Mauro Buti

Political & Social Networking…

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Political blues…

Scritto da Mauro Buti 16 aprile 2012

Blues_guitar

Well, non so se sia un complotto ma di sicuro è bellissimo. Grillo che sale nei sondaggi e sbeffeggia tutti senza ritegno alcuno. Bersani e Alfano sull’orlo della crisi di nervi. Il prof che inizia a farsi le ossa scoprendo gioie e dolori della politica italiana. Gli elettori che approvano l’operato dei partiti al 2%. La segreta e mai doma speranza che i grandi partiti crollino come la vecchia DC: tangentopoli 2.0, se possibile lasciando spazio a qualcosa di decente.

Dottore temo di essere grave. Con la primavera invece di un po’ di sano buonumore mi sta tornando addosso il blues della politica. Adorabile, insopportabile, dolcissima, dolorosissima. Irrinunciabile.
Guarirò mai? Probabilmente no. Tocca iniziare a togliere le ragnatele dal blog…

State of the Union

Scritto da Mauro Buti 2 gennaio 2012

Buongiorno a tutti i fedeli lettori, e buon 2012!

Il blog langue, a causa del lavoro e dell’inevitabile pausa mentale che segue a ogni battaglia elettorale (daje ronzinà!!!). Ma la passione politica resta immutata, e insieme a lei le tradizioni.
Quarto appuntamento con il post più lungo dell’anno, lo “State of the Union” (200920102011). Come in passato parleremo ad ampio respiro di politica nazionale, di massimi sistemi e (novità) anche delle mie personalissime prospettive politiche.

Nel 2011 il quadro politico internazionale ha subito una serie di scossoni importanti. La primavera araba, il costante stato di crisi delle economie occidentali, Bin Laden freddato dagli americani, il disastro nucleare di Fukushima… Non ci siamo annoiati, dopotutto. Ma l’impressione è che i grandi sconvolgimenti attesi in medio-oriente, ai quali a suo modo aveva dato il La il discorso al Cairo di Barack Obama, rischino di concretizzarsi in un nulla di fatto. Non sarebbe la prima volta: transizioni traumatiche in paesi a bassa scolarizzazione si trasformano spesso in un trionfo di fondamentalisti e ali estreme. Tutto cambia di modo che nulla cambi davvero: una sorta di gattopardo nostrano in salsa internazionale.

Negli US Obama affronterà a breve la rielezione per il secondo mandato. La congiuntura per lui è molto negativa, specie dal punto di vista economico. Ciò nonostante sono lo stesso fiducioso. L’uomo è un animale da competizione elettorale, e gli avversari sono poveri dal punto di vista della leadership. Romney è ampiamente battibile (bello da vedere, ma privo di un reale carisma politico) e i vari inguardabili che piacciono al Tea Party hanno alte probabilità di riuscire a massacrarsi da soli casomai arrivassero fino a novembre. Insomma si può e si deve farcela, tantopiù che la tradizione americana tende a premiare la continuità. Incrociamo le dita…

Anche ammesso di farcela, però, il problema più grosso verrà dopo. Il senatore dell’Illinois che ci aveva promesso il cambiamento finora non è stato all’altezza delle immense aspettative suscitate nel 2008. In realtà dal punto di vista della politica concreta di fieno in cascina ne è stato messo parecchio (sanità, politica estera, energia & green economy, ecc.) ma la chiave di volta del mandato di Obama stava nell’economia, e l’economia non è cambiata. Nonostante le condizioni favorevolissime per imporre un giro di vite alla legislazione dei mercati, e immaginare un modello più sostenibile rispetto allo sfrenato capitalismo che ci ha portati sull’orlo del baratro, Obama non ha avuto sufficiente forza e volontà per voltare pagina. Così banche e lobby si sono salvate, mentre buona parte del resto del mondo continua ad affondare. Too bad.

