Mauro Buti

Political & Social Networking…

Home » Posts tagged 'd’alema'

Lungimiranza…

Scritto da Mauro Buti 31 gennaio 2010

Il PD ha prontamente raccolto il campanello d’allarme del trionfo di Nichi Vendola, facendo tesoro dell’ennesima lezione subita alle urne.

Il candidato nella regione Campania non verrà scelto tramite le primarie (non sia mai, potrebbe vincere un nome diverso da quello indicato dall’apparato). Si chiude quindi il trionfale quinquennio di Antonio Bassolino, con un processo ancora in corso, in fremente attesa di essere mannaiato dalla nuova legge sul processo breve.

Il cambio di marcia e la nuova stagione vengono affidati all’attuale Sindaco di Salerno, il dalemiano Vincenzo De Luca. Attualmente indagato per truffa aggravata e falso.

Complimenti per la scelta, e auguri

Posted via email from Mauro Buti

Gli equilibri della politica

Scritto da Mauro Buti 25 gennaio 2010

Massimo D’Alema e il suo pupillo Francesco Boccia hanno incassato nella giornata di domenica una ennesima sconfitta clamorosa per il PD.
Allo stato attuale delle cose, e non me ne vogliano i tifosi, la situazione del partito più grande dell’opposizione ricorda molto da vicino quella che sta vivendo nel campionato di calcio la Juventus. Le batoste si accumulano una dietro l’altra in una spirale vertiginosa e inarrestabile, ma nè l’allenatore nè la dirigenza riescono a rassegnarsi di fronte all’inevitabile. Eppure il momento di crisi è tanto e tale da rendere evidente come il bene della società possa passare solo da un “auto-esonero” collettivo.

Un grande ciclo è finito, e per aprirne uno nuovo occorre al più presto farsi da parte, e lasciare spazio ad altri soggetti.
Ma in politica, come ben sappiamo, è impossibile anche solo parlarne.

Il concetto di andarsene dopo una sconfitta non fa parte del vocabolario del buon Massimo, nè di quello della nomenclatura nazionale. Non a caso tutti continuano imperterriti a perdere senza mai nemmeno sognarsi di fare un passo indietro, e da circa 20 anni non vediamo una singola faccia nuova. Capezzone escluso, in effetti. Ma pur riconoscendo i meriti di Pannella nel formare nuovi dirigenti credo sia lecito sperare in qualcosa di diverso dai soli ex-radicali. Specie quelli che da un giorno all’altro si riscoprono strenui difensori del diritto alla vita di Eluana Englaro

Le primarie pugliesi e il plebiscito per Vendola confermano alcuni concetti chiave:

  • le primarie sono una delle cose migliori che la politica italiana abbia prodotto negli ultimi decenni. Costituiscono l’unico metodo attualmente esistente per togliere ai partiti la sovranità assoluta, e negare loro la possibilità di commettere errori all’infinito senza rischiare nessuna punizione. Non a caso nel PD si mangiano le mani per aver commesso lo sbaglio di introdurle…
  • la politica dei due forni non è apprezzata dall’elettorato, e ho l’impressione che al di là delle presidenze di regione ottenute o perse, le urne la puniranno nel suo complesso. Il PD, ammesso di sopravvivere al voto regionale, dovrà riflettere su quanto sia costato il suo atteggiamento ambiguo e mellifluamente moderato in termini di consenso. Inseguire le bizze di un furbacchione navigato come Pierferdinando Casini può portare a una alleanza, certo. Ma se le alleanze distruggono il sostegno della base, fino a quando il gioco vale la candela?
  • il leader di una forza nazionale da 2%, fintantochè è credibile a livello umano, vale come e più di un candidato sostenuto dai partiti. Questo apre un mondo di possibilità ai piccoli, e soprattutto all’Italia dei Valori. Le primarie si possono fare anche in Campania. In Calabria. Si potrebbero e si dovrebbero fare ovunque. Se diventassero una prassi inserirebbero in un mercato monopolizzato, la politica, il concetto di concorrenza. La gente sostiene il candidato migliore a prescindere dalla sigla. In una situazione del genere i partiti per primi si trovano costretti a scegliere i propri nomi con oculatezza, e non solo secondo utilità e patti di scambio.

