Mauro Buti

Political & Social Networking…

httpv://www.youtube.com/watch?v=sq99mA4KHYU

Ho riflettuto molto in questi giorni su quale sia stato il passo indietro che ho dovuto fare io personalmente a causa della crisi e della situazione attuale. In realtà non ho mai avuto la sensazione di dover fare un passo indietro. L’università è sempre stata molto onesta ed equa nel prospettarmi il futuro completamente incerto che poi ho effettivamente avuto. Il mondo universitario è chiuso e ha poco ricambio da anni. Tutti lo sanno, tutti sanno che restare è più che altro una questione di caso e di fortuna e di trovarsi al posto giusto al momento giusto. Quindi la cosa viene vissuta dagli interni come l’equivalente ideale di una grande “lotteria”.

La conclusione a cui sono giunto è che non sono stato costretto io personalmente a fare un passo indietro. Piuttosto sono rimasto prigioniero di un contesto che è “rimasto” nel suo complesso indietro di un passo (e forse più) rispetto al resto d’Europa e del mondo occidentale.

Probabilmente la situazione dei precari in università è stata per anni un ottimo simbolo di quella che poi sarebbe diventata la situazione generale dei giovani nel nostro paese. Quella che viviamo oggi.

Quando mi sono laureato avevo diverse offerte di lavoro importanti. Una facoltà come ingegneria offre sbocchi di lavoro di caratura ben diversa rispetto ai circa 800 euro che prende un dottorando in Italia. Ma i soldi importano solo in maniera relativa, quando ti lasci affascinare da qualcosa. E io sono rimasto in università perché l’università è stata in grado di affascinarmi, ovviamente. Succede per tutti quelli che rimangono, non solo per gli studenti di ingegneria. Cinque anni fa, esattamente come oggi, chi sceglieva la carriera accademica sapeva benissimo di avere davanti a sé pochissime prospettive, pochissimi soldi e il rischio concreto di trovarsi costretto ad emigrare. Eppure non si fermava, andava avanti lo stesso.

Perché il fascino della cultura, dell’ambiente di lavoro, dell’ideale che l’università stessa incarna emana un richiamo irresistibile. Lo stesso richiamo che ispira tutta una serie di personaggi incredibili, innamorati dell’insegnamento e della loro “missione”. Quelli che poi diventano dei mentori in un senso che trascende l’insegnamento, e il mero campo di ricerca al quale ci si applica. E quando il fascino di un mentore speciale si somma a quello che l’università già incarna di suo resistere è davvero difficile. E io non ci sono riuscito…

A distanza di anni, mentre tutte le prospettive terribilissime che temevo e scacciavo dai miei pensieri quando stavo cominciando si stanno realizzando, non ho rimpianti. Gli anni in università sono stati anni bellissimi e non mi sento ingannato in alcun modo. Sapevo a cosa sarei andato incontro e non ci si può lamentare quando accade qualcosa di cui si è perfettamente consapevoli. Anche se è triste. Anche se è ingiusto.

Se devo accusare qualcuno o qualcosa, mi viene più naturale accusare il meccanismo perverso che permette all’università di sopravvivere. L’università si nutre, letteralmente, dei sogni dei giovani e dei precari. Della loro illusione e della loro energia, che pian piano si spegne, fino a trasformarsi in disillusione e cinismo. E quando la spinta di un giovane precario si è consumata e lui si rassegna ad andarsene, l’università lo abbandona perché non c’è più nulla da mangiare e ha già a disposizione carne fresca che spinge da dietro per rinnovare un circolo vizioso senza fine.

Quando anche i rettori e i cosiddetti “baroni” si mobilitarono contro i tagli della legge 133 il motivo fu esattamente questo: tutti si rendevano conto di come la nuova legge avrebbe annacquato la benzina che mantiene in movimento l’università stessa. Perché la legge taglia nell’unico posto dove in Italia si riesce a tagliare, e cioè massacra i giovani e i precari (i deboli) lasciando intonsi tutti i privilegi già acquisiti (quelli dei forti). Quindi compromette il sogno. Rende ancora più miserabile quella speranza (il più delle volte vana) che il precario ha di potere un giorno entrare. “Forse”. “Se ho fortuna”. “Chissà…”.

