Mauro Buti

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State of the Union

Scritto da Mauro Buti 2 gennaio 2012

Buongiorno a tutti i fedeli lettori, e buon 2012!

Il blog langue, a causa del lavoro e dell’inevitabile pausa mentale che segue a ogni battaglia elettorale (daje ronzinà!!!). Ma la passione politica resta immutata, e insieme a lei le tradizioni.
Quarto appuntamento con il post più lungo dell’anno, lo “State of the Union” (200920102011). Come in passato parleremo ad ampio respiro di politica nazionale, di massimi sistemi e (novità) anche delle mie personalissime prospettive politiche.

Nel 2011 il quadro politico internazionale ha subito una serie di scossoni importanti. La primavera araba, il costante stato di crisi delle economie occidentali, Bin Laden freddato dagli americani, il disastro nucleare di Fukushima… Non ci siamo annoiati, dopotutto. Ma l’impressione è che i grandi sconvolgimenti attesi in medio-oriente, ai quali a suo modo aveva dato il La il discorso al Cairo di Barack Obama, rischino di concretizzarsi in un nulla di fatto. Non sarebbe la prima volta: transizioni traumatiche in paesi a bassa scolarizzazione si trasformano spesso in un trionfo di fondamentalisti e ali estreme. Tutto cambia di modo che nulla cambi davvero: una sorta di gattopardo nostrano in salsa internazionale.

Negli US Obama affronterà a breve la rielezione per il secondo mandato. La congiuntura per lui è molto negativa, specie dal punto di vista economico. Ciò nonostante sono lo stesso fiducioso. L’uomo è un animale da competizione elettorale, e gli avversari sono poveri dal punto di vista della leadership. Romney è ampiamente battibile (bello da vedere, ma privo di un reale carisma politico) e i vari inguardabili che piacciono al Tea Party hanno alte probabilità di riuscire a massacrarsi da soli casomai arrivassero fino a novembre. Insomma si può e si deve farcela, tantopiù che la tradizione americana tende a premiare la continuità. Incrociamo le dita…

Anche ammesso di farcela, però, il problema più grosso verrà dopo. Il senatore dell’Illinois che ci aveva promesso il cambiamento finora non è stato all’altezza delle immense aspettative suscitate nel 2008. In realtà dal punto di vista della politica concreta di fieno in cascina ne è stato messo parecchio (sanità, politica estera, energia & green economy, ecc.) ma la chiave di volta del mandato di Obama stava nell’economia, e l’economia non è cambiata. Nonostante le condizioni favorevolissime per imporre un giro di vite alla legislazione dei mercati, e immaginare un modello più sostenibile rispetto allo sfrenato capitalismo che ci ha portati sull’orlo del baratro, Obama non ha avuto sufficiente forza e volontà per voltare pagina. Così banche e lobby si sono salvate, mentre buona parte del resto del mondo continua ad affondare. Too bad.

L’orizzonte economico rimane incerto e molto complesso. Quattro anni fa si intravedeva come una delle possibili evoluzioni della crisi fosse quella di guadagnare tempo rimandando il problema. Così è stato: a tanto ci è servito passare dal debito privato a quello pubblico. Ma i bubboni pestilenziali (Grecia, Portogallo, Spagna, la stessa Italia…) oramai sono sparsi ovunque, e prima o poi il tempo scadrà di nuovo. Ad oggi:

  • L’area euro non può tenere in queste condizioni. Se la Germania non vuole fare l’eurobond si va verso una spaccatura in due, o (peggio) una frammentazione totale
  • Non esiste il concetto di default controllato per uno stato di medie-grandi dimensioni. Se ne viene giù uno l’effetto domino sarà inevitabile

