesse a cambiare e ad analizzare il lungo periodo, nelle cose, è chi ha di fronte a se una prospettiva di lungo periodo. E’ il giovane. Chi deve idealmente sacrificare dei privilegi acquisiti se si vuole guardare al lungo periodo è chi li ha già raggiunti, i privilegi acquisiti. Chi è vecchio. Nel momento in cui il potere di controllo è solo e unicamente in mano all’entità che ha già acquisito i maggiori privilegi, per quale motivo ci si aspetta che quella entità non persegua i suoi interessi? Per altruismo?

3)    E’ ridicolo pensare che Berlusconi sia il nemico o che la politica sia il nemico. Non sono quelli i nemici. Berlusconi è solo un vecchio, che porta avanti politiche da vecchi, consigliato e circondato da vecchi come lui. Il nemico è l’ottica di vecchiaia e di paura del cambiamento e della perdita dei privilegi che caratterizza tutta la nostra società attuale. Essere conservatori va bene quando c’è benessere e si cresce. Ma i tempi che verranno saranno di crisi e di cambiamento profondo. Lo dice la borsa. Chi è più avanti rispetto a noi, come l’America, guarda il baratro in faccia e produce quasi naturalmente una figura di cambiamento profonda, come Obama. E noi come andiamo incontro alla tempesta? Con Berlusconi e il TG4? Con la classe dirigente della sinistra che conta, che non produce un volto nuovo da circa 20 anni?

Chi difende la cultura e l’università difende il futuro. Ed ha più visione di una classe politica che non ha più visione. Lo ringrazio pertanto, di cuore, per aver sostenuto la nostra battaglia persa, e lo invito a non fermarsi e a lottare ancora. Per costruire sulle macerie fumanti dei nostri sogni e dei sogni infranti di una intera generazione precaria, una società nuova. Una società che non sia terrorizzata dai fallimenti passati e dal cambiamento, e che abbia il coraggio di guardare sempre negli occhi se stessa e il futuro.

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