Mauro Buti

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C’era una volta in America…

Scritto da Mauro Buti 26 luglio 2011

Obama-hope

Il paese più potente e importante del mondo rischia di andare a default entro i primi di agosto, con conseguenze catastrofiche. La cosa più affascinante è che in questo caso l’economia non centra nulla: il fattore scatenante è tutto legato al braccio di ferro politico in corso fra democratici e repubblicani.

I repubblicani non vogliono alzare le tasse nemmeno di un centesimo, nemmeno per i super-ricchi, e sulla base di ciò rifiutano di ritoccare il tetto del debito pubblico americano. In realtà il limite è già stato innalzato senza colpo ferire per decine e decine di volte in passato (anche da amministrazioni di destra, come quella Reagan e quella Bush), ma il disegno di fondo è quello di costringere Obama a fronteggiare di continuo il tema dell’economia e del debito, tenendolo all’angolo fino alle elezioni del 2012. Dall’altro lato della barricata i democratici ricordano che la paternità dell’immenso debito è tutta (o quasi) da attribuire ai loro avversari. Clinton chiuse i suoi due mandati nel periodo 1992-2000 con un clamoroso attivo, Bush se ne andò nel 2008 lasciando l’America in crisi e le casse in profondo rosso.

Ma questo è irrilevante per i repubblicani, che con la loro strategia sono legittimamente convinti di fare il bene del paese. Parigi val bene una messa, e la possibilità di sconfiggere Obama dopo un solo mandato vale qualunque prezzo, compreso il riacuirsi della crisi economica in una fase già durissima (per i lavoratori della Main Street, più che per i banchieri di Wall Street). I democratici dal canto loro pensano che i repubblicani non abbiano a cuore l’interesse del paese, e vogliano mandare la nazione al catafascio per puro calcolo elettorale. Entrambe le fazioni a loro modo hanno ragione, quindi è del tutto impossibile prevedere come andrà a finire. Ad oggi i mercati non sembrano prendere nemmeno in considerazione l’eventualità di un default, eppure l’esperienza insegna che dovrebbero. Se il tema di fondo di uno scontro è politico l’esito finale potrebbe dipendere da ragioni politiche prima che economiche. E non sarebbe la prima volta nella storia in cui si accettano conseguenze durissime nel breve termine pur di perseguire un disegno di più ampio respiro.

Non c’è molto altro da aggiungere, se non che la deriva è per l’ennesima volta fallimentare. Nei momenti di massima crisi dovrebbe uscire fuori il meglio della classe dirigente. La capacità di raggiungere compromessi dolorosi ma necessari per un bene comune. Il buon governo. La coesione sociale. Invece non c’è più spazio per il buon senso e per la responsabilità. America, Europa, Italia, Grecia, poco cambia… Ovunque delle interminabili guerre di posizione logorano il popolo in trincea, mentre i nodi da sciogliere finiscono sempre rimandati a un futuro remoto e lontano. Nella visione politica contemporanea del resto il futuro è scomparso. Parigi val bene una messa: qualunque cosa pur di riuscire a salvare ancora qualche piccolo scampolo di presente.

Ho seguito l’ascesa di Obama con passione e partecipazione, e sicuramente seguirò nello stesso modo la corsa del 2012. Ma se nella lotta di interessi fra i banchieri e la gente, o i politici e la gente, o le lobby e la gente, l’esito è sempre scontato e perdono sempre gli stessi, che speranza ci può mai essere di cambiare?

Obama farà bene a trovare delle risposte in fretta, perché la situazione di totale distacco fra politica e realtà che viviamo oggi somiglia fin troppo alla scelta dell’orco. Dobbiamo cambiare alla svelta, o moriremo tutti. Però a decidere sul cambiamento devono essere quelli che morirebbero per primi qualora si cambiasse. Voi cosa fareste, al loro posto?

Centimetro dopo centimetro

Scritto da Mauro Buti 20 gennaio 2010

Torno a parlare di un argomento che mi affascina tantissimo e seguo con passione oramai da qualche anno: la situazione politica negli States.

Ieri si sono tenute le elezioni per il seggio senatoriale lasciato vacante dalla morte di Ted Kennedy, in Massachusetts. Si tratta di un feudo democratico che per più di 60 anni era stato proprietà esclusiva della famiglia Kennedy, e che veniva considerato dai più come una roccaforte a prova di bomba. Nulla di più sbagliato: come previsto alla vigilia da una vecchia volpe della politica, il guru repubblicano Karl Rove, Scott Brown ha vinto con buon margine (+5%), assestando un colpo devastante all’immagine degli avversari.

