Mauro Buti

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Perché?

Scritto da Mauro Buti 5 novembre 2008

È davvero così difficile capire perché?

Mentre orde scatenate di opinionisti si scannano per offrire i loro cinque minuti di saggezza nell’orgia del banchetto televisivo, è affascinante vedere la realtà delle cose farsi più flebile fino a scomparire. Ed è un peccato, perché ci sarebbe un preziosissimo insegnamento da trarre dalla vittoria di Obama. Un insegnamento vincente, un valore chiave per trionfare in qualunque contesa politica. Potenzialmente efficacissimo anche e soprattutto nel nostro paese, e proprio per questo destinato a cadere nel vuoto.

Difficile stupirsene, mentre tutti i commentatori disquisiscono sul colore della pelle di chi ha vinto, illudendosi che si trovi proprio in quel colore il fattore di cambiamento. Lobotomizzati da anni e anni di retorica berlusconiana, e dall’adagio vincente che vieta di affrontare i contenuti ed obbliga a disquisire sulla sola forma, gli intellettuali non si accorgono di come la pelle non rappresenti nulla di diverso da un chiaro svantaggio politico.

Il senso di cambiamento che ha prodotto la vittoria, invece, risiede tutto nel messaggio. Nelle forme scelte per trasmetterlo, e nel vettore che ci ha messo la faccia per portarlo avanti. Una faccia che ben prima di essere nera è giovane e colma di speranza.

Come tanti altri davo da mesi e mesi per vincente Obama con un larghissimo margine. Non era difficile prevederlo, eppure molti opinionisti hanno ostentato prudenza e paura fino alla liberatoria nottata del 4 novembre.

Ma perché ostinarsi nel non esaminare la questione politica in maniera pura e semplice? Se aumenti il numero di votanti, aumenti la tua base, produci il quadruplo dei soldi, crei una forza consensuale abnorme che parte dal basso, ti appropri dell’immagine di innovazione e cambiamento in tempi di profonda crisi, conduci una campagna sobria, elegante, adorata dai media e vicina al sentimento dell’opinione pubblica… Per quale motivo non dovresti vincere in maniera abbondante?

La fondamentale lezione della nuova politica di Obama è che facendo politica meglio degli avversari si vince. Sembra incredibile nella sua semplicità, eppure le cose sono andate esattamente così. Ancora di più: si è vinto in maniera larga e convincente pur partendo svantaggiati per una serie di fattori e di contingenze oggettivamente difficili da superare (la giovinezza, la totale inesperienza di un senatore al primo mandato, la razza, gli avversari di blasone come la Clinton e l’eroe di guerra Mc Cain…)

La chiave politica è la stessa di ogni grande vittoria: trasformare la propria debolezza in forza, e farlo appoggiandosi ad una visione. Fa ridere l’ottica naif di chi si illude che Obama abbia vinto solo grazie alla crisi economica. Obama ha sicuramente beneficiato della spinta dovuta alla crisi economica, ma la realtà è che la sua campagna ha atteso un momento del genere per mesi e mesi, e proprio per questo si è trovata preparatissima ad affrontare il cambio di vento.

Nel momento in cui malessere e il malcontento sono esplosi, ed era facile prevedere che prima o poi sarebbero esplosi, Obama era già proprietario da tempi non sospetti del “brand” di maggiore successo in un momento di crisi. Aveva fatto del cambiamento e di un futuro diverso il leit motif di tutta la sua campagna. Aveva trasformato in forza e fascino la debolezza politica di essere giovane e inesperto.

Ecco, allora, il perché. Nulla accade a caso in politica. Vince e si impone chi riesce a coniugare a una sostanziale credibilità delle sue istanze la visione limpida e chiarissima delle forze sociali e politiche che daranno loro la forza. Chi anticipa. Chi vede e prevede. Chi si arrocca in una posizione di vantaggio, e a quel punto si immobilizza e mantiene, chiudendo le porte ad ogni possibile ritorno degli avversari.

La politica di Obama non è semplicemente “nuova” politica. E’ prima di tutto “buona” politica, ed è buona politica perché coniuga alla totale e cinica consapevolezza del contesto di lotta (vedi decisione sofferte e pragmatiche come quella di rinunciare ai contributi statali, rimangiandosi la parola data pur di poter contare su un vantaggio economico strutturale nella parte decisiva dell’elezione) le istanze più affascinanti e vincenti in prospettiva. Istanze come il desiderio di cambiamento, di equità, di maggiore giustizia sociale, alle quali si unisce una consapevolezza dura e spietata dell’abisso nel quale il “sistema mondo” sta venendo trascinato dalle gerontocrazie che lo dominano.

