Mauro Buti

Political & Social Networking…

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Lungimiranza…

Scritto da Mauro Buti 31 gennaio 2010

Il PD ha prontamente raccolto il campanello d’allarme del trionfo di Nichi Vendola, facendo tesoro dell’ennesima lezione subita alle urne.

Il candidato nella regione Campania non verrà scelto tramite le primarie (non sia mai, potrebbe vincere un nome diverso da quello indicato dall’apparato). Si chiude quindi il trionfale quinquennio di Antonio Bassolino, con un processo ancora in corso, in fremente attesa di essere mannaiato dalla nuova legge sul processo breve.

Il cambio di marcia e la nuova stagione vengono affidati all’attuale Sindaco di Salerno, il dalemiano Vincenzo De Luca. Attualmente indagato per truffa aggravata e falso.

Complimenti per la scelta, e auguri

Posted via email from Mauro Buti

Requiem for a Dream

Scritto da Mauro Buti 23 febbraio 2009

Nell’assemblea plenaria di sabato i vertici del Partito Democratico hanno deciso di votare Dario Franceschini come nuovo segretario. È stata bocciata l’ipotesi di andare immediatamente alle primarie, pure sostenuta da un’ampia maggioranza della base, ed è stata del tutto ignorata la voce di Arturo Parisi, che ha presentato la sua mozione alternativa di fronte a una platea vuota e disattenta, ed ha raccolto meno di un decimo dei voti disponibili.

Per commentare mi affido alle parole di Matteo Renzi, il 34enne fresco vincitore delle primarie del PD per il posto di sindaco di Firenze. Renzi ha guadagnato in questi giorni una certa notorietà, sia per essere stato indicato dal prestigioso TIME come l’Obama italiano, sia per essere riuscito a prevalere con ampia maggioranza (40%) pur essendo inviso in maniera trasversale a tutte le nomenclature e le correnti principali del suo gruppo dirigente.

“Sabato è stata un’occasione persa. Non avrei votato Dario: se Veltroni è stato un disastro, non si elegge il vicedisastro per gestire la transizione”. In effetti è difficile dare torto al giovane astro nascente della politica fiorentina. Franceschini, pure autore di un discorso lodevole ed affascinante, è e rimane il corresponsabile della politica fallimentare di Walter Veltroni.

Al di là delle lacrime di coccodrillo versate sul precoce abbandono dell’ex segretario, in politica da soli 35 anni, occorre ricordare che Veltroni si è dimesso perché il suo partito ha perso circa il 10% di consensi a meno di un anno di distanza dalla sconfitta elettorale nelle politiche del 2008. Ha perso a Roma, ha perso in Abruzzo, ha perso in Sardegna. Ha perso ovunque e ha perso male, evidenziando una flessione corposa di consensi, e una crisi di identità oltre che di risultati.

La realtà è dura da accettare, ma tutto sommato semplice da vedere. L’elezione di Franceschini segna l’ennesimo trionfo della vetusta e inamovibile classe dirigente del partito. Un partito che ha cambiato nome molte volte, ma non è mai riuscito nell’impossibile impresa di rimuovere dal loro incarico politici che dal 2000 in poi hanno continuato a perdere quasi senza soluzione di continuità.

Esattamente come il loro compianto collega Villari, i capibastone del PD non hanno alcune intenzione di mollare il colpo, e di lasciare spazio a idee più fresche e nuove. Inutile illudersi, allora. Al di là delle belle parole e del giuramento alla costituzione del leader appena eletto, il Partito Democratico ha scelto di affrontare le europee nel segno della continuità. Sia rispetto alla linea che lo ha portato a farsi dissanguare di voti in questi mesi, sia rispetto alle spinte autodistruttive che continuano a consumarlo dall’interno e a farlo precipitare verso la scissione.

Se non cambiano le facce, non cambia la politica, non cambia la nomenklatura, e in sostanza non cambia nemmeno la leadership, in base a cosa ci si aspetta che si inverta la tendenza?