Di tutto questo mi dispiaccio, ma non mi stupisco. Come ho avuto già modo di dire a inizio anno il successo del mandato di Obama si gioca solo ed esclusivamente sull’andamento dell’economia. Obama ha fatto molto per mantenere in piedi il sistema globale, e per stabilizzare le borse. Purtroppo la politica della mano morbida con le banche ha permesso al mondo finanziario di rialzarsi (almeno temporaneamente) dopo un colpo da possibile KO, ma comporta tutta una serie di costi accessori.
Finchè il mercato del lavoro rimane in crisi nera il relativo benessere di Wall Street lo si paga fra la gente comune, sulla “Main Street”. E per Obama il saldo è solo all’inizio…

Al di là delle grandi implicazioni politiche di una bocciatura impensabile alla vigilia, è il quadro politico americano nel suo complesso a mutare. Al Senato su 100 senatori abbiamo adesso 59 democratici (57 + 2 indipendenti “vicini”) e 41 repubblicani. La maggioranza rimane schiacciante, ma senza 60 senatori diventa impossibile opporsi alle procedure di “filibuster”, e cioè vietare alle opposizioni di prolungare i tempi di dibattito all’infinito al solo scopo di non permettere il passaggio di leggi sgradite.

Tradotto: la riforma della sanità, vero e proprio perno dell’agenda Obama nel 2010, è a enorme rischio. E insieme alla sanità, come ovvio, sono moltissime le tematiche divisive che fanno parte dell’agenda del primo presidente nero, e richiederanno d’ora in poi un approccio politico del tutto nuovo e diverso.

Nel frattempo le elezioni di mid-term del novembre 2010 si avvicinano, e con esse lo spettro di perdere il controllo anche della “House”, la Camera Americana, e di spianare la strada ad un clamoroso insuccesso alle presidenziali 2012.

Obama è un politico colto, affascinante e preparatissimo. Sono certo che reagirà di petto, imponendo un cambio di passo ai democratici, e rinnovando i suoi piani ambiziosi. Ciò nonostante il colpo subito è stato durissimo, e le condizioni al contorno sono anche peggiori. Specie se, come credo, la situazione economica è ai limiti della governabilità. Il momento è difficile, e la luna di miele con le promesse di qualcosa di nuovo e diverso è finita. Dopo averci regalato a piene mani il suo fascino per più di due anni, Obama è chiamato a riconquistare i nostri cuori con la tenacia, la determinazione, e la resistenza. Deve dimostrare di essere un buon incassatore, e rialzarsi. Proprio come chiede di fare al suo paese.

Le cose non cambiano mai da sole. Per cambiarle bisogna lottare contro un sistema radicato, ostile e refrattario alla novità anche a costo della sopravvivenza. Avanzare gettando il cuore, oltre che la testa, al di là degli ostacoli. Più spesso sommersi dal fango e dalle difficoltà che dalle lodi.

Centimetro dopo centimetro…

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State of The Union

Scritto da Mauro Buti 29 dicembre 2009

Buongiorno a tutti, e auguri per un buon 2010.

Esattamente un anno fa su queste pagine ci eravamo interrogati sulla crisi, e sull’agenda del nuovo presidente americano, chiamato a scegliere fra l’audacia della speranza e il freddo pragmatismo della ragione. Dopo dodici mesi di mandato possiamo già trarre delle prime conclusioni.

Barack Obama è, per sua stessa ammissione, un “New Democrat“. Così come Bill Clinton prima di lui, l’attuale presidente ritiene che sia necessaria una posizione terza rispetto al pressing dell’ala più radicale dei democratici, a stretto contatto con il centro dello schieramento politico. Certo, il primo presidente nero è vicino ai liberali nelle tematiche sociali e sulla green energy, ma dal punto di vista economico è chiaro da tempo come la Casa Bianca abbia sposato una visione moderata, non troppo lontana da quella dei conservatori.

Si tratta di un rischio immenso.