A prescindere da tutto ciò i mercati hanno vissuto lo stesso una fase di gioiosa e spensierata risalita. Il Dow Jones è di nuovo saldamente a cinque cifre, eppure l’oro rimane alle stelle e i fondamentali (cioè i soldi che stanno davvero in tasca a chi lavora) sono spaventosi. Non siamo vicini a una soluzione, e ce lo ricorda giustamente Paul Krugman: Keynes aveva ragione. Non c’è discussione: imporre ricette draconiane e recessive (come la UE ha fatto e sta facendo in Grecia, in Italia, in Portogallo) non può essere il volano per rilanciare un paese in crisi. Il rigore è ottimo per i momenti di crescita e di euforia, non per le fasi in cui si tira la cinghia. Ma molti stati in UE non possono fare ulteriore debito perché ne hanno già fatto troppo in passato, la formichina tedesca non vuole sobbarcarsi le colpe di troppe cicale, e così si continua in un walzer di non-scelte, di propositi, di annunci. In sostanza si tira a campare sperando che passi la nottata. La scelta di non scegliere è di per se stessa una scelta, e sarà proprio questo il peccato politico capitale che segnerà il mandato di Frau Merkel. L’unico flebile raggio di speranza in tutto questo può venire dalla Francia. Se, come pare dai sondaggi, l’avventura di Sarkozy volgerà al capolinea, il futuro presindente Hollande ha già lasciato capire come la politica economica verrà ampiamente rivista (si legge: eurobond). Speriamo che non sia troppo tardi, e che il marito di Carlà prosegua imperterrito nel suo suicidio politico.

L’Italia invece va in controtendenza: secondo tradizione storica quando siamo di fronte a un suicidio politico si fa di tutto per scongiurare il nefasto evento. E così è stato: centrosinistra ampiamente vincente, Silvio oramai cadavere, e guarda caso i soliti noti del PD sono riemersi dalle nebbie con il salvagente. Dicono che fare un governo tecnico sia stato inevitabile, e che senza sarebbe stata la catastrofe. Forse. Che è un eufemismo per dire: tutte balle. Coi “se” si può dire di tutto, ma non esiste un singolo motivo per cui un governo tecnico (con la golden share di Berlusconi) dovesse essere preferibile agli occhi dei mercati rispetto alla prospettiva di elezioni e di una clamorosa sconfitta dello stesso Berlusconi. Infatti lo spread non si sta muovendo molto, passato il vento speculativo iniziale.

Quadro semplicissimo. Bersani *vuole* andare ad elezioni. Se si andasse ad elezioni del resto Bersani sarebbe il premier. Mimì e Cocò, anagrafe Veltroni e D’Alema, non vogliono andare ad elezioni. Per responsabilità, certo. Oddio, mi viene in mente con un certo dolore anche qualcun altro che a sua tempo aveva parlato di responsabilità, ma lasciamo perdere. Rimane pur sempre vero che senza andare ad elezioni Bersani potrebbe benissimo non essere il premier, in favore di altri culi da appoggiare sull’ambita sedia. Così Mimì e Cocò, per una volta d’accordo, escono a favore del governo tecnico. E Bersani (il quale oltre a non essere il ritratto del leader carismatico sognato dal centrosinistra non è un cuor di leone) teme di veder esplodere il suo partito e abbozza. Non si va ad elezioni. Silvio ha a disposizione un po’ di tempo per rifarsi la verginità e preparare la campagna elettorale contro il governo delle tasse imposto dalla sinistra. Lo scenario è di nuovo aperto, noi come sempre non abbiamo più uno straccio di coalizione credibile, e il PD è terrorizzato sia dall’idea di fare delle alleanze che da quella di perdere le primarie.

Già, le primarie… L’anno scorso il candidato del PD ha perso in tutte le città più importanti dove ci sono state elezioni. La gente è ancora elettrizzata dai trionfi arancioni di Milano e Napoli. Dal miracolo dei referendum. Si direbbe che ci sia stata una importante lezione politica da apprendere, eppure i dirigenti che hanno straperso e riperso sono ancora tutti là, e il loro sport nazionale sembra essere quello di trovare la scusa più plausibile per segare il mio partito e includere i centristi di Casini. Meglio i cannoli di Totò rispetto a chi ha lottato all’ultimo sangue per anni contro la deriva di Silvio. Si governa più facilmente, ci mancherebbe…

Di questo passo non impareremo mai. Ma la speranza è l’ultima a morire: vedremo se la gente darà ragione all’incazzatura di Tonino, e al nostro terribile populismo, o se gli italiani preferiranno morire strozzati dai vari D’Alema, Veltroni e Casini. Il cambiamento che vogliamo deve partire dal basso, e chi fa politica non può e non deve smettere di avere fiducia nella gente. Se il PD sceglierà una coalizione aberrante o cercherà di legiferare appositamente per escluderci confido in una importante punizione alle urne. E anche se a causa di incredibili errori da parte dei dirigenti ci toccherà ancora Silvio (il pericolo è sempre concreto, mai abbassare la guardia), varrà come ulteriore spinta a cambiare. Qualcosa prima o poi deve cambiare per forza, in questo paese.

