State of the Union
2 gennaio 2012
Buongiorno a tutti i fedeli lettori, e buon 2012!
Il blog langue, a causa del lavoro e dell’inevitabile pausa mentale che segue a ogni battaglia elettorale (daje ronzinà!!!). Ma la passione politica resta immutata, e insieme a lei le tradizioni.
Quarto appuntamento con il post più lungo dell’anno, lo “State of the Union” (2009 – 2010 – 2011). Come in passato parleremo ad ampio respiro di politica nazionale, di massimi sistemi e (novità) anche delle mie personalissime prospettive politiche.
Nel 2011 il quadro politico internazionale ha subito una serie di scossoni importanti. La primavera araba, il costante stato di crisi delle economie occidentali, Bin Laden freddato dagli americani, il disastro nucleare di Fukushima… Non ci siamo annoiati, dopotutto. Ma l’impressione è che i grandi sconvolgimenti attesi in medio-oriente, ai quali a suo modo aveva dato il La il discorso al Cairo di Barack Obama, rischino di concretizzarsi in un nulla di fatto. Non sarebbe la prima volta: transizioni traumatiche in paesi a bassa scolarizzazione si trasformano spesso in un trionfo di fondamentalisti e ali estreme. Tutto cambia di modo che nulla cambi davvero: una sorta di gattopardo nostrano in salsa internazionale.
Negli US Obama affronterà a breve la rielezione per il secondo mandato. La congiuntura per lui è molto negativa, specie dal punto di vista economico. Ciò nonostante sono lo stesso fiducioso. L’uomo è un animale da competizione elettorale, e gli avversari sono poveri dal punto di vista della leadership. Romney è ampiamente battibile (bello da vedere, ma privo di un reale carisma politico) e i vari inguardabili che piacciono al Tea Party hanno alte probabilità di riuscire a massacrarsi da soli casomai arrivassero fino a novembre. Insomma si può e si deve farcela, tantopiù che la tradizione americana tende a premiare la continuità. Incrociamo le dita…
Anche ammesso di farcela, però, il problema più grosso verrà dopo. Il senatore dell’Illinois che ci aveva promesso il cambiamento finora non è stato all’altezza delle immense aspettative suscitate nel 2008. In realtà dal punto di vista della politica concreta di fieno in cascina ne è stato messo parecchio (sanità, politica estera, energia & green economy, ecc.) ma la chiave di volta del mandato di Obama stava nell’economia, e l’economia non è cambiata. Nonostante le condizioni favorevolissime per imporre un giro di vite alla legislazione dei mercati, e immaginare un modello più sostenibile rispetto allo sfrenato capitalismo che ci ha portati sull’orlo del baratro, Obama non ha avuto sufficiente forza e volontà per voltare pagina. Così banche e lobby si sono salvate, mentre buona parte del resto del mondo continua ad affondare. Too bad.
L’orizzonte economico rimane incerto e molto complesso. Quattro anni fa si intravedeva come una delle possibili evoluzioni della crisi fosse quella di guadagnare tempo rimandando il problema. Così è stato: a tanto ci è servito passare dal debito privato a quello pubblico. Ma i bubboni pestilenziali (Grecia, Portogallo, Spagna, la stessa Italia…) oramai sono sparsi ovunque, e prima o poi il tempo scadrà di nuovo. Ad oggi:
- L’area euro non può tenere in queste condizioni. Se la Germania non vuole fare l’eurobond si va verso una spaccatura in due, o (peggio) una frammentazione totale
- Non esiste il concetto di default controllato per uno stato di medie-grandi dimensioni. Se ne viene giù uno l’effetto domino sarà inevitabile
A prescindere da tutto ciò i mercati hanno vissuto lo stesso una fase di gioiosa e spensierata risalita. Il Dow Jones è di nuovo saldamente a cinque cifre, eppure l’oro rimane alle stelle e i fondamentali (cioè i soldi che stanno davvero in tasca a chi lavora) sono spaventosi. Non siamo vicini a una soluzione, e ce lo ricorda giustamente Paul Krugman: Keynes aveva ragione. Non c’è discussione: imporre ricette draconiane e recessive (come la UE ha fatto e sta facendo in Grecia, in Italia, in Portogallo) non può essere il volano per rilanciare un paese in crisi. Il rigore è ottimo per i momenti di crescita e di euforia, non per le fasi in cui si tira la cinghia. Ma molti stati in UE non possono fare ulteriore debito perché ne hanno già fatto troppo in passato, la formichina tedesca non vuole sobbarcarsi le colpe di troppe cicale, e così si continua in un walzer di non-scelte, di propositi, di annunci. In sostanza si tira a campare sperando che passi la nottata. La scelta di non scegliere è di per se stessa una scelta, e sarà proprio questo il peccato politico capitale che segnerà il mandato di Frau Merkel. L’unico flebile raggio di speranza in tutto questo può venire dalla Francia. Se, come pare dai sondaggi, l’avventura di Sarkozy volgerà al capolinea, il futuro presindente Hollande ha già lasciato capire come la politica economica verrà ampiamente rivista (si legge: eurobond). Speriamo che non sia troppo tardi, e che il marito di Carlà prosegua imperterrito nel suo suicidio politico.