Nel corso del suo primo anno Obama ha ottenuto diversi successi e importanti aperture di credito. Ha ripulito l’immagine dell’America all’estero, ha avviato la chiusura di Guantanamo, ha portato quasi a conclusione la storica Riforma della Sanità, si è riproposto come interlocutore credibile nei dialoghi con Israele, ha incassato un insperato (e forse inopportuno) Nobel per la Pace… Certo non mancano dei lati oscuri, come la debacle al vertice di Copenhagen o quella della candidatura di Chicago ai Giochi Olimpici, ma nel complesso il bilancio è più che positivo. Purtroppo in termini assoluti la cosa conta poco, se non nulla. Non a caso la popolarità del presidente continua a scendere, e si è attestata in questi giorni al di sotto della soglia psicologica del 50%.

Nel 2009 mi sono permesso a più riprese di prevedere come la promozione o la bocciatura del nuovo governo USA sarebbe dipesa dall’andamento dell’economia. Quando le pance si svuotano e il malcontento serpeggia, del resto, storia insegna come gli occhi della gente si puntino su cose concrete e tangibili. Soldi e lavoro, ad esempio…

Per il 2010 offro ai miei venticinque lettori una previsione altrettanto facile: la situazione attuale non durerà.
L’apparente stabilità economica appena raggiunta è figlia di un fragile equilibrio. Rappresenta un breve momento di quiete costruito con fatica a tavolino, e prelude ad altri momenti difficili e ad altre azioni forti da parte dei governi.

Strappare un paziente in grave crisi dal rischio di morte è sicuramente lodevole, ma non costituisce di per sè condizione sufficiente per garantire una guarigione. Ed è proprio questo è il punto: nell’ansia immediata del sopravvivere ci stiamo dimenticando di valutare l’esistenza (o la non esistenza) di un percorso credibile per recuperare un sistema oramai compromesso. Così mentre la stabilità e il relativo benessere delle borse sembrano parlarci di pericolo sventato e crisi superata, sono la maggior parte degli indicatori macroeconomici (su tutti la disoccupazione) a ricordarci come la situazione di difficoltà perduri. Il paziente è vivo, ma in coma farmacologico. Non appena l’iniezione di denaro pubblico che lo mantiene a galla verrà a mancare il rischio di una nuova fase acuta è dietro l’angolo.

La deduzione è quasi elementare specie se si considera che i mercati sono risaliti secondo gli stessi assurdi principi alla base del loro crollo nel 2008.

L’intera finanza americana si è risollevata grazie al diabolico meccanismo denominato “carry trade“. Di cosa si tratta? Semplice: finchè la Federal Reserve tiene i tassi di interesse a zero per dare ossigeno alle banche, speculare è di una facilità irrisoria. Mi faccio prestare dei dollari a costo zero, li investo in altra valuta al 3-4%, e incasso. Come bere un bicchier d’acqua…

Il dollaro crolla, gli americani sono felici perchè la cosa da respiro alle esportazioni, e il resto del mondo fa buon viso a cattivo gioco perchè con l’economia americana in ripresa almeno si può sperare di rialzarci tutti, appoggiandosi al buon vecchio Zio Sam. Dove sta l’inghippo?
Ce lo ricorda l’economista Nouriel Roubini: “mother of all carry trades faces an inevitable bust“. La bolla scoppierà, così come scoppiano tutte le bolle. Prima o poi il dollaro arresterà la sua caduta libera, la Fed alzerà i tassi, e quando arriveranno le prime richieste di copertura sui prestiti erogati il mercato si riscoprirà nudo di fronte ad un altro crollo epocale.

Obama ha fatto la sua scelta: salvare lo status quo e i mercati ad ogni costo. Punire la colpevole Wall Street e abbandonarla al suo destino avrebbe avuto conseguenze catastrofiche e inaccettabili. Ma lo stesso vale per la scelta di salvare il salvabile a spese del contribuente, che ha a sua volta un prezzo diseducativo enorme. A ricevere i benefici dell’iniezione di liquidità statale, infatti, non sono stati nè i lavoratori (oppressi dalla disoccupazione) nè le imprese (oppresse dal rischio di fallimento). Sono stati proprio coloro che la crisi l’hanno generata, e cioè i banchieri. Che a fronte di una nuova e ampia disponibilità di denaro hanno ripreso a fare il loro mestiere preferito: investire e speculare, creando “sovraricchezza” sul nulla.

Così l’economia reale piange, e quella virtuale vola. Il presidente fa la voce grossa e parla di una nuova stagione di rigore, i banchieri annuiscono con fare grave fregandosi le mani, e le condizioni al contorno si avviano a tornare identiche a quelle che hanno portato alla catastrofe del 2008.

