Mauro Buti

Political & Social Networking…

Buongiorno.
Scrivo ai vari canali di informazione una lettera aperta, sperando che a qualcuno interessi.

Ho studiato ingegneria al Politecnico di Milano. Sono uscito in 5 anni, prendendo la lode, e al Politecnico sono rimasto a lavorare. Ho un dottorato di ricerca preso al Politecnico di Milano e in questi anni ho lavorato e studiato in Olanda, in Spagna e in Germania. Anche con enti di ricerca di un certo rilievo (l’ESA, il DLR tedesco, il Supaero francese). Parlo inglese, francese e spagnolo.

Tutto questo non perchè le mie doti siano un gran vanto o di una qualunque utilità, ma per capire quale sia il genere di curriculum che il paese sta cacciando a calci fuori dai confini patrii.

Amo visceralmente l’università. Ho desiderato tantissimo di lavorare in università. In Italia non posso più, neppure accettando (come pure farei) sacrifici e stipendi ridicoli rispetto all’estero. Ed è importante capire che non posso più *nemmeno* all’interno di uno dei poli più ricchi, più famosi, e più riconosciuti a livello internazionale. Figuriamoci come se la passano ragazzi che desiderano fare lo stesso percorso in altre facoltà, meno attrattive per l’industria e gli investimenti rispetto ad ingegneria.

In Italia il governo taglia il fondo di finanziamento ordinario e distrugge il concetto stesso delle rotazioni (al 20% per tre anni). In pratica l’idea è che in università per un po’ non entrerà più nessuno e punto. Un’intera generazione dovrà rassegnarsi e fare di necessità virtù.
Allora quello che si chiede e si pretende non è di “salvarsi” se morire è inevitabile perchè “c’è crisi”, ma almeno di morire mentre l’opinione pubblica è consapevole di cosa stia succedendo e di cosa significhi.

La politica attuale non crede più nel benessere prodotto dalla cultura sul lungo periodo. La questione non è nè di destra nè di sinistra, bensì di atteggiamento e di principio. Due in particolare sono i punti più ridicoli che mascherano la reale portata e i reali intenti della riforma intrapresa:

1) Ci si propone di “punire” i baroni andando a massacrare solo ed esclusivamente i giovani e i precari. Chi è in ruolo, infatti, sarà solo marginalmente toccato dalla buriana, dal momento che il suo stipendio statale rimarrà garantito.
2) Si fa demagogia spicciola, visto che fannulloni e sprechi sono endemici al sistema Italia, ed esistono ovunque, in qualunque settore. Il punto è quali siano i settori nei quali vale la pena di investire al di là degli sprechi (che sono un problema generalizzato e non certo una esclusiva del mondo universitario) e quali possano essere sacrificati nei momenti di crisi come questo.

Posso accettare che il mio lavoro e il mio futuro vengano sacrificati perchè “c’è crisi” ma è assurdo che questo avvenga senza che l’opinione pubblica sia consapevole di quali sono le visioni di lungo periodo su cui si fondano decisioni del genere, e gli effetti pratici che ne scaturiranno. Di cosa si interessano i politici se non di cosa voglia dire e di cosa produca questo corso di cose nel lungo periodo? Che importa Pecorella, mentre sono in corso decisioni epocali che cambieranno la maniera stessa in cui un settore fondamentale per lo sviluppo del paese vive e si mantiene? Noi viviamo in un mondo rovesciato. Un mondo assurdo dove i piccoli problemi diventano epocali e le decisioni epocali vengono prese e discusse come se fossero piccole. Questo genere di atteggiamento ha distrutto la “mia” università, ma anche questa è ben poca cosa se si pensa che sul lungo periodo distruggerà il benessere e le prospettive di tutti. La miopia in cui vive e respira tutta la politica attuale avrà un prezzo di lungo periodo, infatti, e sarà un prezzo salatissimo.

Arrivederci, e grazie se darete voce a questa protesta e se spiegherete ai cittadini cosa significhi tagliare le risorse alla ricerca e alla cultura per lo sviluppo di un paese moderno. Magari al di là di baroni e baronie, ragionando sul macrolivello (così come la politica si promette di fare, almeno in teoria).

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