Nell’attesa (e nella speranza di non morire aspettando) veniamo all’ultima parte, e cioè alle mie personali prospettive politiche. La delusione delle elezioni comunali è stata immensa. O meglio due delusioni sono state immense: la mia sconfitta, e la decisione di Pisapia di escludere IdV dalla giunta. Immagino che le promesse pre-elettorali valgano più o meno come le assicurazioni di Silvio sull’eleganza delle sue cene a base di bunga-bunga, ma il dolore di vedere un uomo di SEL prestarsi a una sciagurata manovra politica per includere i centristi (Tabacci) e lasciare fuori noi è stato forse il più bruciante i miei lunghi anni di militanza.

Ciò nonostante la vita va avanti, e il Sindaco è pur sempre il Sindaco, e io sono pur sempre il primo dei non eletti nella mia lista. Chi lo sa, forse la soddisfazione di fare il consigliere comunale nella mia città riuscirò a togliermela. Il nostro consigliere attuale, Raffaele Grassi, è primo dei non eletti in Regione Lombardia, e in politica tutto può sempre succedere. Se lui riuscisse a migliorare la sua posizione potrei subentrare in qualunque momento. Ma nel caso (ahimé probabile) che non succeda nulla non avrò a disposizione altre elezioni nelle quali sia plausibile pensare di ottenere un risultato. Almeno non a breve. Le mie due campagne elettorali mi hanno insegnato tantissimo, ma ottenere delle preferenze è uno sforzo mostruoso e la mia capacità di muoverne è molto limitata. Da principio mi illudevo che tirare in mezzo amici e conoscenti sarebbe stata una bazzecola, ma in realtà è vero il contrario. In campagna elettorale in pochissimi ti aiutano. E la politica è un movimento di gruppo: senza coinvolgere trionfare diventa impossibile.

Oggi so tantissime cose in più di politica e di campagne elettorali. Oltre ai massimi sistemi conosco bene gli aspetti più beceri e pratici. E sento più che mai mia la frustrazione di una intera generazione. Non sono più un precario, e almeno io ho avuto le mie chance e non posso lamentarmi, ma troppi traguardi e troppe occasioni rimangono del tutto inaccessibili a chi è giovane e tenta di farcela partendo dal basso. Non so come si possa risolvere questo dramma. Questo cancro che di fatto ha distrutto e costretto all’agonia il nostro paese. Ma un’altra cosa ho imparato in questi anni, ed è che fare politica vuol dire assumersi delle responsabilità e lottare anche e soprattutto per chi non ha né la forza né la voglia di partecipare. E quindi pazienza se non ci saranno altre elezioni a breve. Non mollerò la politica. Mai. Oramai non riesco più nemmeno pensarci. E al di là delle alterne fortune della sorte sono molto grato a Mr Di Pietro di avermi dato una casa nella quale sono sempre stato orgoglioso di abitare. Pur con tutti i (tanti) problemi e le difficoltà. Italia dei Valori non è perfetta, ma più passa il tempo e più non vorrei essere da nessuna altra parte. A prescindere da percentuali, alleati che ci vogliono morti, arrabbiature, e delusioni. L’Italia ha bisogno di noi, e nel mio piccolo appena rientro a Milano rifaccio la tessera. Tiè. :)

Un abbraccio a chi è sopravvissuto a leggere fin qui. Continuare a seguire, o se preferite tornate a fare un giro fra un po’. Non è mai finita fino a che non è davvero finita. E non è finita… :)
Daicazzo. Buon 2012.

Auguri, fanciulle! :)

Scritto da Mauro Buti 8 marzo 2011

Mazzo-di-mimose

Sono un po’ commosso dalla risposta che si sta generando sulla questione della Casa 139. A riguardo arriveranno ulteriori aggiornamenti al più presto, anche perchè da venerdì in poi non siamo stati fermi un secondo, nè abbiamo intenzione di fermarci nei prossimi giorni. E questo clima di adorabile comunanza di intenti e “battaglia giusta” è perfetto per concedersi il lusso di qualche mimosa sul blog, e per fare i miei più sentiti auguri alla metà del cielo che preferisco. Se non ci foste voi saremmo rovinati, quindi grazie di esistere e abbiate pazienza se invece ci siamo noi (e proprio per quello tendenzialmente siamo rovinati… :D )

Buon 8 marzo!!!

State of the Union

Scritto da Mauro Buti 10 gennaio 2011

Buongiorno a tutti i fedeli lettori, e buon 2011!