L’orizzonte economico rimane incerto e molto complesso. Quattro anni fa si intravedeva come una delle possibili evoluzioni della crisi fosse quella di guadagnare tempo rimandando il problema. Così è stato: a tanto ci è servito passare dal debito privato a quello pubblico. Ma i bubboni pestilenziali (Grecia, Portogallo, Spagna, la stessa Italia…) oramai sono sparsi ovunque, e prima o poi il tempo scadrà di nuovo. Ad oggi:

  • L’area euro non può tenere in queste condizioni. Se la Germania non vuole fare l’eurobond si va verso una spaccatura in due, o (peggio) una frammentazione totale
  • Non esiste il concetto di default controllato per uno stato di medie-grandi dimensioni. Se ne viene giù uno l’effetto domino sarà inevitabile

A prescindere da tutto ciò i mercati hanno vissuto lo stesso una fase di gioiosa e spensierata risalita. Il Dow Jones è di nuovo saldamente a cinque cifre, eppure l’oro rimane alle stelle e i fondamentali (cioè i soldi che stanno davvero in tasca a chi lavora) sono spaventosi. Non siamo vicini a una soluzione, e ce lo ricorda giustamente Paul Krugman: Keynes aveva ragione. Non c’è discussione: imporre ricette draconiane e recessive (come la UE ha fatto e sta facendo in Grecia, in Italia, in Portogallo) non può essere il volano per rilanciare un paese in crisi. Il rigore è ottimo per i momenti di crescita e di euforia, non per le fasi in cui si tira la cinghia. Ma molti stati in UE non possono fare ulteriore debito perché ne hanno già fatto troppo in passato, la formichina tedesca non vuole sobbarcarsi le colpe di troppe cicale, e così si continua in un walzer di non-scelte, di propositi, di annunci. In sostanza si tira a campare sperando che passi la nottata. La scelta di non scegliere è di per se stessa una scelta, e sarà proprio questo il peccato politico capitale che segnerà il mandato di Frau Merkel. L’unico flebile raggio di speranza in tutto questo può venire dalla Francia. Se, come pare dai sondaggi, l’avventura di Sarkozy volgerà al capolinea, il futuro presindente Hollande ha già lasciato capire come la politica economica verrà ampiamente rivista (si legge: eurobond). Speriamo che non sia troppo tardi, e che il marito di Carlà prosegua imperterrito nel suo suicidio politico.

L’Italia invece va in controtendenza: secondo tradizione storica quando siamo di fronte a un suicidio politico si fa di tutto per scongiurare il nefasto evento. E così è stato: centrosinistra ampiamente vincente, Silvio oramai cadavere, e guarda caso i soliti noti del PD sono riemersi dalle nebbie con il salvagente. Dicono che fare un governo tecnico sia stato inevitabile, e che senza sarebbe stata la catastrofe. Forse. Che è un eufemismo per dire: tutte balle. Coi “se” si può dire di tutto, ma non esiste un singolo motivo per cui un governo tecnico (con la golden share di Berlusconi) dovesse essere preferibile agli occhi dei mercati rispetto alla prospettiva di elezioni e di una clamorosa sconfitta dello stesso Berlusconi. Infatti lo spread non si sta muovendo molto, passato il vento speculativo iniziale.

Quadro semplicissimo. Bersani *vuole* andare ad elezioni. Se si andasse ad elezioni del resto Bersani sarebbe il premier. Mimì e Cocò, anagrafe Veltroni e D’Alema, non vogliono andare ad elezioni. Per responsabilità, certo. Oddio, mi viene in mente con un certo dolore anche qualcun altro che a sua tempo aveva parlato di responsabilità, ma lasciamo perdere. Rimane pur sempre vero che senza andare ad elezioni Bersani potrebbe benissimo non essere il premier, in favore di altri culi da appoggiare sull’ambita sedia. Così Mimì e Cocò, per una volta d’accordo, escono a favore del governo tecnico. E Bersani (il quale oltre a non essere il ritratto del leader carismatico sognato dal centrosinistra non è un cuor di leone) teme di veder esplodere il suo partito e abbozza. Non si va ad elezioni. Silvio ha a disposizione un po’ di tempo per rifarsi la verginità e preparare la campagna elettorale contro il governo delle tasse imposto dalla sinistra. Lo scenario è di nuovo aperto, noi come sempre non abbiamo più uno straccio di coalizione credibile, e il PD è terrorizzato sia dall’idea di fare delle alleanze che da quella di perdere le primarie.

