
Buongiorno a tutti i fedeli lettori, e buon 2011!
Come oramai tradizione cominciamo il nuovo anno con una analisi dello stato attuale della politica mondiale e italiana.
Partiamo dalle cose più importanti: Obama e i democratici hanno subito una sconfitta durissima alle elezioni di mid-term. Le cause sono molteplici, ma possono essere riassunte con il celebre detto dell’era Clinton: “It’s the economy, stupid”. La debacle elettorale è stata una naturale conseguenza del tasso di disoccupazione elevato, e di mercati nervosi di fronte a un futuro oscuro, e a una crisi ancora tutta da affrontare.
Lo hanno ricordato in questi giorni sia il nostro Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che il suo collega statunitense Tim Geithner (da segnalare anche l’ottimo articolo del giornalista Federico Rampini).
Cerchiamo di riassumere i fatti. La linea scelta dall’amministrazione Obama in ambito economico è stata tutto sommato morbida. Nonostante le parole di fuoco e le promesse di rigore si è rivelato impossibile attaccare l’estabilishment di Wall Street in maniera troppo diretta. Così passata la bufera si è riprodotto grossomodo lo stesso status quo che la crisi l’aveva generata. Il problema di liquidità è stato trasferito dalle banche ai debiti pubblici, e il rischio di insolvenza di Lehman Brothers è diventato quello degli stati sovrani.
Una situazione nella quale l’infelice ruolo di anello debole della catena spetta all’area euro, fragile a causa della sua impossibilità di operare una politica monetaria comune. Le varie realtà del vecchio continente sono troppo diverse fra loro per trovare una soluzione che piaccia a tutti, così i cinesi e gli americani hanno buon gioco a svalutare la loro moneta, mantengono alto il livello di esportazioni, e lasciano la UE al palo. Diversi paesi membri affrontano condizioni disperate e si avviano a crollare senza che sia possibile fare nulla di concreto per impedirlo. L’unica medicina a disposizione è quella tedesca, e si tratta di un intruglio amarissimo: rifinanziare i debiti con tassi da capestro, e prevedere drastici tagli alla spesa pubblica e al welfare come procedura di rientro.
La prospettiva quindi è quella di indebitarsi ulteriormente, e fare fronte alle cambiali diminuendo gli stipendi, le pensioni, e le possibilità di lavoro nel settore pubblico… Non suona proprio come un volano perfetto per rilanciare i consumi e la crescita, vero? Infatti non lo è. Anche perchè se ad andare sott’acqua è un paese di piccole dimensioni e scarsa rilevanza economica sullo scacchiere internazionale (Grecia, Islanda, Irlanda) è facile immaginare di tenerlo artificialmente in piedi, ma cosa potrebbe mai succedere se a cantare il de profundis fosse una nazione di dimensioni ben diverse (Italia, Spagna)?
Lo spettro è ancora una volta quello del terrore sui mercati e dell’effetto domino. Soluzione? Nessuna definitiva. È notizia di questi giorni come i cinesi stiano già intervenendo sul debito spagnolo. Andiamo quindi incontro ad uno scenario di paesi emergenti in crescita a sostegno di un vecchio e debole occidente fino al termine della buriana?
Difficile che il modello possa durare nel lungo periodo. Esattamente come accade in Europa gli interessi sono troppo diversi e lontani, e i decenni di età dell’oro e crescita sembrano essere alle nostre spalle. Se lo stato di crisi perdura, e si trasforma in stagnazione, presto o tardi l’egoismo e l’autosufficienza diventeranno più importanti della tenuta del mercato globale. Il punto cruciale del contendere saranno quindi le risorse naturali e le materie prime, molto prima di farlocche ricchezze di carta. Per allora la Cina avrà già consolidato un vantaggio strategico decisivo e avrà in pugno la possibilità di togliere ossigeno all’occidente a suo piacimento. Avremo quindi pazienti sotto metadone, mantenuti artificialmente in vita da chi convive in simbiosi con loro, mentre infurierà uno strano braccio di ferro fra le spinte protezionistiche da un lato, e le minacce di “staccare la spina” dall’altro.
Riflettevamo già negli anni scorsi sulle difficili scelte a cui andava incontro Barack Obama. In maniera logica la sua decisione è stata quella di salvare il sistema nel suo complesso, e di adottare una strategia prudente. Una scelta ottima in tempi ordinari, ma potenzialmente pericolosissima e letale in periodi fuori dal comune come quello che stiamo vivendo oggi. La sconfitta subita alle urne vale come avviso. Forse l’unico. Il mondo non si può accontentare di uno dei presidenti più brillanti ed efficaci degli ultimi decenni (l’approvazione della riforma sanitaria è stato uno spettacolare lavoro di pragmatismo e politica, e nel complesso tutto il primo biennio Obama è stato ricco di iniziative coraggiose e di risultati). Non basta. Oggi c’è bisogno di qualcosa di più audace e fuori dal comune. Il cambiamento non è più una speranza a cui ambire per il futuro, è una necessità immediata e imprescindibile per salvare il presente.