L’Italia invece va in controtendenza: secondo tradizione storica quando siamo di fronte a un suicidio politico si fa di tutto per scongiurare il nefasto evento. E così è stato: centrosinistra ampiamente vincente, Silvio oramai cadavere, e guarda caso i soliti noti del PD sono riemersi dalle nebbie con il salvagente. Dicono che fare un governo tecnico sia stato inevitabile, e che senza sarebbe stata la catastrofe. Forse. Che è un eufemismo per dire: tutte balle. Coi “se” si può dire di tutto, ma non esiste un singolo motivo per cui un governo tecnico (con la golden share di Berlusconi) dovesse essere preferibile agli occhi dei mercati rispetto alla prospettiva di elezioni e di una clamorosa sconfitta dello stesso Berlusconi. Infatti lo spread non si sta muovendo molto, passato il vento speculativo iniziale.
Quadro semplicissimo. Bersani *vuole* andare ad elezioni. Se si andasse ad elezioni del resto Bersani sarebbe il premier. Mimì e Cocò, anagrafe Veltroni e D’Alema, non vogliono andare ad elezioni. Per responsabilità, certo. Oddio, mi viene in mente con un certo dolore anche qualcun altro che a sua tempo aveva parlato di responsabilità, ma lasciamo perdere. Rimane pur sempre vero che senza andare ad elezioni Bersani potrebbe benissimo non essere il premier, in favore di altri culi da appoggiare sull’ambita sedia. Così Mimì e Cocò, per una volta d’accordo, escono a favore del governo tecnico. E Bersani (il quale oltre a non essere il ritratto del leader carismatico sognato dal centrosinistra non è un cuor di leone) teme di veder esplodere il suo partito e abbozza. Non si va ad elezioni. Silvio ha a disposizione un po’ di tempo per rifarsi la verginità e preparare la campagna elettorale contro il governo delle tasse imposto dalla sinistra. Lo scenario è di nuovo aperto, noi come sempre non abbiamo più uno straccio di coalizione credibile, e il PD è terrorizzato sia dall’idea di fare delle alleanze che da quella di perdere le primarie.
Già, le primarie… L’anno scorso il candidato del PD ha perso in tutte le città più importanti dove ci sono state elezioni. La gente è ancora elettrizzata dai trionfi arancioni di Milano e Napoli. Dal miracolo dei referendum. Si direbbe che ci sia stata una importante lezione politica da apprendere, eppure i dirigenti che hanno straperso e riperso sono ancora tutti là, e il loro sport nazionale sembra essere quello di trovare la scusa più plausibile per segare il mio partito e includere i centristi di Casini. Meglio i cannoli di Totò rispetto a chi ha lottato all’ultimo sangue per anni contro la deriva di Silvio. Si governa più facilmente, ci mancherebbe…
Di questo passo non impareremo mai. Ma la speranza è l’ultima a morire: vedremo se la gente darà ragione all’incazzatura di Tonino, e al nostro terribile populismo, o se gli italiani preferiranno morire strozzati dai vari D’Alema, Veltroni e Casini. Il cambiamento che vogliamo deve partire dal basso, e chi fa politica non può e non deve smettere di avere fiducia nella gente. Se il PD sceglierà una coalizione aberrante o cercherà di legiferare appositamente per escluderci confido in una importante punizione alle urne. E anche se a causa di incredibili errori da parte dei dirigenti ci toccherà ancora Silvio (il pericolo è sempre concreto, mai abbassare la guardia), varrà come ulteriore spinta a cambiare. Qualcosa prima o poi deve cambiare per forza, in questo paese.
