Buongiorno. Ho scritto nei giorni scorsi una lettera aperta relativa alla situazione universitaria che ha ottenuto un certo riscontro. La lettera era più che altro una breve protesta, ma discutendone in questi giorni è apparso ancora più evidente come il problema più drammatico verta sulla mancanza di comprensione da parte dell’opinione pubblica circa la portata e l’entità delle nuove leggi.
Ho pertanto pensato di scrivere qualcosa di più dettagliato. Sono uno dei tantissimi tagliati. Un ingegnere delle telecomunicazioni che ha fatto il dottorato al Politecnico di Milano, e presto abbandonerà l’università per cercare “un lavoro vero”. Il mio è un curriculum solido. Ho la lode, il rispetto dei tempi di laurea e dottorato, parlo tante lingue. In università ce ne sono in abbondanza di migliori e di peggiori del mio. Per *tutti* quelli, senza alcuna distinzione, vale ogni riga contenuta nella mia lettera.
Eccola.
Il premier Berlusconi ieri ha detto: “pensate all’università, non abbiamo ancora fatto nulla e già ci hanno mosso critiche e mosso gli studenti nelle strade con una strumentalizzazione difficilmente definibile anche di studenti e bambini”. Noi che ci siamo dentro ci pensiamo parecchio, all’università, e pensiamo che leggere parole del genere mentre si sta perdendo il lavoro sia particolarmente offensivo e doloroso. Desidererei pertanto chiarire nel dettaglio quale sia la situazione attuale in università, cosa sia già stato fatto, e cosa questo comporterà nella pratica. Cominciamo dai fatti:
- L’unico meccanismo di ingresso nel mondo accademico è da anni quello delle rotazioni. In pratica dal momento che non vengono più banditi concorsi nazionali l’università per assumere nuovo personale ha a disposizione soltanto le risorse che vengono liberate dai pensionamenti
- Un pensionamento libera una risorsa. Ogni risorsa che viene liberata può servire a una nuova assunzione, ma può servire anche a passare un ricercatore a professore associato, e un professore associato ad ordinario. Questo vuol dire che le rotazioni non servono solo ad assumere nuovo personale, per quanto siano e rimangano l’unico canale tramite il quale un giovane può inserirsi nell’accademia.
- Alla luce di quanto sopra si può facilmente capire come già prima delle nuove leggi la situazione non fosse rosea. Per entrare in università un giovane doveva prima di tutto laurearsi (5 anni), quindi portare a termine un dottorato (3-4 anni), quindi affrontare una fase di “attesa precaria” che di solito dura altri 4 o 5 anni. Durante tutti questi passaggi, naturalmente, il giovane viene pagato circa la metà rispetto alla media dei suoi colleghi europei. Affronta, quindi, uno stipendio da fame e molti anni di instabilità per inseguire il sogno di rimanere nel suo paese ed entrare in università per fare della ricerca il suo lavoro. Al di fuori dell’università invece non ha possibilità alcuna di fare ricerca, almeno in Italia, perché non esistono enti che facciano ricerca con finanziamenti privati
- La questione dello stipendio da fame non è casuale. Avviene perché da più di due decenni l’Italia investe abnormemente meno della media Europea e dei paesi più all’avanguardia in ricerca e sviluppo. La cosiddetta “fuga dei cervelli” nemmeno è un caso. Avviene perché per chi è disposto ad andarsene raddoppia il denaro e scompare il periodo di 4 o 5 anni precari prima dell’inserimento in ruolo. Stranamente l’alta formazione universitaria viene considerata un segno di merito e di eccellenza, e viene trattata e retribuita di conseguenza.
E veniamo finalmente a cosa si propone di fare la nuova legge, o meglio, cosa si propongono di fare “le” nuove leggi.
Secondo le proposte del governo Berlusconi:
- Le rotazioni sono bloccate. Per i prossimi 3 anni invece di avere a disposizione una risorsa per pensionamento se ne avrà una ogni cinque. Quindi per altri due anni una risorsa ogni pensionamento.