La linea pragmatica dell’uomo nuovo dell’Illinois corre sul filo sottile che separa il compromesso dalla sconfitta. Schiacciato dal malcontento della sua base liberale, dalla pressione dei repubblicani, e da una situazione economica che vive sull’orlo del tracollo Obama tenta di governare con equilibrio e misura. Gli auguro ogni bene e ammiro la sua azione politica, ma la mia impressione è che i tempi in cui viviamo non siano più adatti ad equilibrio e misura. Come dissi già un anno fa:

“Ad essere in ginocchio è l’intero meccanismo di produzione e di consumo. E la scelta di mantenere in vita il sistema erogando denaro pubblico, per quanto inevitabile, potrebbe rivelarsi un boomerang. Specie se è vero, come è vero, che attualmente produciamo di più rispetto a quanto il sistema sia in grado di sostenere, e nel corso dei prossimi anni dovremmo scendere in maniera più o meno naturale al livello sostenibile. Dove questo livello si posizioni è un mistero per tutti, ma non è inverosimile che sia *molto* più basso rispetto a quando ci immaginiamo e consideriamo normale oggi. Questo perchè la crisi attuale non è una crisi puramente economica, ma è una crisi strutturale, nella quale elementi distinti concorrono. Esiste una crisi ambientale, una crisi dovuta alla sovrappopolazione, una crisi dovuta alla disumana sproporzione di condizioni di vita fra ricchi e poveri, una crisi politica e militare nel Medio Oriente e in molte altre zone calde, e forse esiste anche quella crisi di morale e costumi che lamentano le professioni religiose più intransigenti.

Oggi viviamo in una società che non può fermarsi. Abituati da anni a correre e ad inseguire il futuro ci stiamo finalmente accorgendo, senza peraltro rallentare, di starne costruendo uno che somiglia più alle tinte fosche del cyberpunk e alla pioggia di Blade Runner, che alle utopie di energia pulita, sole splendente, e macchine volanti.”

Se quanto sopra è vero ancora oggi, e io credo lo sia, le politiche di compromesso che l’amministrazione americana ha perseguito nel 2009 stanno solo rimandando il momento della verità. Arraffano qualche secondo e qualche respiro di tregua, ma non toccano la sostanza del problema. Il paziente non guarirà, e le cose cambieranno di conseguenza. Che lo si voglia o no…

Quanto più ci si oppone a questa mutazione di equilibri così inevitabile e drastica, tanto più traumatica sarà la fase di transizione. Misura ed equilibrio, del resto, pagano solo se il sole splende e il futuro è rosa. Di fronte alla tempesta, invece, occorrono temerarietà e coraggio. Valori che, forse, sono al di là delle possibilità dell’intera società occidentale, oramai troppo vecchia, avida, e stanca per accettare di cambiare.

Due parole conclusive anche sulla situazione italiana, come da tradizione.
Silvio Berlusconi ha lanciato l’idea di dialogo e riconciliazione fra le parti dopo l’attentato di cui è stato vittima pochi giorni fa. La cosiddetta “stagione dell’amore”. Subito i soliti noti, guidati dall’ex primo ministro Massimo D’Alema, si sono messi sull’attenti e hanno reagito con parole al miele, auspicando l’avvio di una nuova fase costituente.

Nemmeno mi spreco a sorridere sulla tragedia in termini di consenso elettorale che verrebbe provocata da questo rozzo tentativo di inciucio.
Mi limito a notare come troppi politici siano ipnotizzati dall’andamento dei sondaggi, e dal consenso del premier. Dati assai poco indicativi in un periodo incerto come quello attuale.

Nuove formazioni stanno nascendo, problemi politici irrisolvibili minacciano l’integrità dei partiti più grandi (è credibilissimo che il PdL si scinda entro breve, mentre nel PD il movimento è già in atto, e acquisirà ulteriore slancio dopo la batosta prevista per le elezioni regionali), e nel complesso il futuro è oscuro e ignoto per tutti. In una situazione come questa i punti si riguadagnano e (soprattutto) si perdono con estrema rapidità. Le fluttazioni sono endemiche, e l’assenza di un trend preciso fotografa una opinione pubblica sull’orlo di una crisi di nervi, in attesa spasmodica della valanga in arrivo. Il popolo italiano beccheggia da un lato e dall’altro seguendo il moto della nave, senza capire perchè il timoniere stia puntando dritto al centro dell’uragano, e senza avere la più pallida idea di chi possa guidare la nave al suo posto. Intanto il vento soffia fortissimo, i lavoratori vanno sui tetti, le imprese chiudono a raffica, la cifra di disoccupazione fra i giovani sfiora il 30%, e il debito pubblico è fuori controllo (1800 miliardi, in aumento). Il Paese somiglia da vicino a un coniglio confuso che vaga in mezzo alla strada, e osserva rapito i fanali dei camion di passaggio.