Che tempismo, Walter…

Scritto da Mauro Buti 19 febbraio 2009

Il leader del’opposizione e segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni, si è dimesso martedì alle ore 17:00, manifestando la sua intenzione di tornare al ruolo di deputato semplice.

Un’ora prima il suo principale avversario politico, il premier Silvio Berlusconi, si trovava costretto ad affrontare una situazione spinosa a causa della condanna subita dall’avvocato David Mills.
Mills era accusato di essere stato corrotto con circa 600 mila euro per testimoniare il falso in due processi a carico di Berlusconi (tangenti alla Guardia di Finanza, e All-Iberian), ed era andato alla sbarra insieme al premier nel marzo del 2007.

Dopo lo stralcio della posizione del Presidente del Consiglio dovuto al Lodo Alfano, la legge che immunizza le massime cariche dello stato da qualunque procedimento penale, era noto da settimane come il primo grado di giudizio sarebbe giunto a conclusione subito dopo la chiusura delle elezioni in Sardegna, con la sentenza prevista per martedì 17 febbraio.
La colpevolezza in primo grado di Mills evidenzia, per la stessa natura del reato (la corruzione prevede un corrotto e un corruttore), quelle che sono le responsabilità di Berlusconi, e soprattutto l’inopportunità e la profonda iniquità della legge “ad personam” che gli ha consentito di sottrarsi alla giustizia. Anche ammesso e non concesso che Berlusconi perda la sua carica, infatti, il procedimento penale a suo carico si dovrebbe celebrare ripartendo da principio, e questo costituisce garanzia assoluta di arrivare a una prescrizione (prevista per il 2010).

È palese come si tratti di una situazione politica alla nitroglicerina, specie se si considera che nella maggior parte dei paesi occidentali un leader si può trovare costretto alle dimissioni anche in seguito a un semplice sospetto, o a una indagine in corso. Lo dimostra il caso dell’ex premier israeliano Ehud Olmert, già citato pochi giorni fa su queste stesse pagine.

Rispetto alla situazione vissuta da Olmert la gravità di una condanna in primo grado è incredibilmente maggiore. Purtroppo casi illustri come quello del senatore dell’UDC Totò Cuffaro (condannato in primo grado per favoreggiamento semplice e rivelazione d’atti d’ufficio a soggetti che poi si “scoprirono” essere dei mafiosi) dimostrano come in Italia la percezione dei valori e dell’opportunità di mantenere o abbandonare una carica siano concetti molto relativi.

Mercoledì tutti i giornali italiani hanno dedicato pagine e pagine all’elogio funebre di Veltroni, mentre un caso che avrebbe potuto costituire una formidabile arma di attacco è finito relegato a pagina 21 (cronaca) del principale quotidiano nazionale, il Corriere della Sera. All’estero a quanto pare si ritiene che la questione sia molto più importante, al punto da occupare diverse prime pagine di giornale, ma si tratta di una ben magra consolazione per chi è costretto a fare i conti con i propri media, e i propri rappresentanti.

Per il bene di un partito che si è contribuito a fondare non suona del tutto impensabile l’idea di rimandare delle dimissioni addirittura di un giorno, quindi si possono fare due ipotesi su quanto è accaduto:

  1. Si tratta di una colossale ingenuità politica, causata della delusione, dalla debacle del PD nelle elezioni sarde, e dal logoramento umano subito da Veltroni in questi mesi.
  2. Si tratta di un favore più o meno retribuito a Silvio Berlusconi, o piuttosto di un tentativo di deflettere i riflettori che sarebbero inevitabilmente toccati al “nemico” ufficiale del premier, Antonio Di Pietro.

Lascio la scelta alla sensibilità di ciascuno. In entrambi i casi, del resto, non c’è molto di cui stare allegri. A volte mi chiedo se la classe dirigente di centrosinistra desideri davvero vincerle, delle elezioni, e soprattutto se abbia un piano, o anche solo una vaga idea, sul come farlo. Nulla di troppo complicato, una cosa terra terra come una linea politica approvata e condivisa da quelle entità fastidiose e sciocche che rispondono al nome di elettori.