- Al termine dei cinque anni subentrerà l’effetto di una vecchia legge, quella firmata dalla Moratti, che dal 2013 sancisce l’abolizione della figura di inserimento nel mondo delle università. Il “ricercatore” scomparirà e l’unica figura di ingresso per un giovane che desideri fare ricerca sarà quella di professore associato.
- Non credo sia difficile a questo punto capire perché tutti i giovani precari che lavorano nella mia e in altre facoltà stiano protestando *nessuno escluso*. Non sono né politicizzati, né strumentalizzati. Prendono solo oggettivamente atto dei fatti. Se si blocca l’unico meccanismo di ingresso e contemporaneamente si innalza e si rende più difficoltoso raggiungerlo, il punto di ingresso, è evidente come il sogno di lavorare in università si faccia più difficile. Per la precisione passa da “enormemente difficile” a “del tutto impossibile”. L’opinione pubblica non si faccia ingannare dai proclami: quello che in buona sostanza dice la legge è che il 95% delle persone che oggi si trovano nella fascia dei 4-5 anni di precariato e attendono di entrare in università non ci entreranno mai e punto. Non “forse domani”, o “forse dopodomani”. Mai. E avendo scommesso la loro vita su questo percorso ovviamente protestano e soffrono. E’ una terribile delusione per tutti noi.
- È insopportabile la demagogia che si fa sul tema per renderlo più accettabile all’opinione pubblica. Gli sprechi ci sono in tutti i settori. Ad esempio spreca molto più denaro la cosiddetta casta, di quanto non ne sprechi l’università. Ma al di là di chi sia più cattivo il concetto è che lo spreco è un problema del Sistema Italia, non certo una esclusiva dell’università. Allora la questione è: “quali sono le maniere efficaci di combattere lo spreco”? I tagli attuali all’università non sono un buon sistema per due semplici motivi:
- Colpiscono quasi solo ed esclusivamente la fascia più debole e più povera. È ridicolo vendere i tagli come una punizione ai baroni quando i baroni sono e rimangono totalmente garantiti con il loro regolare contratto statale. A pagare la legge sono per primi i deboli, i precari, i sognatori che non siano già scappati all’estero. Cioè gente che non spreca nulla, perché sta già facendo la fame pur di inseguire quello che desidera. Il motivo per cui a fianco dei deboli “uccisi” dalla nuova legge protestano anche i “potenti” rettori è che il colpo inferto all’università è mortale. Il 50% della forza lavoro che tiene in piedi l’università italiana è composta dai deboli e dai precari. La nuova legge uccide il sogno di queste persone, e li mette nella condizione di potere soltanto prendere atto e andarsene. Con le conseguenze del caso (crollo della qualità dell’insegnamento, docenti caricati di un abnorme lavoro didattico che dovranno rinunciare a fare ricerca, ecc. ecc.)
- Non hanno alcun senso razionale. Se l’obiettivo è punire lo spreco e premiare il merito si deve cercare lo spreco e cercare il merito. Al contrario l’effetto della legge è identico per l’università di Canicattì e per il Politecnico di Milano dove lavoro io. Il Politecnico è un ateneo ricco, rinomato a livello internazionale, importante. Eppure tutto questo non conta nulla dal momento che i tagli lo affliggono (e mi affliggono) senza alcuna distinzione di sorta.
- In ultimo, in questo “non aver fatto ancora niente”, esiste anche la legge del 9 ottobre. Dice, in breve, che si taglierà il fondo di finanziamento ordinario: il cuore pulsante stesso che la mantiene in vita, l’università. Di decine e decine di punti percentuali.
Concludo.
Il significato delle leggi è semplicissimo, ed è che l’università deve morire. La condanna è stata decisa, e verrà comminata con un drastico taglio alla base della forza lavoro. Durante la lunga agonia che si prospetta, come sempre accade in Italia, chi ha già acquisito dei privilegi li conserverà, mentre si taglierà senza nessuna pietà chi è debole e meno tutelato.