Obama intuisce lo scontro vecchio/nuovo, passato/futuro, paura del cambiamento/modernità e si fa campione di quello che diventerà il cuore pulsante della competizione politica dei prossimi venti anni. Capisce con larghissimo anticipo rispetto a chiunque altro quale sia la direzione nella quale si sta spostando la contesa politica, e si posiziona in una roccaforte di assoluto vantaggio attendendo con pazienza che le cose facciano il loro corso, e la marea montante cominci a spingerlo. Così, quando finalmente la marea arriva, vince e stravince. Anche se è giovane. Anche se è inesperto. Anche se è nero.

L’insegnamento di Obama potrebbe essere preziosissimo per l’Italia perché diversi fenomeni sociali evidenziano come anche a casa nostra la competizione politica si stia spostando nella stessa ottica. Avvenimenti come la protesta scatenata dai tagli alla scuola e all’università pubblica evidenziano l’esistenza di un blocco compatto di voti e di interessi comuni che possono facilmente identificarsi in una istanza a favore del cambiamento e della modernità del tutto simile a quella portata avanti da Obama. Chiunque veda tutto questo e si attesti con largo anticipo in una posizione di vantaggio, in una posizione che renda naturalmente proprio il concetto di cambiamento e innovazione, si ritroverà in mano quasi senza lottare un movimento di voti fondamentale, e le redini del potere nel sistema Italia.

E’ insieme affascinante e desolante notare come le classi politiche italiane sembrino del tutto inconsapevoli dell’esistenza di una prospettiva di questa importanza. Tutto è e rimane chiuso nell’immobilismo e nell’anacronistico rifiuto di ogni cambiamento. Eppure la cultura conservatrice della vecchiaia, della staticità, del privilegio e del clientelismo è giunta al capolinea. La vittoria di Obama costituisce il primo, abnorme, segnale politico di un cambio di direzione in tal senso, è impossibile negarlo. Costituisce la palese sconfitta di un sistema di controllo e di potere che si vede piegato con le sue stesse armi dalla mera forza politica generata dal malcontento e dagli squilibri sociali.

Il nostro paese, come ogni paese, presto dovrà affrontare a viso aperto il vento di cambiamento fortissimo che comincia ad alzarsi ovunque. Per farlo potrà scegliere se produrre figure politiche e approcci politici analoghi a quelli proposti dall’incredibile senatore dell’Illinois, oppure se insistere in una gestione della cosa pubblica perdente e superata.

Comunque vadano le cose, il cambiamento arriverà ugualmente. La forza innescata dagli eventi degli ultimi mesi è inarrestabile, ed è inverosimile pensare di arginarla. Rimane, quindi, la scelta di buon senso di Hari Seldon e di Isaac Asimov: assecondare e cullare il fenomeno, riducendo il periodo di disordine e difficoltà che accompagna ogni transizione, oppure opporsi nettamente, e giungere allo stesso identico punto di arrivo dopo un lungo e dolorosissimo periodo di crisi.

La scelta è tutta nostra. Appartiene alla gente, e alla coscienza politica della gente. Al sentimento di fondo che anima le masse portandole ad agire, a produrre, a creare e a “fare le cose giuste” quando davvero conta, perché ci si trova con le spalle al muro.

Come disse giustamente qualcuno di molto più grande di me: “il cambiamento che stiamo aspettando siamo noi”. Solo e sempre noi.

Il che dovrebbe rispondere alla perfezione anche alla domanda iniziale…

Notte prima degli esami…

Scritto da Mauro Buti 4 novembre 2008

Esiste forse qualcosa più puro di un si o di un no?
Qualcosa di più meravigliosamente semplice, e insieme complesso, di una mutua scelta?
La notte di una vigilia politica in fondo è quasi denudata delle umane passioni.
Non c’è più la battaglia. Non ci sono più le idee. Se ne è andata la strategia, ed è scomparsa la ricerca affannosa del consenso. Le mosse e le contromosse si sono perse, lontane, insieme all’eterna malizia e all’ambizione. E’ del tutto sparita ogni più elementare forma di pietà.

Scompare tutto perchè ricompare finalmente la realtà. E la realtà assume la forma stravagante, e meravigliosamente imperfetta, dell’unica maniera logica di inseguire il bene comune.
L’ossimoro lucido basato sul principio più equo: far decidere alla gente. A tutta la gente.

Centinaia di migliaia di “average joe” esprimono con diverso grado di partecipazione il loro diritto a dirigere l’ordire complessivo delle cose.

Sono sotto bombardamento da mesi. Da anni. Non è dato di capire con precisione quanta e quale parte dei messaggi sfaccettati e trasversali a loro rivolti abbia fatto presa. Di certo dietro ogni mano che schiaccia un tasto, o traccia una croce, ancora mezza unta della carta di un Big Mac, esiste un’anima. Un sentimento collettivo che respira, vive e si muove.

