Non eri Einstein. Non eri niente.
9 aprile 2009
(L’immagine è rubata dallo splendido The Big Picture, del Boston Globe. Il titolo, invece, cita un interessante esponente della blogosfera italiana. Una parte della dedica va in maniera sacrosanta a me stesso, ma molto prima e con molto più rispetto il post è per gli studenti rimasti sottoterra ad Aquila. È dedicato alla rabbia e all’amarezza di tutti coloro che oggi guardano allibiti come stiano davvero andando le cose. Spero faccia male perchè è stato difficile scriverlo. Ma il cuore si deve indurire, e gli occhi devono diventare di ghiaccio. Perchè si riesca ancora a combattere quanto è così palesemente ingiusto e sbagliato in questo paese)
Che dire…
Che dire di fronte alle case distrutte dal terremoto in Abruzzo? Che dire mentre i media riportano senza sosta immagini di morte, dolore e distruzione? Forse non c’è nulla da dire. Il circo va avanti. Un altro giro di ruota. Si prosegue ancora, destinazione sempre incerta.
Napolitano: “Ci sia un esame di coscienza, nessuno è senza colpa”.
È vero, presidente. Nessuno è senza colpa.
E allora iniziamo a guardare in faccia alle nostre, di colpe. Le colpe dei giovani, dei quali mi sento orgoglioso esponente nonostante la soglia dei 30 alle porte. La colpa di essere stati deboli, per cominciare. Di avere assistito inermi. Di esserci illusi di un mondo “fresco & frizzante”, come un bell’aperitivo milanese, mentre bevevano solo gli altri.
Peccato, ragazzi. Mi sanguina il cuore a dirlo, ma è finita la pacchia.
Non ce ne siamo accorti, e gli altri clienti hanno spazzolato il bancone. Però sereni, per tornare a casa si è scelto bene: guida quello che ha bevuto più di tutti…
…
Gli edifici in macerie mostrano a tempo pieno chi siamo e dove siamo.
E non è solo brutto e male. Siamo la protezione civile. Siamo i volontari che donano il sangue. Siamo la gente che si sente coinvolta. Siamo il dolore, lo sgomento. Siamo anche la parte buona di noi stessi.
Eppure guardiamo quasi senza battere ciglio gli edifici antisismici crollati. Gli ospedali nuovi di pacca costruiti col calcestruzzo tagliato, con il cemento armato marcio. Come racconta Marco Travaglio ad AnnoZero…
E di fronte a una cosa del genere che dire? È sempre quello il problema…
Non è poi così diverso dalla monnezza a Napoli, dopotutto. O dai comuni coi milioni di deficit. O da Mastella alle europee. Dai processi a Bassolino. Dai baroni in università. Dai primari lottizzati, prorprio come i dirigenti Rai. Da Brunetta che chiama gli studenti “guerriglieri”. Da Fede in televisione, mentre tutti i nostri migliori comici stanno a casa. Ci mancherebbe, non sia mai: non sono all’altezza. E poi c’è pur sempre Berlusconi al G20, per chi ha voglia di farsi un sorriso…
La verità è sempre là fuori, basta solo guardarla. E un caso come l’Abruzzo offre il vantaggio di mostrarla meglio. La si può fissare dritta negli occhi. Non in televisione, nei talk show con i pareri colti degli opinionisti. La verità è dove sta sempre. In mezzo alla gente, fra la polvere e i calcinacci. Dove speculazione e sciacallaggio fanno banchetto di dolore e sofferenza. Sta in quei mattoni caduti che sembrano la Gomorra di Saviano: sangue nudo e crudo su cui si poggiano le fondamenta del nostro paese.
Eppure anche di fronte a tutto questo non vediamo nulla. Non vediamo quello che succede davvero, e perchè… Non andiamo a fondo. Non ci chiediamo di chi sia la colpa. Non riusciamo mai nemmeno ad ammetterlo fra i denti, di chi sia la colpa. La dividiamo, certo. Ma poi bariamo sulle parti che spettano a ciascuno, e allora non vale…
E come stupirsi?
Siamo pur sempre in Italia. Il paese in cui la regola aurea è fare i furbi e rubare. Non lo sapevate? Ehi amici, ma dove vivete? Evasione fiscale oltre 270 miliardi di euro. Un quinto del prodotto interno lordo. A dichiarare oltre 100.000 euro oggi è lo 0,9% dei contribuenti…
Viviamo in un mondo sommerso. E spero che almeno qualcuno fra voi sia di quelli con le bombole d’ossigeno, ma al di là delle situazioni personali è evidente come qualcosa non funzioni. Ci deve essere per forza un errore di fondo, da qualche parte.
Quindi, questa colpa? Qualcuno ne ha una più grossa? E soprattutto ciascuno pagherà in proporzione alla sua? Ommioddio, chi se li deve pagare, alla fine, i famosi aperitivi?
Oggi in italia il concetto di colpa e di proporzione si sta perdendo. Era già accaduto in passato, prima di tangentopoli, e sta succedendo di nuovo. Niente colpe, niente responsabilità… Dietro alle sbarre i morti di fame, sempre fuori gli approfittatori e i colletti bianchi.
E il problema è più profondo di così. Il problema è dappertutto. Ovunque. È nello stato complessivo delle cose. Accartocciato e arroccato. Inamovibile, inattaccabile, indiscutibile. E forse lo si può riassumere in una singola domanda, mortalmente importante: “Che futuro stiamo sognando, oggi?“.
Spesso sembra una domanda che in Italia non ci poniamo più. Non si sogna nessun futuro, perchè oggi si sopravvive giusto col vecchio e col passato. Ma perchè? Perchè non voler mai ascoltare, non voler mai vedere, non voler mai cambiare? Perchè la parte più vera delle tragedie passa sempre sotto silenzio?
Da quanto tempo non crediamo in nulla di affascinante, di strano, di diverso? Da quanto tempo ripetiamo sempre gli stessi sbagli? Come società siamo diventati prigionieri della parte peggiore di noi stessi, bisogna accettarlo. E se esiste davvero una colpa comune, che condividiamo tutti, è proprio questa. Abbiamo rinunciato a vedere e a capire.
Tutto sta cambiando continuamente. Spirano fortissimi, ovunque, venti di novità e rivoluzione. E non sarà necessariamente per il meglio, specie se invece di cavalcarli ci lasciamo travolgere. In un momento di crisi come questo la nostra scelta sociale è la stessa di tutti: possiamo decidere se vogliamo adattarci, o se preferiamo morire. Accettare la macchina a vapore, o insistere con i telai a mano. Credere nella vecchia maniera, nel solito modo di fare, nel privilegio acquisito, in quella diseguaglianza sociale che abbiamo oggettivamente e scientificamente prodotto in decenni. O piuttosto in qualcosa di nuovo. Almeno una volta. Almeno un pochino. Anche solo una miserabile goccia di cambiamento. Potrebbe fare la differenza, mentre si arranca in un deserto di inamovibile staticità…
Il vero terremoto dei nostri giorni affligge la società e la politica ben prima della terra. E il pericolo è tremendo, perchè anche di fronte alle piccole scosse di assestamento che precedono il sisma vero, e che finalmente sentiamo tutti, la nostra società non vuole cambiare. Non vuole adattarsi. Non vuole spostarsi. Non è nè flessibile nè antisismica. Come la Casa dello Studente di Aquila.
Quale futuro state sognando, oggi?




















