Si parla molto di stupri, ultimamente.
E quello della violenza sulle donne è un problema orribile, ci mancherebbe. Uno dei figli più nauseanti della frustrazione e del malessere sociale.
Io però sono un malpensante, e non riesco ad evitare un parallelo con l’ultima grande ondata di discorsi sul tema. Ricordate l’occasione? Correva l’aprile del 2008 e Gianni Alemanno e Francesco Rutelli si contendevano la poltrona di primo cittadino di Roma, rimasta vacante dopo le dimissioni di Walter Veltroni. Alemanno annaspava nei sondaggi quando in maniera incidentale e per nulla pilotata le prime pagine dei giornali e le aperture dei TG nazionali cominciarono a riempirsi con le dettagliate narrazioni di terribili ed angoscianti casi di stupro.
Commenti dei familiari delle vittime, commenti del circondiario e degli abitanti del quartiere, commenti degli esperti. E poi via, al grido di “Sicurezza!”, “Controllo sugli immigrati!”, “Impronte digitali ai bambini rom!”… Qualche settimana di fermento e, strano ma vero, è proprio Alemanno a spuntarla e a conquistare una delle poltrone più preziose ed importanti del nostro paese.
Allora forse è il caso di parlare di stupri, e nello specifico dello stupro più terribile che sta avvenendo, lo stupro della ragione. Panorama, una rivista difficilmente tacciabile di partigianeria antiberlusconiana, ha riportato di recente alcune statistiche del Viminale relative al problema degli stupri. Non addentriamoci nell’annosa disquisizione che potrebbe nascere dalle percentuali di immigrati e di italiani che si macchiano dell’odioso delitto, anche perché le statistiche sembrano dare informazioni contrastanti a seconda di chi le riporta.
Limitiamoci a riflettere sui numeri assoluti. Nell’ultimo anno (2008) gli stupri sono diminuiti di una decina di punti percentuale rispetto al precedente. Secondo voi si ha questa percezione, oggi, guardando la televisione e leggendo i giornali? A livello nazionale si contano circa 5000 episodi all’anno. 500 nella sola Milano, 150 a Bologna, e via di questo passo…
Quale può mai essere la difficoltà di trovare un episodio da mettere sulla prima pagina di un giornale all’occorrenza? Ce ne sono una quindicina al giorno fra cui scegliere…
Il problema degli stupri infatti non vive di esplosioni e di casi drammatici. È un problema costante, regolarmente presente, che registra fluttuazioni tutto sommato marginali nel corso degli anni. Eppure torna alle luci della ribalta in maniera periodica, a seconda dell’occorrenza.
Difficile pensare che la cosa non sia un mezzo come un altro per distrarre l’opinione pubblica. Del resto qualunque tema va bene, pur di non dover parlare di economia.
Il nostro paese ha aumentato il suo rapporto debito pubblico/PIL di 5 punti nel solo 2008. È una notizia dai risvolti drammatici e importantissimi per tutti noi, eppure vale poco meno di un trafiletto rispetto alle malefatte del “branco”, e all’invasione dei rumeni e degli ultracorpi. Viaggiamo a vele spiegate verso il caos e il tracollo, oramai se ne sono resi conto tutti i commentatori più autorevoli. Parla di un decennio di stagnazione il celeberrimo economista Nouriel Roubini, parla di rischio di una catastrofe il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, parla di crisi destinata a peggiorare anche un insospettabile come il proprietario di Sky Rupert Murdoch. Persino il gigante degli affari e delle speculazioni George Soros commenta come “non si veda la fine del collasso del sistema finanziario mondiale”.
In Italia invece parliamo di immigrazione, intercettazioni, giustizia e problema sicurezza.
Le poche volte che Berlusconi si degna di menzionare l’economia lo fa per criticare il “pessimismo dei media” o per sostenere come la posizione dell’Italia sia solida e a scarso rischio. È falso, naturalmente, e lo conferma lui stesso quando spiega che l’ipotesi di nazionalizzare delle banche da noi non è praticabile. Il motivo è semplice, e non verte certo sulla solidità di Unicredit e Banca Intesa (in caduta libera da mesi): al contrario della stragrande maggioranza degli stati occidentali l’Italia è oppressa da un debito pubblico immenso, e non può permettersi nemmeno di pensare di sostenere il collasso di un grande gruppo fornendo della liquidità a livello statale.
Nel frattempo non si fermano gli sprechi, nè si riduce il disgustoso privilegio di cui si circondano le nostre classi dirigenti. Così fra 260mila euro per le agendine ai senatori, e il crack del comune di Catania, il nostro debito continua ad aumentare in barba alle finanziarie di tagli e sangue varate dal ministro Tremonti.
In queste condizioni se una Fiat qualunque crolla e si trova costretta ad affrontare la crisi nera in cui già versano colossi come AIG, non ci resterà che piangere.
Questo lo raccontano, i giornali e le televisioni?