Già, le primarie… L’anno scorso il candidato del PD ha perso in tutte le città più importanti dove ci sono state elezioni. La gente è ancora elettrizzata dai trionfi arancioni di Milano e Napoli. Dal miracolo dei referendum. Si direbbe che ci sia stata una importante lezione politica da apprendere, eppure i dirigenti che hanno straperso e riperso sono ancora tutti là, e il loro sport nazionale sembra essere quello di trovare la scusa più plausibile per segare il mio partito e includere i centristi di Casini. Meglio i cannoli di Totò rispetto a chi ha lottato all’ultimo sangue per anni contro la deriva di Silvio. Si governa più facilmente, ci mancherebbe…

Di questo passo non impareremo mai. Ma la speranza è l’ultima a morire: vedremo se la gente darà ragione all’incazzatura di Tonino, e al nostro terribile populismo, o se gli italiani preferiranno morire strozzati dai vari D’Alema, Veltroni e Casini. Il cambiamento che vogliamo deve partire dal basso, e chi fa politica non può e non deve smettere di avere fiducia nella gente. Se il PD sceglierà una coalizione aberrante o cercherà di legiferare appositamente per escluderci confido in una importante punizione alle urne. E anche se a causa di incredibili errori da parte dei dirigenti ci toccherà ancora Silvio (il pericolo è sempre concreto, mai abbassare la guardia), varrà come ulteriore spinta a cambiare. Qualcosa prima o poi deve cambiare per forza, in questo paese.

Nell’attesa (e nella speranza di non morire aspettando) veniamo all’ultima parte, e cioè alle mie personali prospettive politiche. La delusione delle elezioni comunali è stata immensa. O meglio due delusioni sono state immense: la mia sconfitta, e la decisione di Pisapia di escludere IdV dalla giunta. Immagino che le promesse pre-elettorali valgano più o meno come le assicurazioni di Silvio sull’eleganza delle sue cene a base di bunga-bunga, ma il dolore di vedere un uomo di SEL prestarsi a una sciagurata manovra politica per includere i centristi (Tabacci) e lasciare fuori noi è stato forse il più bruciante i miei lunghi anni di militanza.

Ciò nonostante la vita va avanti, e il Sindaco è pur sempre il Sindaco, e io sono pur sempre il primo dei non eletti nella mia lista. Chi lo sa, forse la soddisfazione di fare il consigliere comunale nella mia città riuscirò a togliermela. Il nostro consigliere attuale, Raffaele Grassi, è primo dei non eletti in Regione Lombardia, e in politica tutto può sempre succedere. Se lui riuscisse a migliorare la sua posizione potrei subentrare in qualunque momento. Ma nel caso (ahimé probabile) che non succeda nulla non avrò a disposizione altre elezioni nelle quali sia plausibile pensare di ottenere un risultato. Almeno non a breve. Le mie due campagne elettorali mi hanno insegnato tantissimo, ma ottenere delle preferenze è uno sforzo mostruoso e la mia capacità di muoverne è molto limitata. Da principio mi illudevo che tirare in mezzo amici e conoscenti sarebbe stata una bazzecola, ma in realtà è vero il contrario. In campagna elettorale in pochissimi ti aiutano. E la politica è un movimento di gruppo: senza coinvolgere trionfare diventa impossibile.