Il fallimento di Veltroni è il fallimento delle idee prive di uomini. Delle grandi dichiarazioni prive di credibilità, e dei grandi progetti di rinnovamento privi di un cambiamento che sia reale e sostanziale nei fatti. Che si possa vedere e toccare.

Il PD non fallisce e si spezza perché è una “cattiva idea”. Al contrario, politicamente parlando costituisce una idea ottima e del tutto necessaria al paese. Lo dimostra lo straordinario risultato (34%) ottenuto alle politiche del 2008, nonostante il contesto elettorale sfavorevole e lo scarso gradimento popolare del governo Prodi. Lo dimostra il superamento di un problema antico e annoso della vita politica italiana, come era sempre stato quello dell’eccessivo frazionamento fra i partiti.

Il problema del PD non sta nell’idea di fondo che gli ha dato vita, quanto piuttosto nelle facce sempre uguali che hanno avuto l’arroganza di rappresentare una forza “nuova e riformista” dandogli il volto e il sorriso di dirigenti che fanno politica da vent’anni e più.

Provate a immaginarvi il PD italiano guidato da un Obama. Un uomo nuovo, giovane, moderno, innamorato di Internet e del suo Blackberry, che parla dai palchi pronunciando parole magiche come “cambiamento”, “rinnovamento”, “giustizia sociale”, “rispetto della legge”, “ricambio”. Un uomo che scalda i cuori, idolatrato da una fila interminabile di giovani fra i 20 e i 30 anni che vedono in lui una speranza per il futuro.

E andate anche oltre…

Immaginate quegli stessi giovani mentre iniziano ad occupare con il loro entusiasmo e la loro energia le piccole cariche locali. Mentre contribuiscono a rinnovare e rinfrescare l’idea di una politica stantia e corrotta che pervade tutta la penisola. Mettendoci una faccia che non è più quella dei vari Bersani, Veltroni, D’Alema, Finocchiaro, ma è la faccia pulita di ragazzi e uomini che guardano e sognano lontano.

Ce n’è abbastanza non solo per vincere. Ce n’è abbastanza per sotterrare, letteralmente, la politica ipocrita di un vecchio di 70 anni che professa il rigore con i poveracci e gli immigrati, e poi accorcia i tempi di prescrizione e depenalizza il falso in bilancio. Vincere in queste condizioni non è una impresa impossibile. Con buona pace di tutti i suoi media l’avversario è politicamente poca cosa. Ai limiti dell’impresentabile, come ci ricordano ogni giorno le gaffe e le battute di cattivo gusto, le sentenze, gli imbarazzi, i conflitti di interesse… Vincere diventa impossibile solo perché all’avversario non si oppone nulla che riesca a parlare al cuore della gente, e a far vedere le alternative per quello che sono. Ed è allora, e solo allora, che lo strapotere mediatico diventa decisivo.

La politica italiana non riesce più da anni a farci sognare. Non riesce a ricreare quell’entusiamo quasi sessuale che viene dall’immedesimarsi in un progetto, dal credere in qualcosa di diverso e migliore, e collaborare a costruirlo. La nostra politica è stata avulsa da tutto questo per troppo tempo, ed è rimasta al palo. Sola. Isolata. Lontana dalla gente e dai suoi bisogni. Arroccata nei privilegi e nella cecità di una casta, al punto di ricordare quelle aristocrazie decadenti e spocchiose che nella storia si sono ritrovate spesso ad assistere ignare, con malcelato disprezzo, alla formazione e all’esplosione delle grandi rivoluzioni.

L’analisi spassionata di questo stato di cose, però, non può prescindere da una autocritica fortissima che tutta la società civile deve fare. Perché, e questo gli Stati Uniti ce lo ricordano giornalmente e in maniera dolorosa, oggi come ieri, e ieri come domani, il cambiamento che stiamo aspettando siamo sempre e solo noi…

Perché?

Scritto da Mauro Buti 5 novembre 2008

È davvero così difficile capire perché?