Le elezioni sono imminenti, gli equilibri politici oltremodo instabili, e l’impressione che qualcosa di nuovo stia arrivando si fa sempre più forte.
Di qualunque cosa si tratti, non giungerà mai un secondo troppo presto…

Posted via email from Mauro Buti

State of The Union

Scritto da Mauro Buti 29 dicembre 2009

Buongiorno a tutti, e auguri per un buon 2010.

Esattamente un anno fa su queste pagine ci eravamo interrogati sulla crisi, e sull’agenda del nuovo presidente americano, chiamato a scegliere fra l’audacia della speranza e il freddo pragmatismo della ragione. Dopo dodici mesi di mandato possiamo già trarre delle prime conclusioni.

Barack Obama è, per sua stessa ammissione, un “New Democrat“. Così come Bill Clinton prima di lui, l’attuale presidente ritiene che sia necessaria una posizione terza rispetto al pressing dell’ala più radicale dei democratici, a stretto contatto con il centro dello schieramento politico. Certo, il primo presidente nero è vicino ai liberali nelle tematiche sociali e sulla green energy, ma dal punto di vista economico è chiaro da tempo come la Casa Bianca abbia sposato una visione moderata, non troppo lontana da quella dei conservatori.

Si tratta di un rischio immenso.

Nel corso del suo primo anno Obama ha ottenuto diversi successi e importanti aperture di credito. Ha ripulito l’immagine dell’America all’estero, ha avviato la chiusura di Guantanamo, ha portato quasi a conclusione la storica Riforma della Sanità, si è riproposto come interlocutore credibile nei dialoghi con Israele, ha incassato un insperato (e forse inopportuno) Nobel per la Pace… Certo non mancano dei lati oscuri, come la debacle al vertice di Copenhagen o quella della candidatura di Chicago ai Giochi Olimpici, ma nel complesso il bilancio è più che positivo. Purtroppo in termini assoluti la cosa conta poco, se non nulla. Non a caso la popolarità del presidente continua a scendere, e si è attestata in questi giorni al di sotto della soglia psicologica del 50%.

Nel 2009 mi sono permesso a più riprese di prevedere come la promozione o la bocciatura del nuovo governo USA sarebbe dipesa dall’andamento dell’economia. Quando le pance si svuotano e il malcontento serpeggia, del resto, storia insegna come gli occhi della gente si puntino su cose concrete e tangibili. Soldi e lavoro, ad esempio…

Per il 2010 offro ai miei venticinque lettori una previsione altrettanto facile: la situazione attuale non durerà.
L’apparente stabilità economica appena raggiunta è figlia di un fragile equilibrio. Rappresenta un breve momento di quiete costruito con fatica a tavolino, e prelude ad altri momenti difficili e ad altre azioni forti da parte dei governi.

Strappare un paziente in grave crisi dal rischio di morte è sicuramente lodevole, ma non costituisce di per sè condizione sufficiente per garantire una guarigione. Ed è proprio questo è il punto: nell’ansia immediata del sopravvivere ci stiamo dimenticando di valutare l’esistenza (o la non esistenza) di un percorso credibile per recuperare un sistema oramai compromesso. Così mentre la stabilità e il relativo benessere delle borse sembrano parlarci di pericolo sventato e crisi superata, sono la maggior parte degli indicatori macroeconomici (su tutti la disoccupazione) a ricordarci come la situazione di difficoltà perduri. Il paziente è vivo, ma in coma farmacologico. Non appena l’iniezione di denaro pubblico che lo mantiene a galla verrà a mancare il rischio di una nuova fase acuta è dietro l’angolo.

La deduzione è quasi elementare specie se si considera che i mercati sono risaliti secondo gli stessi assurdi principi alla base del loro crollo nel 2008.