Come oramai tradizione cominciamo il nuovo anno con una analisi dello stato attuale della politica mondiale e italiana.
Partiamo dalle cose più importanti: Obama e i democratici hanno subito una sconfitta durissima alle elezioni di mid-term. Le cause sono molteplici, ma possono essere riassunte con il celebre detto dell’era Clinton: “It’s the economy, stupid”. La debacle elettorale è stata una naturale conseguenza del tasso di disoccupazione elevato, e di mercati nervosi di fronte a un futuro oscuro, e a una crisi ancora tutta da affrontare.

Lo hanno ricordato in questi giorni sia il nostro Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che il suo collega statunitense Tim Geithner (da segnalare anche l’ottimo articolo del giornalista Federico Rampini).
Cerchiamo di riassumere i fatti. La linea scelta dall’amministrazione Obama in ambito economico è stata tutto sommato morbida. Nonostante le parole di fuoco e le promesse di rigore si è rivelato impossibile attaccare l’estabilishment di Wall Street in maniera troppo diretta. Così passata la bufera si è riprodotto grossomodo lo stesso status quo che la crisi l’aveva generata. Il problema di liquidità è stato trasferito dalle banche ai debiti pubblici, e il rischio di insolvenza di Lehman Brothers è diventato quello degli stati sovrani.

Una situazione nella quale l’infelice ruolo di anello debole della catena spetta all’area euro, fragile a causa della sua impossibilità di operare una politica monetaria comune. Le varie realtà del vecchio continente sono troppo diverse fra loro per trovare una soluzione che piaccia a tutti, così i cinesi e gli americani hanno buon gioco a svalutare la loro moneta, mantengono alto il livello di esportazioni, e lasciano la UE al palo. Diversi paesi membri affrontano condizioni disperate e si avviano a crollare senza che sia possibile fare nulla di concreto per impedirlo. L’unica medicina a disposizione è quella tedesca, e si tratta di un intruglio amarissimo: rifinanziare i debiti con tassi da capestro, e prevedere drastici tagli alla spesa pubblica e al welfare come procedura di rientro.

La prospettiva quindi è quella di indebitarsi ulteriormente, e fare fronte alle cambiali diminuendo gli stipendi, le pensioni, e le possibilità di lavoro nel settore pubblico… Non suona proprio come un volano perfetto per rilanciare i consumi e la crescita, vero? Infatti non lo è. Anche perchè se ad andare sott’acqua è un paese di piccole dimensioni e scarsa rilevanza economica sullo scacchiere internazionale (Grecia, Islanda, Irlanda) è facile immaginare di tenerlo artificialmente in piedi, ma cosa potrebbe mai succedere se a cantare il de profundis fosse una nazione di dimensioni ben diverse (Italia, Spagna)?

Lo spettro è ancora una volta quello del terrore sui mercati e dell’effetto domino. Soluzione? Nessuna definitiva. È notizia di questi giorni come i cinesi stiano già intervenendo sul debito spagnolo. Andiamo quindi incontro ad uno scenario di paesi emergenti in crescita a sostegno di un vecchio e debole occidente fino al termine della buriana?

Difficile che il modello possa durare nel lungo periodo. Esattamente come accade in Europa gli interessi sono troppo diversi e lontani, e i decenni di età dell’oro e crescita sembrano essere alle nostre spalle. Se lo stato di crisi perdura, e si trasforma in stagnazione, presto o tardi l’egoismo e l’autosufficienza diventeranno più importanti della tenuta del mercato globale. Il punto cruciale del contendere saranno quindi le risorse naturali e le materie prime, molto prima di farlocche ricchezze di carta. Per allora la Cina avrà già consolidato un vantaggio strategico decisivo e avrà in pugno la possibilità di togliere ossigeno all’occidente a suo piacimento. Avremo quindi pazienti sotto metadone, mantenuti artificialmente in vita da chi convive in simbiosi con loro, mentre infurierà uno strano braccio di ferro fra le spinte protezionistiche da un lato, e le minacce di “staccare la spina” dall’altro.