Senza il precario, e senza una base di forza lavoro sottopagata e sacrificabile, mantenere in vita i corsi, le esercitazioni, correggere gli esami e tenere in piedi la macchina diventa pura utopia. Quindi se i giovani perdono anche la loro piccola speranza, l’università rischia di andare al tracollo in loro compagnia. Già prima si trovava costretta dal ricambio senza fine a perdere la qualità e la passione di chi aveva imparato lentamente ad insegnare e a trasmettere la sua cultura, per poi abbandonare. Con le nuove leggi il pericolo è quello di vedere tagliata alla radice la linfa che dava vita a tutto l’albero.

E la cosa è lo specchio perfetto di quanto sta accadendo all’intero paese.

Io credo che in Italia il patto generazionale si sia spezzato. Le centinaia di ragazzi che emigrano o abbandonano, sempre con la morte nel cuore, testimoniano come a forza di togliere a chi “ha poco” pur di tutelare i privilegi acquisiti di chi “già ha” si sia creata una frattura insanabile.

Siamo diventati un paese più egoista. Un paese che guarda dall’altra parte, e che non è più solidale. Che non ha più a cuore il destino e la felicità delle sue componenti più vitali, come i giovani. Un paese dove chi ottiene il privilegio non lo lascia per nessuna ragione. Dove l’idea di dare spazio al fresco, al nuovo, e all’inevitabile ricambio, è diventata aberrante. Un paese che è diventato “vecchio” nel senso più brutto. Senza ottenere saggezza e senso della misura, ma solo abbandonandosi alla decadenza e alla sconfitta di chi vive prigioniero del passato.

Il mio passo indietro io lo vivo come il passo indietro di tutta l’Italia. Un paese bellissimo, ipnotizzato da una aristocrazia cieca ed avida, che oggi guarda con dolore a una intera generazione rimasta sacrificata. Una massa inerte spogliata di tutti quei diritti che i nostri padri si guadagnarono lottando, e che ancora oggi accetta in maniera incredibilmente docile il suo triste destino. Inebetita dalla televisione. Dal fatto che “almeno si sta più o meno bene”. Dal fatto che “le cose vanno così, e non si possono cambiare”.

La cosa che più mi spiace di trovarmi costretto ad andare di nuovo all’estero è proprio questa: non poter lottare contro questa deriva. Abbandonare un luogo che amo, e che oggettivamente vedo in ginocchio, perché non è proprio possibile opporsi alla corrente che ti porta altrove. Vedere la crisi che inizia a portare malessere, vedere la debolezza del mio paese, e sentirmi addosso il marchio di uno che scappa. Quando invece vorrei lottare.

E vorrei lottare soprattutto perché credo di essere rimasto in Università per dei motivi sani. A 24 anni è solo giusto e bello lasciarsi affascinare da una idea e non preoccuparsi né del denaro, né del futuro. Poi però il “sistema” fa il suo banchetto, consuma i piccoli sogni delle sue formichine, e quando rimane poco da mangiare inevitabilmente ti sostituisce.

Lo stato attuale delle cose in Università e in Italia è questo. La nostra società oggi consuma e butta via scientificamente quella componente ingenua, creativa, pazza e irrazionale che solo i sogni dei giovani le garantiscono. Ed è un peccato mortale, perché così rimane sempre più fredda, vecchia e cinica. E invece di avanzare fa fare a tutti il famoso passo indietro. Diventa incapace di pensare al lungo periodo, e sacrifica il suo futuro per il dubbio privilegio di mantenere a oltranza il mediocre presente che viviamo oggi.

Ma i giovani avranno la loro vendetta, e sarà una vendetta terribile. La sconfitta della nostra generazione, infatti, diventerà presto la sconfitta di tutti. Perché vendere i sogni ha un prezzo, e anche i tanti che oggi non se ne rendono conto scopriranno presto come si tratti di un prezzo salatissimo…

  • RSS
  • Delicious
  • Digg
  • Facebook
  • Twitter
  • Linkedin
  • Youtube

Il mio Twitter

Seguimi

  • Mauro Buti - Pagina Facebook
  • Mauro Buti - Twitter
  • Mauro Buti - Feed RSS
  • Pagina di Italia dei Valori