Oggi so tantissime cose in più di politica e di campagne elettorali. Oltre ai massimi sistemi conosco bene gli aspetti più beceri e pratici. E sento più che mai mia la frustrazione di una intera generazione. Non sono più un precario, e almeno io ho avuto le mie chance e non posso lamentarmi, ma troppi traguardi e troppe occasioni rimangono del tutto inaccessibili a chi è giovane e tenta di farcela partendo dal basso. Non so come si possa risolvere questo dramma. Questo cancro che di fatto ha distrutto e costretto all’agonia il nostro paese. Ma un’altra cosa ho imparato in questi anni, ed è che fare politica vuol dire assumersi delle responsabilità e lottare anche e soprattutto per chi non ha né la forza né la voglia di partecipare. E quindi pazienza se non ci saranno altre elezioni a breve. Non mollerò la politica. Mai. Oramai non riesco più nemmeno pensarci. E al di là delle alterne fortune della sorte sono molto grato a Mr Di Pietro di avermi dato una casa nella quale sono sempre stato orgoglioso di abitare. Pur con tutti i (tanti) problemi e le difficoltà. Italia dei Valori non è perfetta, ma più passa il tempo e più non vorrei essere da nessuna altra parte. A prescindere da percentuali, alleati che ci vogliono morti, arrabbiature, e delusioni. L’Italia ha bisogno di noi, e nel mio piccolo appena rientro a Milano rifaccio la tessera. Tiè. :)

Un abbraccio a chi è sopravvissuto a leggere fin qui. Continuare a seguire, o se preferite tornate a fare un giro fra un po’. Non è mai finita fino a che non è davvero finita. E non è finita… :)
Daicazzo. Buon 2012.

Benvenuto a Pikachu…

Scritto da Mauro Buti 17 novembre 2011

E' nato il governo Monti. Alcune considerazioni lampo:

  • Età media 63, età minima 57, 3 donne. Alè. Non sono un giovanilista a tutti i costi, ma è indubbio come le categorie sottorappresentate siano sempre le stesse. Si fa presto a frignare sulla disoccupazione giovanile al 30%, ma chi li difende e li rappresenta, 'sti giovani? Se la risposta è sempre "nessuno" dopo diventa facile spiegarsi perché finiscano regolarmente massacrati
  • E' difficile che duri. Non tanto perché non ci sono politici, quanto perché non c'è né convenienza né interesse. Se si va avanti fino al 2013 c'è il referendum in mezzo, e il rischio che si voti con una nuova legge elettorale. I partiti strillano, ma alla fine usare la vecchia legge conviene a tutti. Per mantenerla l'unica via è far crollare Monti di botto a primavera, appena prima del referendum. Sento già l'obiezione: "Oddio, lo spread, il fallimento, i conti, l'Europa". Tutto vero, ma c'è anche pronta la risposta: "Palazzo Chigi val bene l'Europa". Tanto più che se fallissimo noi non esisterebbe più nessuna Europa, quindi non si porrebbe il problema. Suona credibile, o qualcuno crede davvero che Silvio si sia dimesso per "senso di responsabilità" e non fosse pronto a mandare tutto al macero ammesso di avere i numeri in aula?
  • Non mi fido. Non del governo in sé, o per i conflitti di interesse e i poteri forti. Che pure ci sono e sono macroscopici, sia chiaro. Non mi fido dei parlamentari e del parlamento. Sono sempre gli stessi, composti per larga parte da Scilipoti e Carlucci. Non sono cambiati solo perché è cambiata la testa, e non smetteranno di fare complessivamente schifo solo perché adesso fa meno schifo la testa
  • L'unico che festeggia pienamente in tutta la vicenda è Casini. E al di là della immensa felicità per l'uscita di Silvio si tratta di un pessimo segnale.
  • Le notizie sulla morte politica di Silvio rischiano di essere "francamente esagerate". C'è ancora ampio spazio numerico e politico per risalire la china, e l'uomo ha la storia personale di un combattente. Non mollerà, e non mollerà a maggior ragione perché per lui è questione di vita o di morte. Rischia tutto, incluso il suo patrimonio. E chi rischia tutto è pronto a fare qualunque cosa.