A guardarlo dall’alto lo si vede facilmente.

Alcuni occhi lo riconoscono sotto forma di una fredda cascata di numeri verdi. Come nel film “The Matrix”. Punti persi. Punti guadagnati. Fette di consenso che si allargano e si restringono, fasce sociali amiche, nemiche e neutre che si succedono in un turbine di dati in movimento. Una pioggia di lacrime decimali che nasce e muore ogni giorno, fino a fermarsi nella drammatica istantanea finale che sancisce vincitori e vinti.

La storia di una elezione è nei suoi numeri.

Altri occhi lo vedono sotto forma di venti e tempeste. Forze naturali che spazzano i mari tumultuosi della politica. Portando lontano i sogni e le ambizioni dei capitani più audaci, e affondando senza nessuna pietà le barche più piccole e logore.

La storia di una elezione è nelle sue sinergie.

Altri occhi ancora vedono l’eterna lotta fra il bene e il male. Il giusto e lo sbagliato. O forse anche solo il peggio e il meno peggio.

La storia di una elezione è nei suoi simboli.

Comunque sia alla fine sul piatto, sul “floor”, non rimane più niente. Il re è nudo, e per un breve istante il popolo lo vede in tutta la sua meschina ed esaltante semplicità. A o B. Bianco o Nero. Guelfo o Ghibellino.

Morta l’illusione e morta l’utopia. Morti gli ideali. Morto il compromesso.
E pronta a morire la gente, così debole e indifesa. Così piccola. Così manipolabile. Così insopportabilmente ignara del peso delle scelte, delle vite, e delle croci.

E croci su croci si accumulano le une sulle altre, mentre lo spietato metronomo dei desideri della gente segna lo scorrere del tempo, e la vita e la morte nell’arena politica. Poi tutto finisce, e la storia torna ad attorcigliarsi su se stessa, tessendo il suo intricato e irrisolvibile garbuglio.

Ma prima che accada, prima che il caos e l’incomprensibile tornino a dominare la scena, tutto è chiaro. Tutto presagisce l’arrivo di un singolo istante di climax. L’attimo catartico, l’orgasmo dei political junkies.

Il Momento Perfetto. Quello in cui esiste solo Vincere.

Nail ‘em Up.

A te

Scritto da Mauro Buti 31 ottobre 2008

Guardati negli occhi, Italia.
Guardati negli occhi e sorridi. Vedrai le tue ipocrisie, le tue piccolezze. Gli umani eroismi, le speranze, e le tante battaglie.

Guardati negli occhi e capisci. Oggi come ieri. Ieri come così tanti anni fa.
Guarda senza paura il cancro che ti corrode. Guarda la difesa a spada tratta del privilegio e dell’arroganza. Guarda una classe dirigente vecchia, corrotta ed incapace. Guardala mentre ti smonta, pezzo dopo pezzo, mattoncino dopo mattoncino. Erodendoti alla base, mentre sorseggia la sua opulenza come se fosse nettare, e attende la tua inevitabile implosione.

Guarda i tuoi Neroni moderni. I tuoi Attila. Guardali passare, e non lasciare pietra su pietra.
Guarda le cavallette che mangiano tutto, insaziabili.
Esiste solo l’oggi, per loro. Perché non c’è un domani, per i vecchi.

Ma c’è un domani per te, Italia, ed è a quel domani che devi guardare.

Guarda oltre la decadenza. Oltre il declino e la caduta.
Guarda lontano e credi in te stessa. Credi nel fondamentale valore dei sognatori e degli eroi. Nella mente pura dei ragazzi. Credi nel risveglio della coscienza civile, in una nuova stagione di partecipazione politica. E se non riesci a credere in tutto questo, perché forse è troppo, credi almeno nella devastante convergenza delle sinergie, e in quel cambiamento profondo che genera ogni crisi.

Puoi crederci facilmente, in questo, perché la tempesta sta arrivando. La puoi sentire nell’aria. In quella umida e scura aspettativa di tuoni e lampi a venire.
Una Nuova Era è alle porte, è una certezza.

Ma senza ordine, né costrutto, mentre i migliori dei tuoi figli ti abbandonano fra le lacrime, che futuro ti aspetta?

E allora credi e prega, Italia.
Chi ti ama sta lottando per te.


Perché i media si perdono in chiacchere futili e non affrontano con chiarezza assoluta e in modo diretto il nodo centrale evidenziato dalle leggi 133 e 137?