Riflettevamo già negli anni scorsi sulle difficili scelte a cui andava incontro Barack Obama. In maniera logica la sua decisione è stata quella di salvare il sistema nel suo complesso, e di adottare una strategia prudente. Una scelta ottima in tempi ordinari, ma potenzialmente pericolosissima e letale in periodi fuori dal comune come quello che stiamo vivendo oggi. La sconfitta subita alle urne vale come avviso. Forse l’unico. Il mondo non si può accontentare di uno dei presidenti più brillanti ed efficaci degli ultimi decenni (l’approvazione della riforma sanitaria è stato uno spettacolare lavoro di pragmatismo e politica, e nel complesso tutto il primo biennio Obama è stato ricco di iniziative coraggiose e di risultati). Non basta. Oggi c’è bisogno di qualcosa di più audace e fuori dal comune. Il cambiamento non è più una speranza a cui ambire per il futuro, è una necessità immediata e imprescindibile per salvare il presente.

Come di fronte ad un mutamento climatico globale la nostra scelta è darwiniana: Evolve, or die. La rielezione di Obama si giocherà sulla sua capacità di comunicare di nuovo un senso di distacco e di evoluzione rispetto al passato, oltre che sulla disoccupazione e sui dati economici. Se l’uomo nuovo dell’Illinois cadrà nella polvere la Casa Bianca tornerà conservatrice. E con ogni probabilità si chiuderà in se stessa, dando inizio a una nuova era economica basata sul protezionismo e sugli accordi bilaterali piuttosto che sul mercato globale.

La destra americana (e mondiale) del futuro difficilmente sarà liberale, come nella tradizione del secolo scorso. Ulteriore dimostrazione dell’inizio di una fase politica post-ideologica, nella quale le distinzioni più nette saranno quella fra posizioni progressiste e conservatrici. Un futuro complesso, e con ogni probabilità cupo, povero e spietato. Con lo spauracchio del melting-down economico, il collasso di sistema, a sostituire le oramai superate bombe atomiche nell’immaginario collettivo del disastro globale. Nel 2011 si continuerà a correre sulla sottile linea rossa, navigando a vista in equilibrio precario, con un ridotto margine di errore. La speranza è che, come già accaduto in passato, l’enorme entità della sfida diventi lo stimolo per produrre un “salto in avanti” concettuale, che rinnovi le nostre concezioni politiche e sociali più o meno come la rete e il web hanno rivoluzionato le telecomunicazioni. Tutto è sempre possibile, ed alla fine è proprio quando il gioco si fa più duro che i duri cominciano a giocare (speriamo sia di buon auspicio anche per le imminenti elezioni comunali… :D )

Due parole conclusive sulla nostra bella Italia. L’estrema debolezza di Berlusconi dovrebbe portarci alle urne nel prossimo anno. In diverse commissioni cruciali (federalismo e bilancio) il governo è già in minoranza da tempo a causa dell’uscita degli uomini di FLI. Non credo che la situazione verrà risolta con la campagna acquisti, e posta l’impossibilità di un rimpasto e di un accordo, l’unica ipotesi restante è quella del voto. Ci attende una campagna elettorale difficile e cruenta, al termine della quale possiamo prevedere una situazione di stallo e (con un po’ di fortuna) il definitivo tramonto dell’era berlusconiana. Nel frattempo per buona certezza l’opposizione è e rimane allo sbando. Non riesco a pensare nessun termine migliore di “istinto suicida” per commentare quella parte del PD che vuole escluderci dalla coalizione di governo per cercare accordo con UDC e FLI (che nemmeno lo vogliono). Meglio Cuffaro e gli ex-fascisti del tremendo Di Pietro, a quanto pare.

Il PD è un partito che è ininterrottamente sceso dal momento della sua nascita in poi. Ha perso tutte le consultazioni elettorali a partire dal 2008, e ha perso e continua a perdere anche le sue adorate primarie. Quelle incise sulle tavole di pietra dello Statuto, alle quali Beppe Grillo non può partecipare, e delle quali Nichi Vendola non può parlare. Ad un osservatore disattento potrebbe quasi sembrare che esista un problema legato alla classe dirigente e alla strategia. Invece no. Si perdono le elezioni e le primarie? Perfetto, allora smettiamo di fare le primarie, e se possibile smettiamo di fare anche le elezioni. Nel frattempo non cambia mai una faccia, e la dialettica interna rimane chiusa intorno ai due galli nel pollaio, Veltroni e D’Alema. Bisticciano da 30 anni, ma niente paura: questo non gli ha certo impedito di firmare tutte le disgrazie più importanti della storia del centro-sinistra italiano. Finirà mai? Aveva ragione Nanni Moretti?