Nell’attesa (e nella speranza di non morire aspettando) veniamo all’ultima parte, e cioè alle mie personali prospettive politiche. La delusione delle elezioni comunali è stata immensa. O meglio due delusioni sono state immense: la mia sconfitta, e la decisione di Pisapia di escludere IdV dalla giunta. Immagino che le promesse pre-elettorali valgano più o meno come le assicurazioni di Silvio sull’eleganza delle sue cene a base di bunga-bunga, ma il dolore di vedere un uomo di SEL prestarsi a una sciagurata manovra politica per includere i centristi (Tabacci) e lasciare fuori noi è stato forse il più bruciante i miei lunghi anni di militanza.
Ciò nonostante la vita va avanti, e il Sindaco è pur sempre il Sindaco, e io sono pur sempre il primo dei non eletti nella mia lista. Chi lo sa, forse la soddisfazione di fare il consigliere comunale nella mia città riuscirò a togliermela. Il nostro consigliere attuale, Raffaele Grassi, è primo dei non eletti in Regione Lombardia, e in politica tutto può sempre succedere. Se lui riuscisse a migliorare la sua posizione potrei subentrare in qualunque momento. Ma nel caso (ahimé probabile) che non succeda nulla non avrò a disposizione altre elezioni nelle quali sia plausibile pensare di ottenere un risultato. Almeno non a breve. Le mie due campagne elettorali mi hanno insegnato tantissimo, ma ottenere delle preferenze è uno sforzo mostruoso e la mia capacità di muoverne è molto limitata. Da principio mi illudevo che tirare in mezzo amici e conoscenti sarebbe stata una bazzecola, ma in realtà è vero il contrario. In campagna elettorale in pochissimi ti aiutano. E la politica è un movimento di gruppo: senza coinvolgere trionfare diventa impossibile.
Oggi so tantissime cose in più di politica e di campagne elettorali. Oltre ai massimi sistemi conosco bene gli aspetti più beceri e pratici. E sento più che mai mia la frustrazione di una intera generazione. Non sono più un precario, e almeno io ho avuto le mie chance e non posso lamentarmi, ma troppi traguardi e troppe occasioni rimangono del tutto inaccessibili a chi è giovane e tenta di farcela partendo dal basso. Non so come si possa risolvere questo dramma. Questo cancro che di fatto ha distrutto e costretto all’agonia il nostro paese. Ma un’altra cosa ho imparato in questi anni, ed è che fare politica vuol dire assumersi delle responsabilità e lottare anche e soprattutto per chi non ha né la forza né la voglia di partecipare. E quindi pazienza se non ci saranno altre elezioni a breve. Non mollerò la politica. Mai. Oramai non riesco più nemmeno pensarci. E al di là delle alterne fortune della sorte sono molto grato a Mr Di Pietro di avermi dato una casa nella quale sono sempre stato orgoglioso di abitare. Pur con tutti i (tanti) problemi e le difficoltà. Italia dei Valori non è perfetta, ma più passa il tempo e più non vorrei essere da nessuna altra parte. A prescindere da percentuali, alleati che ci vogliono morti, arrabbiature, e delusioni. L’Italia ha bisogno di noi, e nel mio piccolo appena rientro a Milano rifaccio la tessera. Tiè.
Un abbraccio a chi è sopravvissuto a leggere fin qui. Continuare a seguire, o se preferite tornate a fare un giro fra un po’. Non è mai finita fino a che non è davvero finita. E non è finita… ![]()
Daicazzo. Buon 2012.



