Berlusconi si illude. L’attentato di un pazzo non può cambiare uno stato di cose già compromesso, e l’illusione di rialzarsi seguendo l’onda americana resterà tale. La ripresa non è iniziata, e non inizierà a breve. Nè per loro, nè per noi. All’orizzonte si profila per tutti un periodo solitario, nel quale l’Italia, così come gli altri paesi in difficoltà, si ritroverà costretta a fronteggiare i suoi problemi storici e le sue idiosincrasie. Rotta fra ipotesi di protezionismo, recrudescenze isolazionistiche, e ammiccamenti nemmeno troppo velati alla seccessione del nord padano.

Una situazione già di per se insostenibile, che sarà ulteriormente aggravata dal dramma in cui versano le casse dello stato. E che non potrà durare.
Il 2010 sarà un anno che ricorderemo a lungo. Nel bene e nel male

Grazie di cuore a tutti i lettori, ancora auguri, e restate sintonizzati su queste pagine nei prossimi mesi. Stiamo lavorando per voi…

“We are the ones we’ve been waiting for. We are the change that we seek.

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A new level…

Scritto da Mauro Buti 6 ottobre 2009

In America Barack Obama annuncia la rivoluzione digitale e mette online l’intera banca dati dello Stato. Una rivoluzione moderna che diventa realtà.
In Italia i titoli dei giornali sono monopolizzati da norme all’altezza, naturalmente. Lungimiranti, utili, e positive per la collettività.

  1. Lo scudo fiscale, e le dichiarazioni di Antonio Di Pietro a riguardo. Di particolare interesse, specie a fronte dei litri di spumante stappati da farabutti ed evasori con la complicità di un’opposizione come di consueto assente (o piuttosto, come la storia ci insegna, complice e connivente?)
  2. Il lodo Alfano a difesa dell’imputato “sospeso nel limbo”, Mr. Silvio Berlusconi, già in attesa di una certa condanna (e di una altrettanto certa prescrizione) per il processo Mills, e fresco reduce da una ingiunzioncina di risarcimento di 750 milioni di euro per il furto di Mondadori. Quello perpetrato con la collaborazione di Cesare Previti
  3. Una delle tante illuminanti proposte della Lega. Dopo la legge anti-kebab in Lombardia, e i vagoni della metro per soli milanesi del (poco) On. Salvini è tempo per il carcere alle indossatrici di burqa. Il popolo esulta festante: con un trittico di queste proporzioni il problema sicurezza è finalmente archiviato

Sono sempre restio a parlare del fondo, perchè so per esperienza che c’è sempre modo di scendere anche quando si crede di averlo toccato. Ciò nonostante se un deputato come Niccolò Ghedini può permettersi di spiegare di fronte al massimo organo giuridico dello Stato come la legge sia uguale per tutti, ma “non necessariamente la sua applicazione” , diventa inevitabile prendere atto della situazione. Abbiamo raggiunto un nuovo livello. Di qui in poi, comunque vada, fronteggiamo una terra ignota nel nostro inarrestabile viaggio verso lo squallore e il declino.

E mentre la stampa mondiale ci copre di ridicolo, allibita dalla passiva e italiana rassegnazione con la quale accettiamo qualunque cosa dai nostri indegni rappresentanti, il capitano accompagna orgoglioso la nave al suo destino. Con il giusto tipo di occhi lo si può quasi vedere mentre spiega le vele al vento, e urla contro la tempesta. Il migliore governante da 150 anni a questa parte, ancora solo per poco a pari merito con l’amico e rivale Bettino Craxi, che insegue con occhi socchiusi e vagamente pazzi il record del più grande aumento nel rapporto fra debito pubblico e PIL nella storia del nostro paese…