Vedremo. Ma per il 2011 sono ottimista. Il futuro non è un ometto di quasi 75 anni con il cranio bitumato (cit) che continua a sparare ***CENSURA*** a reti unificate. Il cambiamento che stiamo aspettando siamo sempre e solo noi. La scelta è chiara: lottare ed evolverci, o morire.

Buon anno! :)

Angurie! :)

Scritto da Mauro Buti 25 dicembre 2010

Buon Natale! Ci si rivede nei prossimi giorni per l’oramai tradizionale appuntamento con lo “State of The Union”…

Abbiamo fatto 30, facciamo anche 31…

Scritto da Mauro Buti 28 ottobre 2010

Qualche giorno fa, e per la precisione il 22 di ottobre, il vostro affezionatissimo ha compiuto 31 anni. Ufficialmente non faccio più parte del gruppo giovani del mio partito, essendo diventato a tutti gli effetti un vecchiaccio. Va da se come il sottoscritto rimanga giovanissimo dentro (lo so, lo so, dicono tutti così:D ) quindi evitiamo facili ironie.

Nel corso della giornata la mia pagina facebook si è riempita di saluti e messaggi. Contando anche i ritardatari mi sono attestato oltre quota 130, totalizzando il record di auguri di tutta la mia personale carriera.

Well, che dire… Grazie. Adorabili voi, e adorabili le nuove tecnologie. Come regalo temo vi toccherà sopportare un’altra stagione di disavventure politiche. Restate sintonizzati, mettetevi comodi e armatevi di pop corn: il prossimo anno sarà a dir poco cruciale, e si preannuncia ricco di contenuti e di sorprese.

Buona visione!

State of The Union

Scritto da Mauro Buti 29 dicembre 2009

Buongiorno a tutti, e auguri per un buon 2010.

Esattamente un anno fa su queste pagine ci eravamo interrogati sulla crisi, e sull’agenda del nuovo presidente americano, chiamato a scegliere fra l’audacia della speranza e il freddo pragmatismo della ragione. Dopo dodici mesi di mandato possiamo già trarre delle prime conclusioni.

Barack Obama è, per sua stessa ammissione, un “New Democrat“. Così come Bill Clinton prima di lui, l’attuale presidente ritiene che sia necessaria una posizione terza rispetto al pressing dell’ala più radicale dei democratici, a stretto contatto con il centro dello schieramento politico. Certo, il primo presidente nero è vicino ai liberali nelle tematiche sociali e sulla green energy, ma dal punto di vista economico è chiaro da tempo come la Casa Bianca abbia sposato una visione moderata, non troppo lontana da quella dei conservatori.

Si tratta di un rischio immenso.

Nel corso del suo primo anno Obama ha ottenuto diversi successi e importanti aperture di credito. Ha ripulito l’immagine dell’America all’estero, ha avviato la chiusura di Guantanamo, ha portato quasi a conclusione la storica Riforma della Sanità, si è riproposto come interlocutore credibile nei dialoghi con Israele, ha incassato un insperato (e forse inopportuno) Nobel per la Pace… Certo non mancano dei lati oscuri, come la debacle al vertice di Copenhagen o quella della candidatura di Chicago ai Giochi Olimpici, ma nel complesso il bilancio è più che positivo. Purtroppo in termini assoluti la cosa conta poco, se non nulla. Non a caso la popolarità del presidente continua a scendere, e si è attestata in questi giorni al di sotto della soglia psicologica del 50%.

Nel 2009 mi sono permesso a più riprese di prevedere come la promozione o la bocciatura del nuovo governo USA sarebbe dipesa dall’andamento dell’economia. Quando le pance si svuotano e il malcontento serpeggia, del resto, storia insegna come gli occhi della gente si puntino su cose concrete e tangibili. Soldi e lavoro, ad esempio…

Per il 2010 offro ai miei venticinque lettori una previsione altrettanto facile: la situazione attuale non durerà.
L’apparente stabilità economica appena raggiunta è figlia di un fragile equilibrio. Rappresenta un breve momento di quiete costruito con fatica a tavolino, e prelude ad altri momenti difficili e ad altre azioni forti da parte dei governi.