Non sono tranquillo. Dovrei solo esultare, eppure non sono tranquillo. Speriamo che sia solo un eccesso di prudenza… Detto questo, e fatto salvo quanto sopra, un enorme in bocca al lupo a Monti. Fare bene sarà difficilissimo, ma almeno fare peggio è impossibile… :D

C’era una volta in America…

Scritto da Mauro Buti 26 luglio 2011

Obama-hope

Il paese più potente e importante del mondo rischia di andare a default entro i primi di agosto, con conseguenze catastrofiche. La cosa più affascinante è che in questo caso l’economia non centra nulla: il fattore scatenante è tutto legato al braccio di ferro politico in corso fra democratici e repubblicani.

I repubblicani non vogliono alzare le tasse nemmeno di un centesimo, nemmeno per i super-ricchi, e sulla base di ciò rifiutano di ritoccare il tetto del debito pubblico americano. In realtà il limite è già stato innalzato senza colpo ferire per decine e decine di volte in passato (anche da amministrazioni di destra, come quella Reagan e quella Bush), ma il disegno di fondo è quello di costringere Obama a fronteggiare di continuo il tema dell’economia e del debito, tenendolo all’angolo fino alle elezioni del 2012. Dall’altro lato della barricata i democratici ricordano che la paternità dell’immenso debito è tutta (o quasi) da attribuire ai loro avversari. Clinton chiuse i suoi due mandati nel periodo 1992-2000 con un clamoroso attivo, Bush se ne andò nel 2008 lasciando l’America in crisi e le casse in profondo rosso.

Ma questo è irrilevante per i repubblicani, che con la loro strategia sono legittimamente convinti di fare il bene del paese. Parigi val bene una messa, e la possibilità di sconfiggere Obama dopo un solo mandato vale qualunque prezzo, compreso il riacuirsi della crisi economica in una fase già durissima (per i lavoratori della Main Street, più che per i banchieri di Wall Street). I democratici dal canto loro pensano che i repubblicani non abbiano a cuore l’interesse del paese, e vogliano mandare la nazione al catafascio per puro calcolo elettorale. Entrambe le fazioni a loro modo hanno ragione, quindi è del tutto impossibile prevedere come andrà a finire. Ad oggi i mercati non sembrano prendere nemmeno in considerazione l’eventualità di un default, eppure l’esperienza insegna che dovrebbero. Se il tema di fondo di uno scontro è politico l’esito finale potrebbe dipendere da ragioni politiche prima che economiche. E non sarebbe la prima volta nella storia in cui si accettano conseguenze durissime nel breve termine pur di perseguire un disegno di più ampio respiro.

Non c’è molto altro da aggiungere, se non che la deriva è per l’ennesima volta fallimentare. Nei momenti di massima crisi dovrebbe uscire fuori il meglio della classe dirigente. La capacità di raggiungere compromessi dolorosi ma necessari per un bene comune. Il buon governo. La coesione sociale. Invece non c’è più spazio per il buon senso e per la responsabilità. America, Europa, Italia, Grecia, poco cambia… Ovunque delle interminabili guerre di posizione logorano il popolo in trincea, mentre i nodi da sciogliere finiscono sempre rimandati a un futuro remoto e lontano. Nella visione politica contemporanea del resto il futuro è scomparso. Parigi val bene una messa: qualunque cosa pur di riuscire a salvare ancora qualche piccolo scampolo di presente.

Ho seguito l’ascesa di Obama con passione e partecipazione, e sicuramente seguirò nello stesso modo la corsa del 2012. Ma se nella lotta di interessi fra i banchieri e la gente, o i politici e la gente, o le lobby e la gente, l’esito è sempre scontato e perdono sempre gli stessi, che speranza ci può mai essere di cambiare?

Obama farà bene a trovare delle risposte in fretta, perché la situazione di totale distacco fra politica e realtà che viviamo oggi somiglia fin troppo alla scelta dell’orco. Dobbiamo cambiare alla svelta, o moriremo tutti. Però a decidere sul cambiamento devono essere quelli che morirebbero per primi qualora si cambiasse. Voi cosa fareste, al loro posto?

La Storia

Scritto da Mauro Buti 21 febbraio 2011

(Colonna Sonora Consigliata per la lettura)

Mi chiamo Mauro Buti, ho 31 anni, e faccio politica.