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Angeli & Demoni

Scritto da Mauro Buti 28 settembre 2009

Angela Merkel trionfa alle elezioni politiche tedesche, regalando alla destra un altro fondamentale tassello del mosaico europeo. Il segnale che arriva dagli stati più importanti dell’Unione è chiaro: in controtendenza rispetto a quanto avvenuto in America sono le forze conservatrici a cavalcare la crisi e a tenere in pugno il timone dell’Europa. Sarkozy è saldamente al comando in Francia, in Gran Bretagna si profila una sconfitta di proporzioni colossali per il New Labour di Mr Brown, mentre in Italia il premier Berlusconi ha appena dichiarato festoso, in occasione della prima kermesse nazionale del PdL, che: “Saremo qui per sempre”.

Allegria.

Una piccola rassegna del discorso di Milano tenuto dal nostro “caro leader”:

  1. Politica estera, sull’incontro con Obama: “Vi porto i saluti di uno che si chiama… uno abbronzato… Ah, Barack Obama. [...] Voi non ci crederete, ma sono andati a prendere il sole in spiaggia in due, perché è abbronzata anche la moglie“. Il sense of humor, prima di tutto…
  2. Successi di governo (un sempreverde): “Abbiamo introdotto un nuovo elemento nella politica italiana: la moralità“. Applausi a scena aperta, scene di giubilo in Vaticano e nella cella dell’ex amico Giampi Tarantini.
  3. Opposizione e comunisti (un altro sempreverde): “questa sinistra che non è cambiata. Vorrebbe trasformare il paese in una piazza urlante che condanna, quando in passato sono stati adoratori di tiranni sanguinari come Stalin, Mao e Pol Pot”. Così parlò l’amico di Gheddafi e Putin. E dell’eroico stalliere Mangano, se è per questo…
  4. Crisi. “Abbiamo agito prima degli altri, abbiamo garantito gli ammortizzatori sociali a tutti coloro che hanno perso il lavoro“. Ovazione di 90 minuti da parte del popolo dei precari e degli under 30, e panico in platea per un principio d’infarto accusato dal ministro Tremonti (gli ammortizzatori durano un anno, non per sempre, e non è dato di sapere quale sarà la reazione del milione di neo-disoccupati alla chiusura dei rubinetti…)

Prima di chiudere una menzione veloce anche ad Annozero. La trasmissione ha fatto record di ascolti (cinque milioni e mezzo di telespettatori, mentre il premier monopolizzando la prima serata era arrivato a stento a tre) ed è stata premiata con una istruttoria da parte del governo, e un “velato” invito a boicottare il canone RAI da parte di Vittorio Feltri.
Il tutto non perchè ci propinano Silvio e non se lo fila nessuno, ma perchè non bisogna lasciare spazio a Santoro, dal momento che se lo guardano tutti.

Viviamo in tempi strani. Secondo la maggior parte degli analisti economici la crisi è figlia di un eccesso di liberismo e della politica economica tipica delle destre e dei conservatori, eppure tutto questo non ha aiutato le forze progressiste del vecchio continente a guadagnare un significativo vantaggio. Al contrario sembra preludere a una fase politica ancora più prudente e meno riformista di quella degli ultimi anni. Un lusso che in Italia non possiamo permetterci…

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Salvare il Mondo…

Scritto da Mauro Buti 3 aprile 2009

Come è bello e dolcissimo sbagliarsi, a volte…

Ero convinto che il G20 di Londra si sarebbe tradotto in un nulla di fatto, e invece l’uomo nuovo dell’Illinois, Mr Barack Obama, è stato in grado di chiudere un accordo fondamentale e di dare ai mercati una nuova spinta verso l’alto.

Esultano le borse, ed esulta l’Italia, dove Fiat si gode la spinta di Chrysler e vola siglando un clamoroso +27%

Obama è stato in grado di mediare, fra i tanti, anche un compromesso fra il presidente francese Sarkozy e il premier cinese Jintao relativo ai paradisi fiscali. Una impresa non semplice, se si considera quanto siano contrapposti gli interessi delle varie parti in causa. Sull’accordo però pesa come un macigno l’ombra di una probabile intesa a due già siglata sull’asse America – Cina.