Strappare un paziente in grave crisi dal rischio di morte è sicuramente lodevole, ma non costituisce di per sè condizione sufficiente per garantire una guarigione. Ed è proprio questo è il punto: nell’ansia immediata del sopravvivere ci stiamo dimenticando di valutare l’esistenza (o la non esistenza) di un percorso credibile per recuperare un sistema oramai compromesso. Così mentre la stabilità e il relativo benessere delle borse sembrano parlarci di pericolo sventato e crisi superata, sono la maggior parte degli indicatori macroeconomici (su tutti la disoccupazione) a ricordarci come la situazione di difficoltà perduri. Il paziente è vivo, ma in coma farmacologico. Non appena l’iniezione di denaro pubblico che lo mantiene a galla verrà a mancare il rischio di una nuova fase acuta è dietro l’angolo.

La deduzione è quasi elementare specie se si considera che i mercati sono risaliti secondo gli stessi assurdi principi alla base del loro crollo nel 2008.

L’intera finanza americana si è risollevata grazie al diabolico meccanismo denominato “carry trade“. Di cosa si tratta? Semplice: finchè la Federal Reserve tiene i tassi di interesse a zero per dare ossigeno alle banche, speculare è di una facilità irrisoria. Mi faccio prestare dei dollari a costo zero, li investo in altra valuta al 3-4%, e incasso. Come bere un bicchier d’acqua…

Il dollaro crolla, gli americani sono felici perchè la cosa da respiro alle esportazioni, e il resto del mondo fa buon viso a cattivo gioco perchè con l’economia americana in ripresa almeno si può sperare di rialzarci tutti, appoggiandosi al buon vecchio Zio Sam. Dove sta l’inghippo?
Ce lo ricorda l’economista Nouriel Roubini: “mother of all carry trades faces an inevitable bust“. La bolla scoppierà, così come scoppiano tutte le bolle. Prima o poi il dollaro arresterà la sua caduta libera, la Fed alzerà i tassi, e quando arriveranno le prime richieste di copertura sui prestiti erogati il mercato si riscoprirà nudo di fronte ad un altro crollo epocale.

Obama ha fatto la sua scelta: salvare lo status quo e i mercati ad ogni costo. Punire la colpevole Wall Street e abbandonarla al suo destino avrebbe avuto conseguenze catastrofiche e inaccettabili. Ma lo stesso vale per la scelta di salvare il salvabile a spese del contribuente, che ha a sua volta un prezzo diseducativo enorme. A ricevere i benefici dell’iniezione di liquidità statale, infatti, non sono stati nè i lavoratori (oppressi dalla disoccupazione) nè le imprese (oppresse dal rischio di fallimento). Sono stati proprio coloro che la crisi l’hanno generata, e cioè i banchieri. Che a fronte di una nuova e ampia disponibilità di denaro hanno ripreso a fare il loro mestiere preferito: investire e speculare, creando “sovraricchezza” sul nulla.

Così l’economia reale piange, e quella virtuale vola. Il presidente fa la voce grossa e parla di una nuova stagione di rigore, i banchieri annuiscono con fare grave fregandosi le mani, e le condizioni al contorno si avviano a tornare identiche a quelle che hanno portato alla catastrofe del 2008.

La linea pragmatica dell’uomo nuovo dell’Illinois corre sul filo sottile che separa il compromesso dalla sconfitta. Schiacciato dal malcontento della sua base liberale, dalla pressione dei repubblicani, e da una situazione economica che vive sull’orlo del tracollo Obama tenta di governare con equilibrio e misura. Gli auguro ogni bene e ammiro la sua azione politica, ma la mia impressione è che i tempi in cui viviamo non siano più adatti ad equilibrio e misura. Come dissi già un anno fa:

“Ad essere in ginocchio è l’intero meccanismo di produzione e di consumo. E la scelta di mantenere in vita il sistema erogando denaro pubblico, per quanto inevitabile, potrebbe rivelarsi un boomerang. Specie se è vero, come è vero, che attualmente produciamo di più rispetto a quanto il sistema sia in grado di sostenere, e nel corso dei prossimi anni dovremmo scendere in maniera più o meno naturale al livello sostenibile. Dove questo livello si posizioni è un mistero per tutti, ma non è inverosimile che sia *molto* più basso rispetto a quando ci immaginiamo e consideriamo normale oggi. Questo perchè la crisi attuale non è una crisi puramente economica, ma è una crisi strutturale, nella quale elementi distinti concorrono. Esiste una crisi ambientale, una crisi dovuta alla sovrappopolazione, una crisi dovuta alla disumana sproporzione di condizioni di vita fra ricchi e poveri, una crisi politica e militare nel Medio Oriente e in molte altre zone calde, e forse esiste anche quella crisi di morale e costumi che lamentano le professioni religiose più intransigenti.