L’ipocrisia del Sistema Italia è agghiacciante.
In un paese governato da settantenni, nel quale tutte le classi dirigenti accumulano privilegi che poi non abbandonano mai, come è possibile sperare che una qualunque riforma guardi al futuro e al lungo periodo?

La riforma universitaria e la riforma di qualunque settore sono sempre possibili, e molto semplici. Basta spostare il precariato e la competizione verso l’alto, invece che rendere difficilissimo l’accesso in basso. Se quello di ricercatore fosse un gradino di ingresso comune a tutti, e fossero i professori associati ed ordinari a dover lottare per mantenere e confermare la loro posizione, la cosa non stimolerebbe forse la qualità? E’ abbastanza forte il rischio di perdere denaro e privilegi e finire “retrocessi” per convincere i baroni a lavorare bene?

Invece si colpiscono i deboli, i giovani ed i precari, e si fa demagogia parlando di “punizione” e “taglio agli sprechi” mentre i professori ordinari non sono nemmeno sfiorati dal provvedimento. E per quale motivo dovrebbe andare diversamente, del resto? Se tutti gli organismi decisionali, in università come ovunque, sono composti da persone che hanno già acquisito i massimi privilegi e hanno in media 70 anni come si può sperare che queste persone remino contro al loro interesse?

La riforma del Sistema Italia è possibile se e solo se si forza il ricambio generazionale. La sfida per sopravvivere ad un futuro difficile e oscuro sta in una ripartizione di rappresentanza politica che sia omogenea. Perché se la fascia 20-40 anni rappresenta una corposa percentuale degli abitanti non deve avere una rappresentanza adeguata negli organi decisionali? Perché la classe politica non si rende conto che è un suicidio per l’intero paese mantenere tutto il potere nelle mani di una gerontocrazia?

Un paese governato dalla vecchiaia, dai privilegi, e dalla corruzione ha di fronte a sé solo la decadenza. Il declino e la caduta, a cui fanno seguito lunghi periodi di barbarie. Lo descrisse lucidamente Gibbon secoli fa, e accade tale e quale oggi, senza che a nessuno dei tanti “intellettuali” sparsi nel paese importi.
Eppure l’annichilimento di una intera generazione che è in corso oggi diventerà molto presto l’enorme sconfitta del Sistema Italia e di tutti. Sarà una sconfitta che non pagheremo soltanto noi.

La Situazione Universitaria

Scritto da Mauro Buti 27 ottobre 2008

Il premier Berlusconi ieri ha detto: “pensate all’università, non abbiamo ancora fatto nulla e già ci hanno mosso critiche e mosso gli studenti nelle strade con una strumentalizzazione difficilmente definibile anche di studenti e bambini”. Noi che ci siamo dentro ci pensiamo parecchio, all’università, e pensiamo che leggere parole del genere mentre si sta perdendo il lavoro sia offensivo e doloroso. Desidererei pertanto chiarire nel dettaglio quale sia la situazione attuale in università, cosa sia già stato fatto, e cosa questo comporterà nella pratica. Cominciamo dai fatti:

1)    L’unico meccanismo di ingresso nel mondo accademico è da anni quello delle rotazioni. In pratica dal momento che non vengono più banditi concorsi nazionali l’università per assumere nuovo personale ha a disposizione soltanto le risorse che vengono liberate dai pensionamenti

2)    Un pensionamento libera una risorsa. Ogni risorsa che viene liberata può servire a una nuova assunzione, ma può servire anche a passare un ricercatore a professore associato, e un professore associato ad ordinario. Questo vuol dire che le rotazioni non servono solo ad assumere nuovo personale, per quanto siano e rimangano l’unico canale tramite il quale un giovane può inserirsi nell’accademia.

3)    Alla luce di quanto sopra si può facilmente capire come già prima delle nuove leggi la situazione non fosse rosea. Per entrare in università un giovane doveva prima di tutto laurearsi (5 anni), quindi portare a termine un dottorato (3-4 anni), quindi affrontare una fase di “attesa precaria” che di solito dura altri 4 o 5 anni. Durante tutti questi passaggi, naturalmente, il giovane viene pagato circa la metà rispetto alla media dei suoi colleghi europei. Affronta, quindi, uno stipendio da fame e molti anni di instabilità per inseguire il sogno di rimanere nel suo paese ed entrare in università per fare della ricerca il suo lavoro. Al di fuori della università invece non ha possibilità alcuna di fare ricerca, almeno in Italia, perché non esistono enti che facciano ricerca con finanziamenti privati

4)    La questione dello stipendio da fame non è casuale. Avviene perché da oltre due decenni l’Italia investe abnormemente meno della media Europea e dei paesi più all’avanguardia in ricerca e sviluppo. La cosiddetta “fuga dei cervelli” nemmeno è un caso. Avviene perché per chi è disposto ad andarsene raddoppia il denaro e scompare il periodo di 4 o 5 anni precari prima dell’inserimento in ruolo. Stranamente l’alta formazione universitaria viene considerata un segno di merito e di eccellenza, e viene trattata e retribuita di conseguenza.