Come hanno già fatto notare diversi analisti, fra i quali il nostro Vittorio Zucconi durante l’ultima puntata di AnnoZero, il rapporto fra le due nuove superpotenze somiglia da vicino a quello fra un tossico e uno spacciatore. Non possono vivere separati (troppi investimenti cinesi in dollari, troppi dollari americani a comprare la produzione a basso costo cinese), e così continuano a restare abbracciati in una stretta mortale che spinge la crisi verso il suo inevitabile climax.

Al di là del successo momentaneo di Londra lo scenario si sta delineando, e il piano di Obama sembra essere sempre più chiaro. Accettare un compromesso sulle inevitabili piccole forme di protezionismo che sono già emerse (e continueranno ad emergere nei prossimi mesi), ma preservare i canali fondamentali del mercato globale. Nel frattempo mantenere basso il valore del dollaro con forti iniezioni di liquidità e spingere l’economia reale. Il meccanismo non è certo nuovo, ed è identico a quello che in Italia ha creato il boom degli anni 60 e 70, e il mostruoso deficit odierno.

Faccio debito e svaluto la moneta. Così facendo stimolo le esportazioni, dal momento che costo pochissimo, e spingo una economia in recessione aiutando il paese a rialzarsi. Tutto giusto, non fosse per il terzo incomodo. Se questo scenario si verifica, infatti, a finire stritolata sarà l’Europa e la sua politica monetaria prudente e votata alla stabilità.

I leader del vecchio continente non accetteranno mai una situazione così negativa senza contropartite enormi, e l’America non sembra avere nè la volontà nè la possibilità di metterle sul piatto.

Qua sotto si possono ammirare due mappe: mostrano la distribuzione mondiale della capitalizzazione bancaria nel 1999, e nel 2009. Non è certo un mistero: oggi sono i capitali cinesi a mantenere artificialmente in vita l’economia USA, e la politica di Obama deve mantenere ad ogni costo aperto il canale di accesso a quel denaro.

Il problema è politico e in assenza di un correttivo l’Europa rischia di trovarsi in un angolo, costretta a rispondere al fuoco incrociato dei due colossi con l’unica e terribile arma che le resta. La “bomba atomica” della guerra mondiale economica che viviamo oggi, e cioè il protezionismo.

Se l’analisi appena fatta si avvicina anche solo di poco alla realtà, presto torneremo a un mercato chiuso e caratterizzato dagli accordi bilaterali. E si tratterà di un mercato del tutto incapace, per la sua stessa natura, di mantenere dimensioni anche solo paragonabili rispetto a quello attuale.

Godiamoci tutti un meritato respiro di sollievo, quindi, ma non distogliamo l’attenzione. Perchè ancora molto deve accadere, e ancora molto deve cambiare, prima di lasciarci questa crisi alle spalle…

Il giocatore

Scritto da Mauro Buti 3 marzo 2009

Ieri le borse americane hanno perso circa il 4%, e l’indice Dow Jones è sceso di oltre 300 punti, fermandosi nei pressi di quota 6700. Non era difficile prevederlo, in risposta ai dati drammatici della produzione industriale (mercato auto: -24,4%), e alle tante brutte notizie che ieri hanno perseguitato i mercati (Londra in crisi per la colossale richiesta di ricapitalizzazione da parte della HSBC, Wall Street in ginocchio di fronte alle perdite di AIG…)

Tempo fa avevo indicato intorno ai 7000 punti la soglia endemica oltre la quale i mercati rischiavano di entrare nel panico. La cifra non era casuale. A metà dell’ottobre del 2007 il Dow toccò il suo massimo storico, volando oltre quota 14000. Poi, il crollo. In poco meno di un anno e mezzo il valore dell’indice si è dimezzato, fino ad arrivare al 6763 di oggi.
Durante la crisi del 1929 il Dow ci mise circa due anni ad arrivare alla metà del suo valore pre-crisi, scendendo da oltre 300 punti a 150 fra l’aprile del 1929 e l’aprile del 1931. Nei sei mesi successivi si dimezzò ulteriormente, raggiungendo quota 70 all’inizio del 1932.

Ci sono pochi dubbi, oramai, sul fatto che questa sia una delle peggiori crisi economica di tutti i tempi. Come si è già detto più volte le debolezze che affliggono il mercato sono strutturali, e finiscono acuite sia dalla globalizzazione, sia dall’impossibilità di trovare una soluzione univoca e comune in mezzo a troppi interessi contrapposti.

Ma cosa significa esattamente questa crisi? Da dove proviene e quale è il principio perverso che continua ad alimentarla, lasciando gli operatori increduli a domandarsi se e quando si toccherà finalmente il fondo?