Mentre orde scatenate di opinionisti si scannano per offrire i loro cinque minuti di saggezza nell’orgia del banchetto televisivo, è affascinante vedere la realtà delle cose farsi più flebile fino a scomparire. Ed è un peccato, perché ci sarebbe un preziosissimo insegnamento da trarre dalla vittoria di Obama. Un insegnamento vincente, un valore chiave per trionfare in qualunque contesa politica. Potenzialmente efficacissimo anche e soprattutto nel nostro paese, e proprio per questo destinato a cadere nel vuoto.

Difficile stupirsene, mentre tutti i commentatori disquisiscono sul colore della pelle di chi ha vinto, illudendosi che si trovi proprio in quel colore il fattore di cambiamento. Lobotomizzati da anni e anni di retorica berlusconiana, e dall’adagio vincente che vieta di affrontare i contenuti ed obbliga a disquisire sulla sola forma, gli intellettuali non si accorgono di come la pelle non rappresenti nulla di diverso da un chiaro svantaggio politico.

Il senso di cambiamento che ha prodotto la vittoria, invece, risiede tutto nel messaggio. Nelle forme scelte per trasmetterlo, e nel vettore che ci ha messo la faccia per portarlo avanti. Una faccia che ben prima di essere nera è giovane e colma di speranza.

Come tanti altri davo da mesi e mesi per vincente Obama con un larghissimo margine. Non era difficile prevederlo, eppure molti opinionisti hanno ostentato prudenza e paura fino alla liberatoria nottata del 4 novembre.

Ma perché ostinarsi nel non esaminare la questione politica in maniera pura e semplice? Se aumenti il numero di votanti, aumenti la tua base, produci il quadruplo dei soldi, crei una forza consensuale abnorme che parte dal basso, ti appropri dell’immagine di innovazione e cambiamento in tempi di profonda crisi, conduci una campagna sobria, elegante, adorata dai media e vicina al sentimento dell’opinione pubblica… Per quale motivo non dovresti vincere in maniera abbondante?

La fondamentale lezione della nuova politica di Obama è che facendo politica meglio degli avversari si vince. Sembra incredibile nella sua semplicità, eppure le cose sono andate esattamente così. Ancora di più: si è vinto in maniera larga e convincente pur partendo svantaggiati per una serie di fattori e di contingenze oggettivamente difficili da superare (la giovinezza, la totale inesperienza di un senatore al primo mandato, la razza, gli avversari di blasone come la Clinton e l’eroe di guerra Mc Cain…)

La chiave politica è la stessa di ogni grande vittoria: trasformare la propria debolezza in forza, e farlo appoggiandosi ad una visione. Fa ridere l’ottica naif di chi si illude che Obama abbia vinto solo grazie alla crisi economica. Obama ha sicuramente beneficiato della spinta dovuta alla crisi economica, ma la realtà è che la sua campagna ha atteso un momento del genere per mesi e mesi, e proprio per questo si è trovata preparatissima ad affrontare il cambio di vento.

Nel momento in cui malessere e il malcontento sono esplosi, ed era facile prevedere che prima o poi sarebbero esplosi, Obama era già proprietario da tempi non sospetti del “brand” di maggiore successo in un momento di crisi. Aveva fatto del cambiamento e di un futuro diverso il leit motif di tutta la sua campagna. Aveva trasformato in forza e fascino la debolezza politica di essere giovane e inesperto.

Ecco, allora, il perché. Nulla accade a caso in politica. Vince e si impone chi riesce a coniugare a una sostanziale credibilità delle sue istanze la visione limpida e chiarissima delle forze sociali e politiche che daranno loro la forza. Chi anticipa. Chi vede e prevede. Chi si arrocca in una posizione di vantaggio, e a quel punto si immobilizza e mantiene, chiudendo le porte ad ogni possibile ritorno degli avversari.