E veniamo finalmente a cosa si propone di fare la nuova legge, o meglio “le” nuove leggi.
Secondo le proposte del governo Berlusconi:

1)    Le rotazioni sono bloccate. Per i prossimi 3 anni invece di avere a disposizione una risorsa per pensionamento se ne avrà una ogni cinque. Quindi per altri due anni una risorsa ogni pensionamento

2)    Al termine dei cinque anni subentrerà l’effetto di una vecchia legge, quella firmata dalla Moratti, che dal 2013 sancisce l’abolizione della figura di inserimento nel mondo delle università. Il “ricercatore” scomparirà e l’unica figura di ingresso per un giovane che desideri fare ricerca sarà quella di professore associato

3)    Non credo sia difficile a questo punto capire perché tutti i giovani precari che lavorano nella mia e in altre facoltà stiano protestando *nessuno escluso*. Non sono né politicizzati, né strumentalizzati. Prendono solo oggettivamente atto dei fatti. Se si blocca l’unico meccanismo di ingresso e contemporaneamente si innalza e si rende più difficoltoso raggiungerlo, il punto di ingresso, è evidente come il sogno di lavorare in università si faccia più difficile. Per la precisione passa da “enormemente difficile” a “del tutto impossibile”. L’opinione pubblica non si faccia ingannare dai proclami: quello che in buona sostanza dice la legge è che il 95% delle persone che oggi si trovano nella fascia dei 4-5 anni di precariato e attendono di entrare in università non ci entreranno mai e punto. Non “forse domani”, o “forse dopodomani”. Mai. E avendo scommesso la loro vita su questo percorso ovviamente protestano e soffrono. E’ una terribile delusione per tutti noi.

4)    E’ insopportabile la demagogia che si fa sul tema per renderlo più accettabile all’opinione pubblica. Gli sprechi ci sono in tutti i settori. Ad esempio spreca molto più denaro la cosiddetta casta, di quanto non ne sprechi l’università. Ma al di là di chi sia più cattivo il concetto è che lo spreco è un problema del Sistema Italia, non certo una esclusiva dell’università. Allora la questione è: “quali sono le maniere efficaci di combattere lo spreco”? I tagli attuali all’università non sono un buon sistema per due semplici motivi:

a.    Colpiscono quasi solo ed esclusivamente la fascia più debole e più povera. E’ ridicolo vendere i tagli come una punizione ai baroni quando i baroni sono e rimangono totalmente garantiti con il loro regolare contratto statale. A pagare la legge sono per primi i deboli, i precari, i sognatori che non siano già scappati all’estero. Cioè gente che non spreca nulla, perché sta già facendo la fame pur di inseguire quello che desidera. Il motivo per cui a fianco dei deboli “uccisi” dalla nuova legge protestano anche i “potenti” rettori è che il vulnus inferto all’università è mortale. Il 50% della forza lavoro che tiene in piedi l’università italiana è composta dai deboli e dai precari. La nuova legge uccide il sogno di queste persone, e li mette nella condizione di potere soltanto prendere atto e andarsene. Con le conseguenze del caso (crollo della qualità dell’insegnamento, docenti caricati di un abnorme lavoro didattico che dovranno rinunciare a fare ricerca, ecc. ecc.)

b.    Non hanno alcun senso razionale. Se l’obiettivo è punire lo spreco e premiare il merito si deve cercare lo spreco e cercare il merito. Al contrario l’effetto della legge è identico per l’università di Canicattì e per il Politecnico di Milano dove lavoro io. Il Politecnico è un ateneo ricco, rinomato a livello internazionale, importante. Eppure tutto questo non conta nulla dal momento che i tagli lo affliggono (e mi affliggono) senza alcuna distinzione di sorta.

5)    In ultimo, in questo “non aver fatto ancora niente”, esiste anche la legge del 9 ottobre. Dice, in breve, che si taglierà il fondo di finanziamento ordinario: il cuore pulsante stesso che la mantiene in vita, l’università. I soldi che i padri dei padri misero saggiamente da parte perché fossero sempre dedicati alla cultura e allo sviluppo della cultura. Il taglio è di decine e decine di punti percentuali.

Concludo.
Il significato delle leggi è semplicissimo, ed è che l’università deve morire. La condanna è stata decisa, e verrà comminata con un drastico taglio alla base della forza lavoro. Durante la lunga agonia che ne seguirà, come sempre accade in Italia, chi ha già acquisito dei privilegi li conserverà, mentre si taglierà senza nessuna pietà chi è debole e meno tutelato.