La risposta è “così semplice che quasi viene da piangere”.
Si prende un sistema economico come il capitalismo. Un sistema che promuove la crescita e lo sviluppo premiando in maniera meritocratica chi eccelle e chi fatica. Lo si shakera con il mercato globale, mettendo in competizione realtà sociali e costi di manodopera che non hanno nulla a che vedere gli uni con gli altri. Si aggiunge alla miscela una adeguata quantità di miracolosi “derivati e nuovi prodotti finanziari”, e cioè la possibilità di scommettere sulla crescita complessiva del sistema ottenendo denaro e dividendi al netto della fatica di dover davvero competere con le fabbriche cinesi. Così appena la crescita si ferma, e arrivano i due cubetti di ghiaccio forniti da una flessione netta delle borse, il cocktail è pronto. Ed è esplosivo.

Allo stato attuale delle cose la rete sospesa nel vuoto che separa i mercati dal tracollo definitivo è il sostegno statale. Fintantochè i governi coprono le perdite di tutti i grandi gruppi a rischio di fallimento il pericolo di vedere una corsa contro il tempo verso i bancomat, e i soldi dei risparmiatori nei materassi, è tutto sommato marginale. Si tratta, però, di una situazione che non potrà essere mantenuta all’infinito, specie se le cose continuano a peggiorare.

In tutto questo è curioso e affascinante osservare il braccio di ferro che coinvolge Barack Obama e i mercati azionari. Il Presidente degli Stati Uniti ha deciso di reagire al dramma in corso in una maniera insieme logica, ed incredibilmente audace: alzando la posta. Obama non si vuole limitare a tamponare e superare la crisi, ma intende piuttosto cavalcarla per imporre all’estabilishment (la famosa aristocrazia “vecchia e bianca” che da decenni regge i cordoni dell’economia mondiale) una radicale ristrutturazione di stampo progressista.
Dopo decenni in cui il guadagno individuale è rimasto un valore sacro e intoccabile, il presidente americano ha deciso di “aggiustare le cose” agendo come un moderno Robin Hood. Togliendo ai ricchi per dare ai poveri, e riducendo di conseguenza la forbice che separa le diverse classi sociali.

Inutile dire come una agenda del genere possa irritare i mercati, specie se si considera che a controllarli sono, per la maggior parte, proprio coloro a cui ci si propone di togliere. La politica di Obama costituisce una scommessa di proporzioni colossali: investire un fiume di denaro per promuovere le classi più deboli e disagiate, sfruttare la cosa per mantenere in piedi l’economia, e intanto accumulare debito pubblico e tassare senza pietà le fasce di reddito più alte e le “corporazioni cattive”, ingrassate oltre ogni misura negli anni di boom.

Se il piano riesce Obama passerà alla storia come uno statista di immensa statura, capace di inventare da zero un nuovo e moderno modello di stato sociale. Se fallisce, per le resistenze interne delle lobby o piuttosto perchè il sistema globale si stanca di prestare soldi a perdere e di lasciare agli americani le redini dell’economia mondiale, beh…

Traduco da un ottimo articolo dell’economista repubblicano Phil Levy:

Un verdetto ancora più chiaramente negativo sull’approccio di Obama arriva dai celebri e molto chiaccherati “credit default swaps”. Si tratta di prodotti finanziari che funzionano come contratti di assicurazione, e pagano dividendi se un debitore fallisce di ottemperare il suo debito. L’assicurazione costa maggiormente quanto più aumenta la possibilità di un fallimento. E l’idea di una situazione del genere per il governo americano è passata di recente da “impensabile” a circa il 10% per i prossimi 5 anni.

Tutto è sempre possibile, e questo è particolarmente vero durante un momento di crisi profonda come quello che viviamo oggi. I mercati azionari, asfissiati dal loro vizio di “scommettere” su se stessi con i prodotti derivati, hanno appena trovato sulla loro strada un legislatore che non ha paura di alzare la posta, e che sembra intenzionato a giocarsi il tutto per tutto fin dalla prima mano. Non resta che aspettare, quindi. Nei prossimi mesi, quando la situazione al tavolo si sarà fatta ancora più rovente, avremo modo di vedere coi nostri occhi dove ci stia trascinando di preciso l’inesauribile “audacia della speranza” di Mr Obama…

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