Mauro Buti

Political & Social Networking…

Buongiorno a tutti.

Normalmente in un intervento all’università, che si propone di parlare dell’università, parlerei più che altro delle nuove leggi. Di cosa significhino le nuove leggi, di cosa comportino le nuove leggi. Di tutte quelle cose che i politici non dicono, i media non spiegano e la gente non riesce a capire.
Trovandomi però in un’università di scienze politiche, credo che l’uditorio richieda un intervento più raffinato. Voglio parlarvi quindi dell’università come parte integrante ed esemplare di una questione più ampia. Come entità facente parte del cosiddetto “Sistema Italia”.

Cosa è questo “Sistema Italia”, quindi? Il Sistema Italia potremmo definirlo come un intreccio radicato e resistentissimo di interessi lobbistici, di centri di potere, di difesa del privilegio, che avvolge in una rete impenetrabile l’intero paese nascondendo l’entità prima che gli da vita. Questa entità la possiamo chiamare “il grande inganno”. È un inganno onnipresente, e si trova in ogni aspetto della nostra società. È l’inganno in base al quale un presente accettabile possa essere di consolazione quando si guarda alla prospettiva di un futuro tetro. È l’inganno in base al quale la presa e il mantenimento del potere giustifichino una azione politica del tutto dimentica delle ottiche di lungo periodo e concentrata solo sul guadagno immediato.

Cominciamo allora dalll’università.
Ma non cominciamo dalla legge, cominciamo dallo stato dell’università prima dell’applicazione della legge. Parliamo di un ricercatore a caso, ad esempio io, che lavoro al Politecnico di Milano. Uno dei pochissimi poli di eccellenza. Durante gli anni di dottorato in Italia il sottoscritto guadagna circa 850 euro al mese per tre anni. Niente benefici, niente tredicesime, niente di niente. Solo quei soldi. Finito il dottorato, e prima della nuova legge, il sottoscritto ha di fronte a se una ragionevole attesa di quattro o cinque anni di precariato prima di entrare, forse, in ruolo.
Andando all’estero, in Olanda o in Germania la borsa di dottorato raddoppia. 1700 euro circa. Al termine del dottorato  le prospettive di ingresso sono immediate e soprattutto l’industria considera lo studente di dottorato come un soggetto enormemente più qualificato e interessante per il mondo del lavoro. Qualunque ricercatore che sia bravo a fare il suo lavoro riceve offerte che gli valgono dal doppio al triplo dei soldi e prospettive di crescita incredibilmente più elevate rispetto a quanto potrebbe ottenere in Italia. Partono tutti i migliori. Tutti, eccetto quei pochi che hanno un amore viscerale per il loro paese, o non vogliono abbandonare i loro affetti e la loro famiglia. E’ la cosiddetta “fuga dei cervelli”, in atto da decenni.

Ma perchè tutto questo accade? Già, perchè… È così difficile capirlo, signori?

Per capire basta guardare oltre il grande inganno. Basta guardare oltre le parole che mascherano l’abisso di nullità e insignificanza nel quale il paese è caduto. Basta guardare i fatti. I numeri fisici. Il vile denaro.
Da venti anni e più l’università e la ricerca sono sottofinanziate rispetto alla media dei paesi più sviluppati. Spendiamo meno di metà della Francia. Meno di metà della Germania.

Il livello della ricerca italiana è un miracolo figlio delle caratteristiche del nostro popolo. Italiani, sognatori, eroi, e grandi e fantasiosi ricercatori.
Ma i numeri parlano chiarissimo. Da vent’anni e più destra e sinistra non credono nel benessere prodotto dall’istruzione e dalla cultura nel lungo periodo. Vi sembra assurdo, studenti di scienze politiche? Vi sembra incredibile? In effetti sta scritto in tutti i vostri libri che cultura e sapere producono ricchezza e benessere. È un movimento sociale e politico basilare, una correlazione diretta. L’avete visto giocando a “Civilization”, lo hanno visto i vostri nonni che si sono conquistati proprio grazie alla diffusione della cultura la possibilità di far crescere meglio i vostri genitori, permettendo loro di cambiare classe sociale studiando, nello spazio di una sola generazione.