Quando tutto questo diventerà reale, purtroppo, a nessuno importerà più molto perché la questione culturale non sarà più al centro dell’attenzione. Per allora, infatti, il tracollo di borsa si sarà abbattuto sull’economia reale con tutta la sua forza distruttiva. I numeri parlano chiaro, e l’opinione pubblica che oggi supporta il premier forse sarà meno accomodante quando saranno in centinaia di migliaia, a perdere il loro lavoro, e non solo il sottoscritto.

Al di là di ogni polemica il mio sacrificio, e quello degli altri poveri “bimbi” strumentalizzati che a quanto pare protestano per nulla, merita come ogni sacrificio di non essere vano. E non sarebbe per nulla vano se l’opinione pubblica ne traesse spunto per impadronirsi di tre concetti fondamentali:

1)    La connessione fra quello che la politica e le classi dirigenti fanno e decidono e le cose che succedono nel breve, medio e lungo periodo è diretta ed enorme. E’ assurdo pensare che l’immondizia a Napoli, la crisi, la casta, il fannullonismo, l’università siano questioni separate e distinte. Viviamo in un mondo in cui il tessuto sociale è complesso e abnormemente interconnesso. Sono tutti risvolti diversi di uno stesso problema, che è la perdita totale del concetto di etica, e la perdita totale della visione di lungo periodo nell’operato delle classi dirigenti. Le cose non vanno male perché c’è crisi, le cose vanno male perché quando non c’era crisi degli incompetenti pensavano e lavoravano come se una crisi non dovesse arrivare mai.

2)    L’università ha già naturalmente dentro di se le forze e le idee che basterebbero per una riorganizzazione profonda e meritocratica. Il motivo per cui queste idee sono utopia e non passeranno mai è lo stesso motivo strutturale che affligge la politica e in generale la classe dirigente italiana. Chi ha interesse a cambiare e ad analizzare il lungo periodo, nelle cose, è chi ha di fronte a se una prospettiva di lungo periodo. E’ il giovane. Chi deve idealmente sacrificare dei privilegi acquisiti se si vuole guardare al lungo periodo è chi li ha già raggiunti, i privilegi acquisiti. Chi è vecchio. Nel momento in cui il potere di controllo è solo e unicamente in mano all’entità che ha già acquisito i maggiori privilegi, per quale motivo ci si aspetta che quella entità non persegua i suoi interessi? Per altruismo?

3)    E’ ridicolo pensare che Berlusconi sia il nemico o che la politica sia il nemico. Non sono quelli i nemici. Berlusconi è solo un vecchio, che porta avanti politiche da vecchi, consigliato e circondato da vecchi come lui. Il nemico è l’ottica di vecchiaia e di paura del cambiamento e della perdita dei privilegi che caratterizza tutta la nostra società attuale. Essere conservatori va bene quando c’è benessere e si cresce. Ma i tempi che verranno saranno di crisi e di cambiamento profondo. Lo dice la borsa. Chi è più avanti rispetto a noi, come l’America, guarda il baratro in faccia e produce quasi naturalmente una figura di cambiamento profonda, come Obama. E noi come andiamo incontro alla tempesta? Con Berlusconi e il TG4? Con la classe dirigente della sinistra che conta, che non produce un volto nuovo da circa 20 anni?

Chi difende la cultura e l’università difende il futuro. Ed ha più visione di una classe politica che non ha più visione. Lo ringrazio pertanto, di cuore, per aver sostenuto la nostra battaglia persa, e lo invito a non fermarsi e a lottare ancora. Per costruire sulle macerie fumanti dei nostri sogni e dei sogni infranti di una intera generazione precaria, una società nuova. Una società che non sia terrorizzata dai fallimenti passati e dal cambiamento, e che abbia il coraggio di guardare sempre negli occhi se stessa e il futuro.

Un amore grandissimo

Scritto da Mauro Buti 21 ottobre 2008

È difficile spiegare in poche parole quante siano le maniere di utilizzare un media innovativo e nuovissimo come la rete per fare politica. Si può e si deve capire, però, almeno cosa rappresenti la rete, e quale incredibile potenza sociale e politica si possa sprigionare dall’utilizzo ragionato e consapevole di un mezzo tecnologico rivoluzionario.

La parola rivoluzione non è utilizzata a caso. Abbiamo tutti studiato a scuola le rivoluzioni più famose, i momenti storici durante i quali una serie di forze e di sinergie convergono tutte insieme per produrre un cambiamento abnorme in tempi brevissimi. Le rivoluzioni esistono. Arrivano, semplicemente, il più delle volte inattese e incomprese, e stravolgono tutto. Lo insegna la storia.