Ho cominciato intorno al 2007. All’epoca lavoravo al Politecnico di Milano, ed ero a metà del mio dottorato. Naturalmente amavo molto l’università. Una relazione struggente e impossibile: sapevo bene come le prospettive di restare fossero scarsissime. Ma mi godevo lo stesso l’illusione…

Ricordo un pomeriggio passato a chiaccherare con i colleghi di “sistema italia”, storture, e baroni. E ricordo di aver pensato distintamente qualcosa come: “Non è possibile, non se ne può più. Tutti a lamentarsi, sempre, e mai nessuno a combattere la battaglia nel concreto. Il Sistema Italia non funziona perché la politica è malata? I politici sono inguardabili? Nessuno si sbatte per fare politica? Perfetto: allora la faccio io”.

Sapete cosa? Alla fine l’ho fatta davvero. Ho scelto un partito, ho chiesto informazioni, e sono andato a vedere (rullo di tamburi) LA MIA PRIMA RIUNIONE.
Lì per lì sembrava non fosse successo quasi niente. E invece…

Nel 2008 divento membro del direttivo cittadino di Milano per IdV. Sopravvivo alle elezioni provinciali e alle europee. Inizio a imparare cosa sia l’attività d’aula, come funzioni un partito dentro e fuori dalle istituzioni. Trasformo le mie mani in due moncherini congelati a forza di raccattare firme per il referendum contro il Lodo Alfano. Dopo la trascurabile perdita di qualche falange una sera, di fronte alla Fabbrica del Vapore, ho l’onore di ricevere l’autografo di Bea Borromeo. Momento topico: Bea è prima assoluta nella mia personale classifica di infatuazioni televisive per la stagione 2008/2009. Prendo la sua Carta di Identità con movimento sacrale, e biascico una frase senza senso nel vano tentativo di darmi un tono. Dopodiché lei firma e se ne va. Bellissima.

Apprendo un’altra importante lezione di politica: i momenti topici, specie quelli belli, sono molto fugaci.

Nel marzo del 2010 mi candido per la prima volta, alle elezioni regionali della Lombardia. Settimane di pathos prima di avere il nullaosta, e poi finalmente la certezza: il presidente Tonino Di Pietro in persona ha deliberato che sono degno di fare il riempilista. Divento il massimo esperto mondiale di stamperie, volantini, e possibilità di risparmio via web sui grandi quantitativi. Incollo i miei manifesti. Guardo eserciti di persone di nazionalità scarsamente italiana incollare manifesti della Lega sopra i miei. Distribuisco con quello che resta dei moncherini circa 50.000 volantini in due settimane. A mano, TUTTI. Osservo gli amici e i conoscenti che ho in partito darmi una pacca sulla spalla e andare a far campagna per i candidati che possono davvero vincere (e che infatti vinceranno). Imparo un’altra lezione di politica: ubi maior, minor cessat. E visto con gli occhi del minor ha tutto un altro sapore…

Impazzisco per stare dietro a chi deve aiutarmi a fare i video, la grafica, le interviste. Mi prostro e striscio sulle ginocchia per ringraziare chi poi me li fa davvero, i video, le grafiche e le interviste. Naturalmente gratis. Dilapido i miei risparmi con insensata allegria, pur nella assoluta certezza della sconfitta. Viaggio per tutta Milano a bordo di una Alfa 145 bordò tappezzata dei miei manifesti. Gli squarci aperti sulla carrozzeria dalla diabolica mistura di scotch da pacchi, pioggia, sole e intemperie rimangono ancora oggi. Memento mori.

Svengo in strada per la stanchezza, crollando all’altezza del Rattazzo sotto il peso di uno zaino Invicta colmo di carta. Come coperta: un pezzo di cartone con incollata sopra la mia faccia.
Entro con fare disinvolto nei locali fighetti dei navigli. Nei ristoranti. Nei bar. Scritturo al modico prezzo di due rum e cola 4 ragazze adorabili che mi aiutano a distribuire i volantini. Imparo un’altra lezione di politica: il vettore del messaggio spesso è più importante del contenuto. Sad but true…

Divento leggenda: elettori milanesi si raccontano a vicenda con stupore di avermi visto in Viale Sarca, in Piazza Piola, alle Colonne di San Lorenzo. A tutti ridò il volantino una seconda volta, per buona certezza.