La politica di Obama non è semplicemente “nuova” politica. E’ prima di tutto “buona” politica, ed è buona politica perché coniuga alla totale e cinica consapevolezza del contesto di lotta (vedi decisione sofferte e pragmatiche come quella di rinunciare ai contributi statali, rimangiandosi la parola data pur di poter contare su un vantaggio economico strutturale nella parte decisiva dell’elezione) le istanze più affascinanti e vincenti in prospettiva. Istanze come il desiderio di cambiamento, di equità, di maggiore giustizia sociale, alle quali si unisce una consapevolezza dura e spietata dell’abisso nel quale il “sistema mondo” sta venendo trascinato dalle gerontocrazie che lo dominano.

Obama intuisce lo scontro vecchio/nuovo, passato/futuro, paura del cambiamento/modernità e si fa campione di quello che diventerà il cuore pulsante della competizione politica dei prossimi venti anni. Capisce con larghissimo anticipo rispetto a chiunque altro quale sia la direzione nella quale si sta spostando la contesa politica, e si posiziona in una roccaforte di assoluto vantaggio attendendo con pazienza che le cose facciano il loro corso, e la marea montante cominci a spingerlo. Così, quando finalmente la marea arriva, vince e stravince. Anche se è giovane. Anche se è inesperto. Anche se è nero.

L’insegnamento di Obama potrebbe essere preziosissimo per l’Italia perché diversi fenomeni sociali evidenziano come anche a casa nostra la competizione politica si stia spostando nella stessa ottica. Avvenimenti come la protesta scatenata dai tagli alla scuola e all’università pubblica evidenziano l’esistenza di un blocco compatto di voti e di interessi comuni che possono facilmente identificarsi in una istanza a favore del cambiamento e della modernità del tutto simile a quella portata avanti da Obama. Chiunque veda tutto questo e si attesti con largo anticipo in una posizione di vantaggio, in una posizione che renda naturalmente proprio il concetto di cambiamento e innovazione, si ritroverà in mano quasi senza lottare un movimento di voti fondamentale, e le redini del potere nel sistema Italia.

E’ insieme affascinante e desolante notare come le classi politiche italiane sembrino del tutto inconsapevoli dell’esistenza di una prospettiva di questa importanza. Tutto è e rimane chiuso nell’immobilismo e nell’anacronistico rifiuto di ogni cambiamento. Eppure la cultura conservatrice della vecchiaia, della staticità, del privilegio e del clientelismo è giunta al capolinea. La vittoria di Obama costituisce il primo, abnorme, segnale politico di un cambio di direzione in tal senso, è impossibile negarlo. Costituisce la palese sconfitta di un sistema di controllo e di potere che si vede piegato con le sue stesse armi dalla mera forza politica generata dal malcontento e dagli squilibri sociali.

Il nostro paese, come ogni paese, presto dovrà affrontare a viso aperto il vento di cambiamento fortissimo che comincia ad alzarsi ovunque. Per farlo potrà scegliere se produrre figure politiche e approcci politici analoghi a quelli proposti dall’incredibile senatore dell’Illinois, oppure se insistere in una gestione della cosa pubblica perdente e superata.

Comunque vadano le cose, il cambiamento arriverà ugualmente. La forza innescata dagli eventi degli ultimi mesi è inarrestabile, ed è inverosimile pensare di arginarla. Rimane, quindi, la scelta di buon senso di Hari Seldon e di Isaac Asimov: assecondare e cullare il fenomeno, riducendo il periodo di disordine e difficoltà che accompagna ogni transizione, oppure opporsi nettamente, e giungere allo stesso identico punto di arrivo dopo un lungo e dolorosissimo periodo di crisi.

La scelta è tutta nostra. Appartiene alla gente, e alla coscienza politica della gente. Al sentimento di fondo che anima le masse portandole ad agire, a produrre, a creare e a “fare le cose giuste” quando davvero conta, perché ci si trova con le spalle al muro.

Come disse giustamente qualcuno di molto più grande di me: “il cambiamento che stiamo aspettando siamo noi”. Solo e sempre noi.