In Italia invece noi non crediamo più molto nella forza e nella possibilità di un cambiamento. Siamo prigionieri di quello che possiamo definire uno “status quo”, un sistema di potere blindato e inamovibile, lobbistico, che è del tutto refrattario al concetto stesso di innovarsi e di aprirsi alle idee nuove, e in particolar modo ai più giovani.

Allora vale la pena di raccontare una storia, che viene buona in particolar modo per i giovani e per tutti quelli che credono che i giovani in questi anni siano stati per lo più ignorati dalla politica e dalle classi dirigenti, e che anche questo sia uno dei motivi per cui le cose non vanno più molto bene.

È la storia della più grande rivoluzione tecnologica che la memoria d’uomo ricordi, la rivoluzione industriale. Intorno alla fine del 1700 e agli inizi del 1800 compare nel mondo occidentale la “macchina a vapore”. Guardata inizialmente con sospetto, e poi con crescente entusiasmo, la macchina a vapore spazza letteralmente via tutti i settori economici in cui viene messa a fare a concorrenza. Annienta inizialmente il mercato tessile e i telai a mano, quindi si sposta ed amplia il suo raggio d’azione mano a mano che la comprensione del potenziale innescato con una semplice invenzione si fa più ampia, e si applica lo stesso concetto rivoluzionario ai contesti più disparati. Nascono i trasporti e le industrie moderne, cambia la nostra maniera di concepire grandi temi come l’economia, il commercio, e cambia anche la vita di tutti i giorni, nelle piccole cose.

E se la potenza del mezzo internet fosse tanta e tale da produrre una rivoluzione tecnologica del tutto analoga, solo in una versione più “nuova e moderna”?

Incredibile? E allora continuiamo la storia.
Raccontiamo di come un nuovo medium, un mezzo di comunicazione alternativo che nasce quasi in sordina, travolga in pochi anni (un’inezia quando si analizza un fenomeno in prospettiva storica e non nel breve termine) tutti i settori economici nei quali è più naturalmente portato a fare concorrenza. Porta ad una netta crisi e a una flessione enorme il mercato discografico proprio mentre stava conoscendo la sua massima espansione, perché dall’oggi al domani non è più tempo di comprare i cd visto che “si ascoltano i file mp3”.
Porta ad una crisi feroce l’editoria tradizionale, i giornali, cambia il concetto stesso di come si possa e si debba fare informazione. Cambia anche il nostro modo di comunicare e le spese che associamo alla nostra esigenza di comunicare, stravolgendo il mercato della telefonia. Perché una lettera cartacea che “costa e arriva forse e tardi”, quando la e-mail è “gratis e subito”? Perché chiamare in brasile a un euro al minuto, quando “usando internet” è gratis o si spende come con una urbana?

Allora basta chiudere gli occhi e provare ad avere una visione e a sognare un pochino. Anche solo per cambiare un po’ la solita solfa, visto che in questo paese sembra che sognare sia diventato un reato. Può davvero essere tutto qua?

Non è tutto qua. Questo è solo l’inizio. La superficie dell’iceberg. La lotta della macchina a vapore contro i telai perché i telai sono l’applicazione più immediata e naturale di un concetto abnorme. Ma domani? Cosa ci aspetta domani?

Domani, quando il mezzo sarà acquisito a livello concettuale e la sua incredibile potenza nel tagliare i costi, i tempi, e nel facilitare la comunicazione e i contatti sarà chiara ci saranno infinite altre applicazioni. Il limite saranno solo la fantasia e le intuizioni dei singoli. La visione che precorre i tempi. Cioè il terreno di lotta dove i giovani e la loro capacità di sognare e di vedere lontano diventano fondamentali. Un terreno di lotta nuovo grazie al quale i giovani potranno riconquistare un posto e uno spazio nella società e nelle classi dirigenti. Ma non per una questione “alta, filosofica e concettuale”, quanto piuttosto per la questione “pratica, gretta e banale” di dover gestire al meglio un medium e a un mondo che non sono più “statici”, ma diventano dinamici e terribilmente rapidi come normalmente accade durante una rivoluzione.

E la politica, in tutto questo? Internet ha dentro di se la possibilità di cambiare la maniera stessa in cui noi intendiamo l’azione politica, e di stravolgere completamente equilibri dati per scontati da anni. Un uso illuminato del medium, che precorra i tempi e obblighi gli avversari a correre e ad inseguire, può rendere reale ogni più rosea aspettativa. Perché anche i sogni più incredibili diventano possibili quando c’è una rivoluzione in corso.

Incredibile? E allora proviamo con una ultima storia, giusto per concludere il discorso.