La crudele responsabile dell’Università Bicocca mi impone di non distribuire propaganda nel cortile della struttura, e mi minaccia di chiamare la polizia. Mi oppongo, rivendicando la mia libertà fra gli applausi impazziti degli studenti. Finisco “accompagnato” fuori dall’Università Bicocca dalla polizia.

Per la prima volta in 30 anni voto per un politico di cui mi fido. Caccio una lacrima, mentre nessuno mi vede. Poi stramazzo a casa e aspetto i risultati. Perdo. Ma con onore e 682 preferenze. Tutte mie: sangue del mio sangue. O se preferite sangue del vostro sangue. Altra lezione: la politica è e rimane un movimento di gruppo

Nell’ottobre del 2010 mi candido come Segretario per Italia dei Valori in Lombardia. Scrivo quintali di carta per preparare la mia prima mozione politica “vera”. Impazzisco dietro alle liste, facendo per due settimane di fila le notti insonni insieme ad amici pazzi come e più di me per riuscire nell’impresa di chiudere il tutto. Parlo di politica per un’ora davanti a centinaia e centinaia di delegati provenienti da tutta la regione. Rosico perchè non riesco a far vedere l’evento alla mia mamma (dopotutto è sempre la mamma): è in Canada a trovare mia sorella proprio nei giorni del congresso. Caccio una lacrima, mentre nessuno mi vede. Sopporto ore e ore di dibattito col sorriso sulle labbra, e la matematica certezza della sconfitta incombente. Perdo.

Ma il nostro candidato a livello giovanile vince, e la serata che ne segue è magica ed elettrizzante

Divento membro del direttivo regionale di IdV. Continuo a buttare via giorni, sonno, e vita per stare dietro ad una attività la cui natura è ancora non del tutto precisata. Ma la cui rilevanza riesce in maniera inspiegabile a superare sempre quella degli affetti, delle amicizie, delle uscite, del relax…

Nel maggio del 2011 Giuliano Pisapia cercherà di diventare Sindaco di Milano, dopo decenni di amministrazioni di destra. E il vostro affezionatissimo si prepara a scrivere con inchiostro, sudore, e qualche goccia di sangue un altro pezzo di Storia. Può davvero farcela uno dei nostri? Uno di quelli che si potrebbe tranquillamente beccare in una serata qualunque? Che so, in giro al Magnolia, o alla Casa 139?

Chissà. Per saperlo non vi resta che aspettare il prossimo capitolo. O meglio ancora: farlo succedere. La politica è un movimento di gruppo, ricordate?
E lamentarsi non serve a niente. Il cambiamento che stiamo aspettando saremo sempre e solo noi.

Tutto è possibile. Si tratta solo di capire esattamente come…

Incanta laggente, incanta li serpenti…

Scritto da Mauro Buti 17 novembre 2010

Prima di qualunque altra cosa: novanta minuti di applausi alla signora Annarella, l’idolo vivente che potete ammirare qui sopra alle prese con l’onorevole Anna Maria Bernini (PdL).

E adesso veniamo a noi. Dopo un’altra assenza (il vostro affezionatissimo ha conquistato il Canada, e oltre a visitare Toronto, il Niagara, ed altre amene località, ha controllato di persona che sua sorella maggiore fosse ancora viva e in buona salute) riprende il normale corso delle trasmissioni qui sul blog. L’annunciatissima crisi di governo, di cui parlavamo su queste pagine già da più di un anno, è attesa per il 14 dicembre. Una sorta di giorno del giudizio nel quale si esprimeranno contemporaneamente la Camera e il Senato sulla fiducia al Governo, e la Consulta in merito allo scudo SalvaSilvio, meglio conosciuto come (il)legittimo impedimento.