Il che dovrebbe rispondere alla perfezione anche alla domanda iniziale…

Notte prima degli esami…

Scritto da Mauro Buti 4 novembre 2008

Esiste forse qualcosa più puro di un si o di un no?
Qualcosa di più meravigliosamente semplice, e insieme complesso, di una mutua scelta?
La notte di una vigilia politica in fondo è quasi denudata delle umane passioni.
Non c’è più la battaglia. Non ci sono più le idee. Se ne è andata la strategia, ed è scomparsa la ricerca affannosa del consenso. Le mosse e le contromosse si sono perse, lontane, insieme all’eterna malizia e all’ambizione. E’ del tutto sparita ogni più elementare forma di pietà.

Scompare tutto perchè ricompare finalmente la realtà. E la realtà assume la forma stravagante, e meravigliosamente imperfetta, dell’unica maniera logica di inseguire il bene comune.
L’ossimoro lucido basato sul principio più equo: far decidere alla gente. A tutta la gente.

Centinaia di migliaia di “average joe” esprimono con diverso grado di partecipazione il loro diritto a dirigere l’ordire complessivo delle cose.

Sono sotto bombardamento da mesi. Da anni. Non è dato di capire con precisione quanta e quale parte dei messaggi sfaccettati e trasversali a loro rivolti abbia fatto presa. Di certo dietro ogni mano che schiaccia un tasto, o traccia una croce, ancora mezza unta della carta di un Big Mac, esiste un’anima. Un sentimento collettivo che respira, vive e si muove.

A guardarlo dall’alto lo si vede facilmente.

Alcuni occhi lo riconoscono sotto forma di una fredda cascata di numeri verdi. Come nel film “The Matrix”. Punti persi. Punti guadagnati. Fette di consenso che si allargano e si restringono, fasce sociali amiche, nemiche e neutre che si succedono in un turbine di dati in movimento. Una pioggia di lacrime decimali che nasce e muore ogni giorno, fino a fermarsi nella drammatica istantanea finale che sancisce vincitori e vinti.

La storia di una elezione è nei suoi numeri.

Altri occhi lo vedono sotto forma di venti e tempeste. Forze naturali che spazzano i mari tumultuosi della politica. Portando lontano i sogni e le ambizioni dei capitani più audaci, e affondando senza nessuna pietà le barche più piccole e logore.

La storia di una elezione è nelle sue sinergie.

Altri occhi ancora vedono l’eterna lotta fra il bene e il male. Il giusto e lo sbagliato. O forse anche solo il peggio e il meno peggio.

La storia di una elezione è nei suoi simboli.

Comunque sia alla fine sul piatto, sul “floor”, non rimane più niente. Il re è nudo, e per un breve istante il popolo lo vede in tutta la sua meschina ed esaltante semplicità. A o B. Bianco o Nero. Guelfo o Ghibellino.

Morta l’illusione e morta l’utopia. Morti gli ideali. Morto il compromesso.
E pronta a morire la gente, così debole e indifesa. Così piccola. Così manipolabile. Così insopportabilmente ignara del peso delle scelte, delle vite, e delle croci.

E croci su croci si accumulano le une sulle altre, mentre lo spietato metronomo dei desideri della gente segna lo scorrere del tempo, e la vita e la morte nell’arena politica. Poi tutto finisce, e la storia torna ad attorcigliarsi su se stessa, tessendo il suo intricato e irrisolvibile garbuglio.

Ma prima che accada, prima che il caos e l’incomprensibile tornino a dominare la scena, tutto è chiaro. Tutto presagisce l’arrivo di un singolo istante di climax. L’attimo catartico, l’orgasmo dei political junkies.

Il Momento Perfetto. Quello in cui esiste solo Vincere.

Nail ‘em Up.

La Crisi

Scritto da Mauro Buti 17 luglio 2008

E così succede.

È un pigro giovedì pomeriggio mentre il centrosinistra italiano, nella persona del segretario Walter Veltroni, decide di porre fine al suo lento stillicidio di attesa e ufficializza l’abbandono nei confronti di piazza Navona.

Stretto in una tenaglia fra le spallate di Berlusconi, e la verve arrembante di Tonino Di Pietro, il sogno riformista di una nuova stagione sembra ripiegarsi su se stesso. Affronta La Crisi, eroso dai debiti verso i suoi estremi avidi ed assetati di sangue, e una base spesso intransigente, fino al punto di diventare “antropologicamente diversa”.