L’intera finanza americana si è risollevata grazie al diabolico meccanismo denominato “carry trade“. Di cosa si tratta? Semplice: finchè la Federal Reserve tiene i tassi di interesse a zero per dare ossigeno alle banche, speculare è di una facilità irrisoria. Mi faccio prestare dei dollari a costo zero, li investo in altra valuta al 3-4%, e incasso. Come bere un bicchier d’acqua…

Il dollaro crolla, gli americani sono felici perchè la cosa da respiro alle esportazioni, e il resto del mondo fa buon viso a cattivo gioco perchè con l’economia americana in ripresa almeno si può sperare di rialzarci tutti, appoggiandosi al buon vecchio Zio Sam. Dove sta l’inghippo?
Ce lo ricorda l’economista Nouriel Roubini: “mother of all carry trades faces an inevitable bust“. La bolla scoppierà, così come scoppiano tutte le bolle. Prima o poi il dollaro arresterà la sua caduta libera, la Fed alzerà i tassi, e quando arriveranno le prime richieste di copertura sui prestiti erogati il mercato si riscoprirà nudo di fronte ad un altro crollo epocale.

Obama ha fatto la sua scelta: salvare lo status quo e i mercati ad ogni costo. Punire la colpevole Wall Street e abbandonarla al suo destino avrebbe avuto conseguenze catastrofiche e inaccettabili. Ma lo stesso vale per la scelta di salvare il salvabile a spese del contribuente, che ha a sua volta un prezzo diseducativo enorme. A ricevere i benefici dell’iniezione di liquidità statale, infatti, non sono stati nè i lavoratori (oppressi dalla disoccupazione) nè le imprese (oppresse dal rischio di fallimento). Sono stati proprio coloro che la crisi l’hanno generata, e cioè i banchieri. Che a fronte di una nuova e ampia disponibilità di denaro hanno ripreso a fare il loro mestiere preferito: investire e speculare, creando “sovraricchezza” sul nulla.

Così l’economia reale piange, e quella virtuale vola. Il presidente fa la voce grossa e parla di una nuova stagione di rigore, i banchieri annuiscono con fare grave fregandosi le mani, e le condizioni al contorno si avviano a tornare identiche a quelle che hanno portato alla catastrofe del 2008.

La linea pragmatica dell’uomo nuovo dell’Illinois corre sul filo sottile che separa il compromesso dalla sconfitta. Schiacciato dal malcontento della sua base liberale, dalla pressione dei repubblicani, e da una situazione economica che vive sull’orlo del tracollo Obama tenta di governare con equilibrio e misura. Gli auguro ogni bene e ammiro la sua azione politica, ma la mia impressione è che i tempi in cui viviamo non siano più adatti ad equilibrio e misura. Come dissi già un anno fa:

“Ad essere in ginocchio è l’intero meccanismo di produzione e di consumo. E la scelta di mantenere in vita il sistema erogando denaro pubblico, per quanto inevitabile, potrebbe rivelarsi un boomerang. Specie se è vero, come è vero, che attualmente produciamo di più rispetto a quanto il sistema sia in grado di sostenere, e nel corso dei prossimi anni dovremmo scendere in maniera più o meno naturale al livello sostenibile. Dove questo livello si posizioni è un mistero per tutti, ma non è inverosimile che sia *molto* più basso rispetto a quando ci immaginiamo e consideriamo normale oggi. Questo perchè la crisi attuale non è una crisi puramente economica, ma è una crisi strutturale, nella quale elementi distinti concorrono. Esiste una crisi ambientale, una crisi dovuta alla sovrappopolazione, una crisi dovuta alla disumana sproporzione di condizioni di vita fra ricchi e poveri, una crisi politica e militare nel Medio Oriente e in molte altre zone calde, e forse esiste anche quella crisi di morale e costumi che lamentano le professioni religiose più intransigenti.