È la storia di un uomo di colore, un nero, che vive in un paese storicamente difficile per chi ha la pelle nera. Negli Stati Uniti D’America, il paese dove esiste “l’effetto Bradley”, e cioè dove la gente per non sembrare razzista non dice apertamente ai sondaggi di non voler votare per un nero, ma poi non lo vota nell’urna, e apparenti vittorie annunciate si trasformano in cocenti sconfitte. Questo uomo è poco più di un signor nessuno. È un senatore democratico e si chiama Barack Obama. Compete nelle primarie del suo partito, contro una macchina politica oliata ed abnormemente più famosa di lui come quella della famiglia Clinton. Risale la china e i sondaggi che lo danno come uno sconfitto annunciato, pronunciando parole magiche sullo stile di “innovazione”, “nuovi media”, “nuova politica”, “spazio al nuovo e ai giovani”. Risale e le vince, le primarie. In molti pensano che non vincerà solo quelle, e che presto sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti D’America.

Come sarà mai stato possibile fare qualcosa di così politicamente incredibile? Beh, ho seguito le primarie e le elezioni americane con un certo interesse e, crediateci o no, la forza bruta che ha sostenuto il miracolo politico permettendo di raccogliere forze militanti e una quantità incredibile di fondi era tutta appoggiata sul mezzo tecnologico di cui vi ho parlato fino ad adesso.

Un mezzo tecnologico che è stato profondamente compreso dai creatori della campagna di Obama, e poi sfruttato in maniera moderna come una leva, precorrendo i tempi e cavalcando una rivoluzione che è ancora tutta in divenire, ma che sta comunque arrivando, come possiamo percepire in tutti i settori.
Nella politica, nell’economia e nei suoi disastri odierni, nell’informazione, nelle comunicazioni. Ovunque, tutto intorno a noi, nelle grandi e piccole cose.

Obama vince le primarie democratiche perché si rende conto che le cose stanno cambiando, e dice che cambierà la politica per affrontarle. Dice che saranno i giovani, così come lui è giovane, a proporre un nuovo modo di fare le stesse cose. Mutua tutto il suo messaggio e le sue politiche da quelle che sono le caratteristiche fondative del mezzo tecnologico internet. Quello stesso mezzo su cui si appoggia la rivoluzione, il momento iniziale di rivoluzione, che è poi il concetto stesso che lui cavalca facendosi spingere, volando e rendendo possibile la sua presenza in quel posto e in quel momento.

Allora è davvero tutto così incredibile e impossibile?

È vero o non è vero che due ragazzi, più o meno della nostra età, possono chiudersi in un garage e vedere. Vedere oltre, più lontano di tutti, capire e intuire, e creare partendo dal loro sogno ad occhi aperti il più grande colosso economico dell’ultimo decennio? È vero, e questo colosso è Google. Ed è con internet. È su internet.

È vero o non è vero che un politico, un giovane senatore nero, può cavalcare una visione e sconfiggere forze politiche più consolidate, meglio piazzate, e apparentemente imbattibili? Solo facendosi forza dell’energia che si sprigiona da un media che ha dentro il suo DNA l’ idea del cambiamento. È vero. Ed è con internet. È su internet.

Se è vero tutto questo, ed è vero, allora sono i giovani a dover offrire la visione che accompagni la forza politica del mezzo. La visione di qualcosa di diverso e più grande che appare chiaro anche solo ai nostri occhi. Sono i giovani che devono credere per primi a una politica diversa, in grado di cambiare realmente le cose in questo paese.

Perché internet rappresenta una alternativa possibile e credibile allo status quo odierno. Intesa come rivoluzione, come simbolo, come concetto. Come modo differente di fare le stesse cose. Come un modo pratico, concreto, tangibile e reale di crescere e di vincere, attorcigliandosi intorno ad una identità forte. A un’ideologia che non è né di destra, né di sinistra, perché è una ideologia bianca. Senza colori. È una ideologia moderna così come è moderno credere nel progresso, nella tecnologia, nel fatto che un mondo che si muove velocissimo non possa permettersi di relegare le menti più giovani e vivaci a un ruolo secondario e di nessuna importanza.

Intorno al fenomeno della rete e ai concetti che di quel fenomeno fanno naturalmente parte si può costruire un cambiamento rivoluzionario che riporti i giovani a un ruolo centrale. Servono solo delle visioni e delle idee. Serve la società civile. Serviamo noi.

Lo scopo è di far cassa.

Scritto da Mauro Buti 14 ottobre 2008

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Sarà venduto il monumento dedicato al leader socialista scomparso nel 2000
il sindaco del paese, Roberto Simoncini (Udc): «lo scopo e’ di far cassa».

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