Ma cosa separa irrimediabilmente il recinto “razionale e riformista”, il “recinto intellettuale” di cui parla Veltroni, da quella piazza? Perché il problema è evidentemente intellettuale, il problema è una questione di ragioni logiche e di intelligenza. E’ una questione di rischio e di calcolo ragionato, di decisioni difficili. Difficili come quella di correre da soli, come quella di eliminare le aree più intransigenti perchè “con certa gente è impossibile governare”, di tagliare e rimodellare in maniera da diventare finalmente Nuovi. Non troppo comunisti. Non troppo socialisti.

Al massimo un pochino dipietristi, ecco tutto, perchè dopotutto la Costituzione è pur sempre la Costituzione, Berlusconi è pur sempre Berlusconi, e i numeri sono pur sempre i numeri.

Radicali sui bordi, magari. Un po’ sbarazzini. Ma Anche seri, perchè non si può rinunciare a un occhiolino discreto che vigili sul Vaticano. Così mentre spazia si gode quella bella e struggente Roma, che “Un tempo era nostra” e ora “ahimè, che ci vuoi fare? Cerca di capire, c’era la Congiuntura… E poi il momento politico, la divisione…”

Certo è vero. A volte non c’è nulla da fare. Devi accettare con te stesso che puoi solo perdere, e salvare il salvabile. Non si può fare.

E così non resta che andare avanti. Sperando di non essere invecchiati, per continuare ad essere sempre i Più giovani, i Più moderni, i Più nuovi. Finalmente lontani da una origine odiosa, dal passato infamante di essere stati un tempo comunisti, o democristiani, o Dio solo sa quale altro terribile peccato.

Si libra leggero, il Pensiero Intellettuale. Lontano dai sogni vetusti e demodè in cui si poteva essere “Tutti Uguali”. Lontano dall’ansia giustizialista, dalla legge politicizzata. Lontano dalle aule dei tribunali, dal ricordo un po’ sporco degli anni di Tangentopoli. Dalle cordate losche, e dai furbetti. Lontano dagli arbitri chiusi negli stanzini, da Luciano Moggi, e dal suo ex amico Clemente Mastella, un tempo Ministro Della Giustizia. O da quella imbarazzante larga maggioranza che vota si, e “Il Parlamento Sovrano Approva L’Indulto”.

Così Intellettuale e Razionale. Così “Bello e Giusto”, a prescindere. Anche se non lo capisci. Un po’ solo, forse, ma pur sempre sano e fresco. Un ragazzo ribelle dal sorriso smagliante e dal futuro splendente…

Ma cosa sta davvero succedendo? Cosa significa tutto questo?
I freddi numeri, quelli delle scienze esatte, sembrano evidenziare come il Partito Democratico abbia perso qualche punto di consenso con le sue ultime mosse…

Un punto. Sono 350, quasi 400 mila persone…

E chi sono queste persone? Chi è questa gente dalle vedute così diverse e distanti da diventare inconciliabili? Chi sono? Dei rossi fino al midollo? Dei fascisti giustizialisti? Dei nostalgici ecologisti? Della gente che non capisce il concetto di “voto utile”?

È lui? Il padre di famiglia cattolico un po’ burbero, che fuma il sigaro, va a Messa tutte le domeniche, e ci crede davvero che “La politica è prima di tutto una questione di Costumi e di Morale”? O piuttosto quell’altro? L’operaio allo stremo? Il precario che fa il telefonista e si prepara lentamente al suo giorno di ordinaria follia? E’ il qualunquista? L’idealista pacifista? E’ la mente semplice che “proprio non ci arriva” e “si fa male da sola”? E’ il vicentino, il diabolico anti-atlantista che non vuole dare un altro spicchio della sua città alla base americana? Il valligiano che proprio non vuole saperne di vedere le sue belle montagne bucate dalla TAV?
Forse sono le persone che fanno il referendum per abrogare la legge elettorale? O la donna che urla disperata di non riuscire più a mantenere i suoi figli e finisce pubblicata dal Grande Nemico in persona, da Beppe Grillo, “con astuta sapienza e preciso disegno eversivo ed antipolitico”?