Oggi viviamo in una società che non può fermarsi. Abituati da anni a correre e ad inseguire il futuro ci stiamo finalmente accorgendo, senza peraltro rallentare, di starne costruendo uno che somiglia più alle tinte fosche del cyberpunk e alla pioggia di Blade Runner, che alle utopie di energia pulita, sole splendente, e macchine volanti.”

Se quanto sopra è vero ancora oggi, e io credo lo sia, le politiche di compromesso che l’amministrazione americana ha perseguito nel 2009 stanno solo rimandando il momento della verità. Arraffano qualche secondo e qualche respiro di tregua, ma non toccano la sostanza del problema. Il paziente non guarirà, e le cose cambieranno di conseguenza. Che lo si voglia o no…

Quanto più ci si oppone a questa mutazione di equilibri così inevitabile e drastica, tanto più traumatica sarà la fase di transizione. Misura ed equilibrio, del resto, pagano solo se il sole splende e il futuro è rosa. Di fronte alla tempesta, invece, occorrono temerarietà e coraggio. Valori che, forse, sono al di là delle possibilità dell’intera società occidentale, oramai troppo vecchia, avida, e stanca per accettare di cambiare.

Due parole conclusive anche sulla situazione italiana, come da tradizione.
Silvio Berlusconi ha lanciato l’idea di dialogo e riconciliazione fra le parti dopo l’attentato di cui è stato vittima pochi giorni fa. La cosiddetta “stagione dell’amore”. Subito i soliti noti, guidati dall’ex primo ministro Massimo D’Alema, si sono messi sull’attenti e hanno reagito con parole al miele, auspicando l’avvio di una nuova fase costituente.

Nemmeno mi spreco a sorridere sulla tragedia in termini di consenso elettorale che verrebbe provocata da questo rozzo tentativo di inciucio.
Mi limito a notare come troppi politici siano ipnotizzati dall’andamento dei sondaggi, e dal consenso del premier. Dati assai poco indicativi in un periodo incerto come quello attuale.

Nuove formazioni stanno nascendo, problemi politici irrisolvibili minacciano l’integrità dei partiti più grandi (è credibilissimo che il PdL si scinda entro breve, mentre nel PD il movimento è già in atto, e acquisirà ulteriore slancio dopo la batosta prevista per le elezioni regionali), e nel complesso il futuro è oscuro e ignoto per tutti. In una situazione come questa i punti si riguadagnano e (soprattutto) si perdono con estrema rapidità. Le fluttazioni sono endemiche, e l’assenza di un trend preciso fotografa una opinione pubblica sull’orlo di una crisi di nervi, in attesa spasmodica della valanga in arrivo. Il popolo italiano beccheggia da un lato e dall’altro seguendo il moto della nave, senza capire perchè il timoniere stia puntando dritto al centro dell’uragano, e senza avere la più pallida idea di chi possa guidare la nave al suo posto. Intanto il vento soffia fortissimo, i lavoratori vanno sui tetti, le imprese chiudono a raffica, la cifra di disoccupazione fra i giovani sfiora il 30%, e il debito pubblico è fuori controllo (1800 miliardi, in aumento). Il Paese somiglia da vicino a un coniglio confuso che vaga in mezzo alla strada, e osserva rapito i fanali dei camion di passaggio.

Berlusconi si illude. L’attentato di un pazzo non può cambiare uno stato di cose già compromesso, e l’illusione di rialzarsi seguendo l’onda americana resterà tale. La ripresa non è iniziata, e non inizierà a breve. Nè per loro, nè per noi. All’orizzonte si profila per tutti un periodo solitario, nel quale l’Italia, così come gli altri paesi in difficoltà, si ritroverà costretta a fronteggiare i suoi problemi storici e le sue idiosincrasie. Rotta fra ipotesi di protezionismo, recrudescenze isolazionistiche, e ammiccamenti nemmeno troppo velati alla seccessione del nord padano.

Una situazione già di per se insostenibile, che sarà ulteriormente aggravata dal dramma in cui versano le casse dello stato. E che non potrà durare.
Il 2010 sarà un anno che ricorderemo a lungo. Nel bene e nel male

Grazie di cuore a tutti i lettori, ancora auguri, e restate sintonizzati su queste pagine nei prossimi mesi. Stiamo lavorando per voi…

“We are the ones we’ve been waiting for. We are the change that we seek.