Quando tutto questo diventerà reale, purtroppo, a nessuno importerà più molto perché la questione culturale non sarà più al centro dell’attenzione. Per allora, infatti, il tracollo di borsa si sarà abbattuto sull’economia reale con tutta la sua forza distruttiva. I numeri parlano chiaro e l’opinione pubblica che oggi supporta il premier forse sarà meno accomodante quando saranno in centinaia di migliaia, a perdere il loro lavoro, e non solo il sottoscritto.
Al di là di ogni polemica il mio sacrificio, e quello degli altri poveri “bimbi” strumentalizzati che a quanto pare protestano per nulla, merita come ogni sacrificio di non essere vano. E non sarebbe per nulla vano se l’opinione pubblica ne traesse spunto per impadronirsi di tre concetti fondamentali:
- La connessione fra quello che la politica e le classi dirigenti fanno e decidono e le cose che succedono nel breve, medio e lungo periodo è diretta ed enorme. È assurdo pensare che l’immondizia a Napoli, la crisi, la casta, il fannullonismo, l’università siano questioni separate e distinte. Viviamo in un mondo in cui il tessuto sociale è complesso e abnormemente interconnesso. Sono tutti risvolti diversi di uno stesso problema, che è la perdita totale del concetto di etica, e la perdita totale della visione di lungo periodo nell’operato delle classi dirigenti. Le cose non vanno male perché c’è crisi, le cose vanno male perché quando non c’era crisi degli incompetenti pensavano e lavoravano come se una crisi non dovesse arrivare mai.
- L’università ha già naturalmente dentro di se le forze e le idee che basterebbero per una riorganizzazione profonda e meritocratica. Il motivo per cui queste idee sono utopia e non passeranno mai è lo stesso motivo strutturale che affligge la politica e in generale la classe dirigente italiana. Chi ha interesse a cambiare e ad analizzare il lungo periodo, nelle cose, è chi ha di fronte a se una prospettiva di lungo periodo. E’ il giovane. Chi deve idealmente sacrificare dei privilegi acquisiti se si vuole guardare al lungo periodo è chi li ha già raggiunti, i privilegi acquisiti. Chi è vecchio. Nel momento in cui il potere di controllo è solo e unicamente in mano all’entità che ha già acquisito i maggiori privilegi, per quale motivo ci si aspetta che quella entità non persegua i suoi interessi? Per altruismo?
- È ridicolo pensare che Berlusconi sia il nemico o che la politica sia il nemico. Non sono quelli i nemici. Berlusconi è solo un vecchio, che porta avanti politiche da vecchi, consigliato e circondato da vecchi come lui. Il nemico è l’ottica di vecchiaia e di paura del cambiamento e della perdita dei privilegi che caratterizza tutta la nostra società attuale. Essere conservatori va bene quando c’è benessere e si cresce. Ma i tempi che verranno saranno di crisi e di cambiamento profondo. Lo dice la borsa. Chi è più avanti rispetto a noi, come l’America, guarda il baratro in faccia e produce quasi naturalmente una figura di cambiamento profonda, come Obama. E noi come andiamo incontro alla tempesta? Con Berlusconi e il TG4? Con la classe dirigente della sinistra che conta, che non produce un volto nuovo da circa 20 anni?
Chi difende la cultura e l’università difende il futuro. E ha più visione di una classe politica che non ha più visione. Lo ringrazio pertanto, di cuore, per aver sostenuto la nostra battaglia persa, e lo invito a non fermarsi e a lottare ancora. Per costruire sulle macerie fumanti dei nostri sogni e dei sogni infranti di una intera generazione precaria, una società nuova. Una società che non sia terrorizzata dai fallimenti passati e dal cambiamento e che abbia il coraggio di guardare sempre negli occhi se stessa e il futuro.
È l’augurio più grande che posso fare al mio paese.