E veniamo alla legge. Non parliamo dei meccanismi, delle sottigliezze. Parliamo della sostanza. La legge taglia circa il 20% dei fondi dedicati all’università. Sono tanti soldi. E sono tanti soldi che vengono tolti a un settore già boccheggiante e privo di ossigeno da decenni. Probabilmente un colpo di grazia. Ma la domanda che è il caso di porsi è: “a chi verranno tolti questi soldi?”

Si fa molta demagogia sul punire gli sprechi e i baroni. È vero, ci sono incredibili sprechi, ma la legge non punisce di certo chi li ha causati. I tagli dell’università colpiscono i deboli, i giovani e i precari, mentre i professori ordinari, i “baroni”, non vengono nemmeno sfiorati dal provvedimento. Al massimo viene tolta la possibilità di assumere ulteriormente, viene limitato il loro potere, ma il loro diritto acquisito non lo si tocca minimamente. Non c’è alcuna punizione. E per quale motivo dovrebbe andare diversamente? Usate la logica. Tagliare i soldi a chi non ha nessuna garanzia è facile. Tagliare a chi è difeso dalla rete di tutele che una lobby riesce a sviluppare è impossibile.
Ed è ancora peggio di così: se tutti gli organismi decisionali, in università come ovunque, sono composti da persone che hanno già acquisito i massimi privilegi e hanno in media 70 anni come si può sperare che queste persone remino contro al loro interesse? Lo devono fare per altruismo? Ci prendiamo in giro?

La riforma universitaria e la riforma di qualunque settore sono sempre possibili e sono molto semplici. Basta tagliare in alto e non in basso. Basta spostare il precariato e la competizione verso l’alto, invece che rendere difficilissimo l’accesso in basso. Se quello di ricercatore fosse un gradino di ingresso comune a tutti, e fossero i professori associati ed ordinari a dover lottare per mantenere e confermare la loro posizione, la cosa non stimolerebbe forse la qualità? È abbastanza forte il rischio di perdere denaro e privilegi e finire “retrocessi” per convincere i baroni a lavorare bene?

Ma questo in Italia non accadrà mai perchè noi siamo un paese di vecchi, per vecchi, che difende solo gli interessi dei vecchi. Se volete sapere perchè l’università non riforma se stessa non c’è da andare lontano. Basta controllare l’anagrafe degli appartenenti agli organi nazionali che la reggono.
L’anagrafe delle classi dirigenti è lo specchio di un paese. Gli sprechi  non sono una esclusiva dell’università. Non si generano solo all’università, o per meccanismi tipici dell’università. Gli sprechi sono figli del “Sistema Italia” e ci sono ovunque.
Ci sono in politica e nell’amministrazione pubblica. Ci sono negli appalti, nelle costruzioni, nell’industria. Negli stipendi di chi fa televisione pubblica, nei milioni a Bonolis per fare Sanremo. Gli sprechi sono figli di un sistema che difende il privilegio fino alla morte, perchè è a misura di “vecchio e potente” mentre massacra senza pietà il “giovane e debole”.