Posted via email from Mauro Buti

Ahimè Massimo quanto fa male, codesta trista bicamerale

Scritto da Mauro Buti 23 novembre 2009

Massimo D’Alema non sarà Mr Pesc.

Al termine di una serie di discussioni serrate è emerso il nome di Catherine Ashton, spinto da un accordo di ferro fra il premier britannico Gordon Brown, e quello spagnolo Zapatero. Il balletto delle responsabilità politiche è iniziato immediatamente. Il leader del Partito Socialista Europeo Martin Schulz (il famoso “kapò” vittima nel 2003 delle ire berlusconiane), dopo aver apertamente sostenuto il nome di D’Alema durante le fasi di trattativa, ha accusato in una intervista a “La Repubblica” il Governo italiano del mancato sostegno al proprio candidato. Il Ministro degli Esteri Frattini, come ovvio, ha subito smentito in maniera secca, senza celare un certo disappunto.

D’Alema dovrebbe forse ricordare che i tanti anni di corteggiamenti, avvicinamenti, e pizzini trasmessi dal fido braccio destro Latorre hanno sempre prodotto un unico risultato: il nulla. Berlusconi, che pur con tutti i suoi difetti politicamente è e rimane parecchio più lucido dei suoi ridicoli avversari, aveva ben poco interesse nel togliere uno dei galli più rumorosi e ingombranti dal confuso e disordinato pollaio degli avversari. E infatti, strano ma vero, non l’ha fatto.

Berlusconi in tutta la sua storia politica non ha mai nemmeno concepito l’idea di interessi comuni o di interessi istituzionali. Gli unici interessi che ha sempre e coerentemente perseguito sono stati i suoi. Bastano quindici anni di sberle e batoste (bicamerale, mancato governo delle riforme dopo la caduta di Prodi, infiniti accordi saltati, le regolari rotture istituzionali con i presidenti della Repubblica, e per ultimo il recente caso di Mr Pesc) per rassegnarsi, oppure vogliamo controllare ancora un’altra volta soltanto, per essere proprio sicuri?

Posted via email from Mauro Buti

Inquietanti sensazioni…

Scritto da Mauro Buti 15 ottobre 2009

Leggo su “La Repubblica” di un primo contatto informale fra D’Alema e Berlusconi.
Nel momento in cui le forze che minacciano il premier sono più che altro interne non è da escludere che l’aiuto e la garanzia di sopravvivenza vengano esattamente da dove sono sempre venute negli ultimi vent’anni.

Più e più volte la sinistra ha avuto occasione di assestare il colpo di grazia. L’ultima giusto prima della caduta del governo Prodi: Fini bollò il celeberrimo “discorso dal predellino“, con cui Berlusconi fondò il PdL, parlando di comiche finali, ed escluse in maniera categorica di voler confluire nel nuovo partito. Così Veltroni ebbe la geniale idea di riesumare la salma politica dell’avversario invitandolo al dialogo sulla legge elettorale, e scatenò l’ira funesta di Clemente Mastella. Il resto è storia…

Nonostante le invitanti occasioni la sinistra fu spesso strumentale nel garantire ad un “acerrimo nemico” la sopravvivenza. E’ un fatto.

Il congresso del PD incombe, così come lo spettro di scissioni e di un futuro politico confuso e illeggibile per il nostro paese. Chissà che a caratterizzarlo non sia la dorata abitudine italiana all’inciucio. Quella che ha già prodotto leggi illuminate come l’indulto

Posted via email from Mauro Buti

  • RSS
  • Delicious
  • Digg
  • Facebook
  • Twitter
  • Linkedin
  • Youtube

Il mio Twitter

Seguimi

  • Mauro Buti - Pagina Facebook
  • Mauro Buti - Twitter
  • Mauro Buti - Feed RSS
  • Pagina di Italia dei Valori