Chiunque sia tutta questa gente, rimane che non sono compagni di viaggio sostenibili intellettualmente e razionalmente. Ci sta. È una precisa libertà, e un dovere, per la classe dirigente di un partito politico lo scegliere di rifiutare un abbraccio ritenuto pernicioso e mortale, e di andare per la propria strada. In tutte le posizioni di potere capita di dover prendere decisioni difficili e impopolari, e queste vanno rispettate per quelle che sono.

Non si può però prescindere dalla responsabilità che quelle decisioni comportano. Sta a chi le prende il difficile compito di dimostrare giorno per giorno, coi fatti, come il suo pensiero intellettuale e razionale abbia dei fondamenti logici e porti a dei riscontri. Come e perchè sia credibile, specie in un momento in cui sembra sempre più lontano dalla gente e dal senso comune.

Dove si vola, partendo da qui?

La storia finora parla impietosa, e non racconta di una sola “sconfitta inevitabile”. Racconta di governi sballottati e caduti, di grandi vantaggi bruciati nell’aria, di litigi furiosi e di accordi quasi vergognosi. Di tante questioni rimaste irrisolte, nonostante i molti anni passati al potere.

Come e dove, quindi, sta il vantaggio politico di abbandonare delle abnormi fette di consenso? Di perderle tutte, voto su voto, croce su croce, faccia su faccia? Di erodere lentamente la torta, mangiandosi con gusto una fetta dopo l’altra?

Si diventa più leggeri? Più mobili e dinamici? E’ di un peso, quindi, che ci si libera?

Visto dal basso, dagli ignoranti, sembra il peso insopportabile e faticoso di tonnellate e tonnellate di monnezza. Che si riversano sulla terra, mentre il produttore, quel Pensiero Intellettuale e Razionale, le scarica. Con un po’ di ironia le si può quasi vedere atterrare sulla bella e struggente Napoli. Un po’ sporca, certo, ma se non altro “Ancora nostra”, e quindi “Sereni, ragazzi, che alle prossime elezioni si può ri-fare!”.

Dove, quindi, e si risponda con la logica e con i numeri, con la visione e con le prospettive, con i concetti politici e con i risultati concreti, sta l’astuzia e il gioco strategico di chi si trova stretto in una tenaglia, sconfitto e impotente, se non addirittura connivente?

Ne vale la pena? Perchè?

E se in tutto questo non c’è alcun vantaggio politico, come già oggi, dopo una impressionante sequenza di batoste, sembra lecito iniziare a sospettare, avremo finalmente un “mea culpa”? Si ammetterà che anche la dirigenza e il Pensiero Intellettuale, quegli stessi volti di cui parlava fra gli amari applausi della folla Nanni Moretti, sono colpevoli dell’identico reato della gente semplice? Di essere “gente con cui non si può governare”?

Il sogno riformista doveva portarci verso il nuovo. Verso un futuro moderno, che aggredisse una società in movimento rapido e costante, mutevole nelle sue forme e nei suoi equilibri. Dove sono i giovani? Dove le facce nuove? Se anche quello che si è consumato oggi è un errore, si tratta dell’ennesimo commesso dalle stesse persone. E si aggiunge alla lunga serie di quelli che gravano su una dirigenza sempre uguale, identica nella sua sostanza da più di quindici anni. Fin dall’inizio di quella che sarebbe dovuta essere “una nuova stagione”.

Il paese affronta l’affascinante sfida del cambiamento proposta dalla politica senza pregiudiziali, per una mera questione di necessita. Ormai siamo tutti pronti ad andare da soli. In molti si sentono già da tempo soli come non mai. Qualcuno ha freddo, e i più iniziano ad avere anche un filo di paura, quindi perchè non cominciamo a muoverci e andiamo da qualche parte?

Perchè andiamo in un bel posto, vero?

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