E quindi basta parlare solo di università. La sfida del paese e la sfida di chi studia scienze politiche nel paese non si esaurisce nell’università. La sfida sta nel guardare negli occhi il cancro che ci corrode.
In Italia esistono solo due ascensori sociali che portano ad inserirsi nelle classi dirigenti: l’appartenenza a una casta, o l’invecchiamento. Non c’è altro. Si emerge solo se si è “figli di”, o se si attendono pazientemente i propri venti anni di gavetta. Questo produce una classe dirigente incapace, e di livello  basso. Il taglio all’università è emblematico, in questo, perchè è palese come esso produca, sul lungo periodo, un ulteriore allargamento della forbice sociale e un’ulteriore diminuzione della possibilità di emergere a prescindere dal “diritto di nascita”. Se le università avranno meno soldi dalle tasse “pagate da tutti” sul lungo periodo quell’ammanco verrà coperto diminuendo le spese e la qualità, o chiedendo allo studente di spendere maggiormente. Sul lungo periodo si va verso un’università privata, modello americano, dove studia “bene” solo ed esclusivamente chi ha molto denaro per pagarsi la retta.
Non fatevi ipnotizzare dal fumo e dalle parole. Guardate i fatti. Credete SOLO nei fatti.
Il parlamento ha un’età media di 70 anni. E’ una colpa che coinvolge TUTTI i partiti. Non ce n’è uno dove i giovani siano una presenza consistente e indipendente. In parlamento le settimane di discussione vanno sul Lodo Alfano, sulla nomina Pecorella, sulla nomina Villari. La finanziaria e i tagli all’università si decidono in dieci minuti, così c’è tempo in abbondanza per scannarsi due settimane su una poltrona. Noi viviamo in un mondo rovesciato. Un mondo assurdo nel quale i piccoli problemi diventano epocali e le decisioni epocali vengono prese e discusse come se fossero piccole. Questo genere di atteggiamento distruggerà la “nostra” università, ma anche questa è ben poca cosa se si pensa che sul lungo periodo distruggerà il benessere e le prospettive di tutti.

E questo problema trascende la politica. In TUTTI i settori l’idea stessa di offrire un ruolo di rilievo a un giovane è aberrante. Presto cercherete lavoro, lotterete per emergere e imparerete a conoscere il mantra che accompagnerà tutte le vostre delusioni: “non hai sufficiente esperienza”, “devi farti le ossa”, “non è ancora il momento”, “Pazienta”.

E allora eccolo il grande inganno. Questo paese si illude che una società retta solo ed esclusivamente da vecchi possa rimanere competitiva e moderna. In un mondo che in dieci anni ribalta il concetto stesso di informazione producendo un miracolo tecnologico come Internet noi italiani siamo davvero convinti che sia l’esperienza dei vecchi, fondata sull’aver visto dal vivo il primo televisore in bianco e nero, a poter elaborare politiche vincenti che proiettino il paese verso il futuro. In un mondo nel quale Google viene creata in un garage e due trentenni diventano miliardari noi italiani crediamo che solo la lunga visione dei settantenni possa fornirci delle risposte.

Non è così. Siamo un paese corrotto, spento, addormentato. Ci sveglierà l’arrivo della crisi, ma anche quando saremo finalmente svegli sovvertire l’ordine costituito delle cose sarà un processo lungo, doloroso e massacrante. Il nostro paese ha scientificamente prodotto tutti i meccanismi di lungo periodo che adesso lo spingono verso il declino. Non li ha prodotti adesso. Li ha prodotti vent’anni fa. Trent’anni fa. Rifiutando ostinatamente di cambiare anche quando l’evidenza dei fatti rendeva palese la necessità di farlo.

Noi non siamo riusciti a cambiare, perché il sistema Italia e il grande inganno rifiutano pervicacemente il cambiamento, ignorando la realtà dei fatti e anche l’istinto di autoconservazione. E la colpa dello stato delle cose è anche nostra: è colpa di una generazione molle, disabituata a lottare e strillare per i propri diritti, alla quale è stato lentamente tolto tutto. Alla quale è stato tolto il futuro.

E così abbiamo ammirato e ammiriamo in silenzio la politica che non cambia dopo tangentopoli, il calcio che non cambia dopo calciopoli, Napoli che non cambia dopo monnezzopoli, Alitalia che non cambia mentre sta fallendo, e infatti fallisce. Non cambia la giustizia, sempre lenta. Non cambia la società. Non cambia nulla. Non cambia mai nulla.

Risvegliatevi dall’inganno! Nessuna riforma potrà mai cambiare l’università, se prima non cambia la mentalità con cui si affrontano i problemi del paese. Rifiuti, calcio, giustizia, etica, università, scuola, politica, sprechi e chi più ne ha più ne metta: non sono istanze separate. Rappresentano facce diverse della stessa identica cosa, sono le diverse metastasi che prendono forma originandosi da una unica malattia: la gerontocrazia.
La sfida del futuro, la nostra sfida, non sta tanto nel cambiare l’università, quanto nel comprendere e denunciare questo tragico stato delle cose e nel lottare per sovvertirlo. In bocca al lupo!

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