Come di fronte ad un mutamento climatico globale la nostra scelta è darwiniana: Evolve, or die. La rielezione di Obama si giocherà sulla sua capacità di comunicare di nuovo un senso di distacco e di evoluzione rispetto al passato, oltre che sulla disoccupazione e sui dati economici. Se l’uomo nuovo dell’Illinois cadrà nella polvere la Casa Bianca tornerà conservatrice. E con ogni probabilità si chiuderà in se stessa, dando inizio a una nuova era economica basata sul protezionismo e sugli accordi bilaterali piuttosto che sul mercato globale.
La destra americana (e mondiale) del futuro difficilmente sarà liberale, come nella tradizione del secolo scorso. Ulteriore dimostrazione dell’inizio di una fase politica post-ideologica, nella quale le distinzioni più nette saranno quella fra posizioni progressiste e conservatrici. Un futuro complesso, e con ogni probabilità cupo, povero e spietato. Con lo spauracchio del melting-down economico, il collasso di sistema, a sostituire le oramai superate bombe atomiche nell’immaginario collettivo del disastro globale. Nel 2011 si continuerà a correre sulla sottile linea rossa, navigando a vista in equilibrio precario, con un ridotto margine di errore. La speranza è che, come già accaduto in passato, l’enorme entità della sfida diventi lo stimolo per produrre un “salto in avanti” concettuale, che rinnovi le nostre concezioni politiche e sociali più o meno come la rete e il web hanno rivoluzionato le telecomunicazioni. Tutto è sempre possibile, ed alla fine è proprio quando il gioco si fa più duro che i duri cominciano a giocare (speriamo sia di buon auspicio anche per le imminenti elezioni comunali…
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Due parole conclusive sulla nostra bella Italia. L’estrema debolezza di Berlusconi dovrebbe portarci alle urne nel prossimo anno. In diverse commissioni cruciali (federalismo e bilancio) il governo è già in minoranza da tempo a causa dell’uscita degli uomini di FLI. Non credo che la situazione verrà risolta con la campagna acquisti, e posta l’impossibilità di un rimpasto e di un accordo, l’unica ipotesi restante è quella del voto. Ci attende una campagna elettorale difficile e cruenta, al termine della quale possiamo prevedere una situazione di stallo e (con un po’ di fortuna) il definitivo tramonto dell’era berlusconiana. Nel frattempo per buona certezza l’opposizione è e rimane allo sbando. Non riesco a pensare nessun termine migliore di “istinto suicida” per commentare quella parte del PD che vuole escluderci dalla coalizione di governo per cercare accordo con UDC e FLI (che nemmeno lo vogliono). Meglio Cuffaro e gli ex-fascisti del tremendo Di Pietro, a quanto pare.
Il PD è un partito che è ininterrottamente sceso dal momento della sua nascita in poi. Ha perso tutte le consultazioni elettorali a partire dal 2008, e ha perso e continua a perdere anche le sue adorate primarie. Quelle incise sulle tavole di pietra dello Statuto, alle quali Beppe Grillo non può partecipare, e delle quali Nichi Vendola non può parlare. Ad un osservatore disattento potrebbe quasi sembrare che esista un problema legato alla classe dirigente e alla strategia. Invece no. Si perdono le elezioni e le primarie? Perfetto, allora smettiamo di fare le primarie, e se possibile smettiamo di fare anche le elezioni. Nel frattempo non cambia mai una faccia, e la dialettica interna rimane chiusa intorno ai due galli nel pollaio, Veltroni e D’Alema. Bisticciano da 30 anni, ma niente paura: questo non gli ha certo impedito di firmare tutte le disgrazie più importanti della storia del centro-sinistra italiano. Finirà mai? Aveva ragione Nanni Moretti?
Vedremo. Ma per il 2011 sono ottimista. Il futuro non è un ometto di quasi 75 anni con il cranio bitumato (cit) che continua a sparare ***CENSURA*** a reti unificate. Il cambiamento che stiamo aspettando siamo sempre e solo noi. La scelta è chiara: lottare ed evolverci, o morire.
Buon anno!















[...] piccola chiosa alle valutazioni espresse nel post di inizio anno merita lettura l'intervista di Federico Rampini a Barry Eichengreen, docente all’università [...]