Oggi viviamo in una società che non può fermarsi. Abituati da anni a correre e ad inseguire il futuro ci stiamo finalmente accorgendo, senza peraltro rallentare, di starne costruendo uno che somiglia più alle tinte fosche del cyberpunk e alla pioggia di Blade Runner, che alle utopie di energia pulita, sole splendente, e macchine volanti.”

Se quanto sopra è vero ancora oggi, e io credo lo sia, le politiche di compromesso che l’amministrazione americana ha perseguito nel 2009 stanno solo rimandando il momento della verità. Arraffano qualche secondo e qualche respiro di tregua, ma non toccano la sostanza del problema. Il paziente non guarirà, e le cose cambieranno di conseguenza. Che lo si voglia o no…

Quanto più ci si oppone a questa mutazione di equilibri così inevitabile e drastica, tanto più traumatica sarà la fase di transizione. Misura ed equilibrio, del resto, pagano solo se il sole splende e il futuro è rosa. Di fronte alla tempesta, invece, occorrono temerarietà e coraggio. Valori che, forse, sono al di là delle possibilità dell’intera società occidentale, oramai troppo vecchia, avida, e stanca per accettare di cambiare.

Due parole conclusive anche sulla situazione italiana, come da tradizione.
Silvio Berlusconi ha lanciato l’idea di dialogo e riconciliazione fra le parti dopo l’attentato di cui è stato vittima pochi giorni fa. La cosiddetta “stagione dell’amore”. Subito i soliti noti, guidati dall’ex primo ministro Massimo D’Alema, si sono messi sull’attenti e hanno reagito con parole al miele, auspicando l’avvio di una nuova fase costituente.

Nemmeno mi spreco a sorridere sulla tragedia in termini di consenso elettorale che verrebbe provocata da questo rozzo tentativo di inciucio.
Mi limito a notare come troppi politici siano ipnotizzati dall’andamento dei sondaggi, e dal consenso del premier. Dati assai poco indicativi in un periodo incerto come quello attuale.

Nuove formazioni stanno nascendo, problemi politici irrisolvibili minacciano l’integrità dei partiti più grandi (è credibilissimo che il PdL si scinda entro breve, mentre nel PD il movimento è già in atto, e acquisirà ulteriore slancio dopo la batosta prevista per le elezioni regionali), e nel complesso il futuro è oscuro e ignoto per tutti. In una situazione come questa i punti si riguadagnano e (soprattutto) si perdono con estrema rapidità. Le fluttazioni sono endemiche, e l’assenza di un trend preciso fotografa una opinione pubblica sull’orlo di una crisi di nervi, in attesa spasmodica della valanga in arrivo. Il popolo italiano beccheggia da un lato e dall’altro seguendo il moto della nave, senza capire perchè il timoniere stia puntando dritto al centro dell’uragano, e senza avere la più pallida idea di chi possa guidare la nave al suo posto. Intanto il vento soffia fortissimo, i lavoratori vanno sui tetti, le imprese chiudono a raffica, la cifra di disoccupazione fra i giovani sfiora il 30%, e il debito pubblico è fuori controllo (1800 miliardi, in aumento). Il Paese somiglia da vicino a un coniglio confuso che vaga in mezzo alla strada, e osserva rapito i fanali dei camion di passaggio.

Berlusconi si illude. L’attentato di un pazzo non può cambiare uno stato di cose già compromesso, e l’illusione di rialzarsi seguendo l’onda americana resterà tale. La ripresa non è iniziata, e non inizierà a breve. Nè per loro, nè per noi. All’orizzonte si profila per tutti un periodo solitario, nel quale l’Italia, così come gli altri paesi in difficoltà, si ritroverà costretta a fronteggiare i suoi problemi storici e le sue idiosincrasie. Rotta fra ipotesi di protezionismo, recrudescenze isolazionistiche, e ammiccamenti nemmeno troppo velati alla seccessione del nord padano.

Una situazione già di per se insostenibile, che sarà ulteriormente aggravata dal dramma in cui versano le casse dello stato. E che non potrà durare.
Il 2010 sarà un anno che ricorderemo a lungo. Nel bene e nel male

Grazie di cuore a tutti i lettori, ancora auguri, e restate sintonizzati su queste pagine nei prossimi mesi. Stiamo lavorando per voi…

“We are the ones we’ve been waiting for. We are the change that we seek.

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