Diversi amici mi hanno chiesto qualche riflessione sul futuro politico a cui andiamo incontro. La verità è che il momento è fluido, e ogni previsione difficilissima. La mia impressione, peraltro abbastanza diffusa, è che si produrrà uno stallo nel quale Berlusconi manterrà il controllo del Senato, ma non quello della Camera. Il risultato sarà un tira e molla di alcuni mesi che ci porterà alle elezioni a Marzo, senza la possibilità di cambiare la legge elettorale.

Con l’attuale legge in vigore l’ipotesi più credibile è che si sviluppino tre poli: uno di centro (Casini + Fini + MPA + fuoriusciti vari), uno riformista (PD + IdV + SeL), e uno di destra (Lega + PdL). Alla Camera avrebbe larga maggioranza la coalizione vincente, mentre al Senato è quasi certo che per governare non si potrà prescindere dall’intesa con il nuovo soggetto di centro. Un accordo del genere coinvolgerà il nome del premier, che difficilmente sarà uno di quelli indicati in anticipo dalle tre coalizioni. Andiamo incontro a una premiership delegittimata fin dal primo giorno di governo, e ad un altro prolungato periodo di instabilità. La prossima legislatura sarà ancora una volta di transizione prima che di riforme, e non potrà permettersi di stravolgere gli equilibri e i nodi irrisolti del paese.

Nel frattempo la situazione economica continua a peggiorare, e Irlanda e Portogallo ci ricordano come il baratro sia appena a un passo da noi.
Ci sarà tempo nei prossimi giorni per qualche riflessione sul tema, mentre per un commento sulla situazione globale e sulla clamorosa sconfitta dei democratici di Obama alle elezioni di mid-term è già in preparazione il terzo appuntamento con il tradizionale post “State of The Union” di fine anno (qui le edizioni 2009 e 2008). Ne sentirete delle belle, dal momento che la crisi globale non è finita, e per molti versi non è ancora nemmeno cominciata. Si intravedono le avvisaglie di un futuro cupissimo: l’area euro che si sgretola implodendo, una nuova stagione di protezionismo, e una guerra fredda economica sull’asse USA – Cina, combattuta con bombe nucleari a forma di progressive svalutazioni della propria moneta.

Troppo complicato, e troppo poco spazio per spiegarsi a dovere: ne riparleremo. Vi lascio piuttosto con qualcosa di ben più semplice da denunciare e da capire.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, fatta eccezione per la terremotata Haiti, l’Italia è il peggior paese al mondo (!) a livello di crescita su base decennale. Nessuno ha fatto male quanto noi nel periodo 2000-2010. Tanto basterebbe a far sotterrare dalla vergogna qualunque classe dirigente. Purtoppo, come ben noto, la nostra fa sempre eccezione. “Incanta laggente, incanta li serpenti…

Ultimi degli ultimi, governati dai peggiori dei peggiori. Finirà mai? Non senza una, dieci, cento Annarelle, e non senza il vostro voto e le vostre preferenze. Diversamente la crisi della Seconda Repubblica si risolverà come quella della Prima: una metamorfosi di forme, simboli e colori, che lascerà immutati i nomi e le facce. Non fatevi ingannare dal “finto nuovo”: Fini è in politica dal 1977, Vendola dal 1985, Bersani da ben prima, Berlusconi non è altro che la prosecuzione del finto “socialismo” alla Craxi, e così via. Il cambiamento che stiamo aspettando non arriverà mai da fuori, o da solo: saremo sempre e solo noi…

The Dog & Pony Show

Scritto da Mauro Buti 24 settembre 2010

Gianfranco Fini sotto la graticola per una società off-shore con sede in qualche paradiso fiscale, grazie ai media di proprietà del massimo esperto vivente in merito alle società off-shore.
Oramai non è nemmeno più politica, è cinema.

Dovremmo solo gustarci il tutto in poltrona comodamente svaccati e sommersi dai pop-corn. Ma c’è il dubbio che non tutti riescano davvero ad apprezzare lo humor della situazione…

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