Mauro Buti

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Inizia a far male…

Scritto da Mauro Buti 27 maggio 2010

Tanto tuonò che piovve.

Dopo aver negato a oltranza l’esistenza della crisi il sedicente miglior premier degli ultimi 150 anni si è trovato costretto ad ammettere che qualche problemino dopotutto c’è. In un revival dal sapore vagamente nixoniano Berlusconi ha menzionato a più riprese la parola “sacrificio”, ha addossato le colpe della situazione attuale alla sinistra, e ha presentato una finanziaria da 24 miliardi.

L’amarissima pillola preparata dal ministro Tremonti non è ancora all’altezza delle “lacrime e sangue” del governo Amato nel 1992, ma inizia pericolosamente ad assomigliarci.

Curiosa e degna di nota la dietrologia pubblicata da Repubblica in merito alla manovra, nella quale si parla di un premier preoccupato “da un disegno dei poteri forti volto ad eliminarlo”. Berlusconi sa bene che la sua posizione non è sostenibile, e l’impressione che il governo non arriverà a mangiare il panettone si fa sempre più credibile. A seguire, con ogni probabilità, un esecutivo di larghe intese e unità nazionale per le riforme (o più probabilmente per le “lacrime e sangue *quelle vere*, in versione 2.0″).

Piangono i lavoratori statali, piange la CGIL, piangono i giovani bamboccioni alle prese con un dramma che sembra non avere fine. In due milioni (!!!) non lavorano e non studiano. Non fanno nulla se non vegetare, in pratica.

Che dire: spiace. E spiace a maggior ragione perchè temo di far parte della categoria, insieme a molti dei miei lettori.
Purtroppo è inutile farsi illusioni, il cerino e il conto della crisi sono già rimasti in mano a noi. E chissà che sul lungo periodo non si riveli una lezione istruttiva: il saldo salatissimo che ci aspetta potrebbe aiutare noi e i nostri ancor più giovani successori a dare finalmente un valore e un peso al nostro voto, e a smettere di usare le tessere elettorali e le preferenze come se fossero dei kleenex…

Posted via email from Mauro Buti

Soluzioni innovative per società moderne…

Scritto da Mauro Buti 12 maggio 2010

Ricordo che molti mesi fa, mentre l’attuale crisi si trovava in una delle sue fasi più violente, osservavo con fascino il comportamento dei mercati di fronte agli eventi.
In un mondo impazzito solo il freddo denaro mi sembrava mantenere un atteggiamento asettico. Seguire una logica chiara, in cui il crollo dei valori di borsa era solo la naturale conseguenza di politiche fallite e di illusioni infrante. Una testimonianza crudele, ma efficace, del crepuscolo di uno stile di vita insostenibile.

Nei mesi successivi, invece, ho osservato con scetticismo e con incredulità l’arrivo della ripresa. Tutti gli indicatori macroeconomici mi parlavano di una crisi profonda e duratura. Di una probabile fase di stagnazione, e di problemi strutturali profondissimi e ancora del tutto irrisolti. Eppure il Dow Jones ha continuato a salire, fino a tornare addirittura al di sopra di quota 10000. Un valore impensabile solo poco tempo prima.

Perché?

La crisi greca di questi ultimi giorni può aiutarci a recuperare il bandolo della matassa. Le notizie in merito alla gravità della situazione dei conti pubblici ellenici erano note da mesi e mesi, all’incirca dal momento dell’insediamento del nuovo governo di centrosinistra. Erano state accolte da un sostanziale disinteresse da parte dei mercati, sebbene gli analisti sapessero perfettamente di trovarsi di fronte a una bomba in attesa di esplodere. E come inevitabile lo scossone in borsa è arrivato, e non certo in un momento casuale.

L’unico stato in grado di intervenire in maniera credibile per fermare la deriva greca era la Germania guidata dal cancelliere Angela Merkel. Alle prese con una delicata tornata elettorale imminente (poi persa), e con una ampia maggioranza dell’opinione pubblica favorevole all’idea di abbandonare le cicale greche al loro destino. Improvvisamente il rischio di un default si è fatto tangibile e concreto, e i mercati hanno reagito di conseguenza con un ribasso record che ha terrorizzato le banche centrali e l’amministrazione americana. La situazione, del resto (fatte le dovute proporzioni fra una banca e uno stato), era fin troppo simile a quella della Lehman Brothers, e cioè al vero e proprio “detonatore” della crisi. Ne è seguito un weekend di passione al termine del quale l’Unione Europea ha varato un fondo straordinario coprendo, di fatto, l’esposizione del debitore greco insolvente. Una soluzione “alla TARP“, del tutto analoga a quella elaborata a suo tempo dagli americani: debito, debito, debito e ancora debito. Geniale: per coprire una voragine monetaria cosa può esserci di più efficace se non indebitarsi ulteriormente?

La bontà della soluzione è stata testimoniata dall’euforia e dall’esaltazione dei mercati, che hanno aperto il lunedì successivo siglando prestazioni record dell’ordine di +11% (Milano) e +14% (Madrid).
Nulla di strano: allo stato attuale delle cose i mercati sono razionali più o meno allo stesso modo di un bambino in lotta con la mamma per farsi comprare un dolcetto. Non vedono nulla se non il loro obiettivo, e cioè quella soluzione che hanno già scelto come l’unica possibile per preservare lo status quo e, in ultimo, se stessi. Per ottenerla sono pronti a qualunque cosa. Pianti, capricci, occhi dolci, strepiti, moine. Tutto pur di fare pressione sui genitori (e cioè i governi), e convincerli a cedere. Se non altro per preservare il quieto vivere…
A guardarli in maniera spassionata non sono nemmeno cattivi: un po’ come per Jessica Rabbit il problema è la loro natura. “Li disegnano così”: del tutto incentrati su se stessi, e perfidamente convoluti su quell’ottica di breve periodo che rappresenta insieme il successo e l’inevitabile condanna del nostro sistema economico.

Ai mercati non importa nella maniera più assoluta del “crollo inevitabile”, o della “situazione insostenibile”. L’unica cosa che interessa allo speculatore, del resto, è che il crollo non avvenga qui e adesso. Perché se anche solo un giorno rimane prima che l’economia reale “veda il bluff” di quella finanziaria, allora c’è ancora ampio margine per muovere, fare, disfare, guadagnare. In ultimo per vivere una vita al massimo, quella in cui ogni respiro aggiuntivo prima della morte vale come e più della possibilità di evitarla. Quella in cui ogni secondo di ulteriore agonia è un inebriante morso di dolcetto che allontana lo spettro della fame. Meglio crollare col sapore di buono in bocca, piuttosto che rassegnarsi alla mancanza dei soldi per comprare il pane…

Oggi tutti parlano di “crescita”, e di “tornare a crescere” come condizione imprescindibile per superare la crisi. Viene da ridere: nessuno ha la più pallida idea di come questa crescita possa originarsi, nessuno dei fondamentali economici indica una credibile aspettativa di crescita, perché mai dovremmo tornare a crescere? Perché i greci dovrebbero sopportare condizioni capestro e tagli alle spesa devastanti? Di modo che il sacrificio della povera gente possa mantenere il benessere delle banche, delle classi dirigenti, e del resto dell’area europea? Per quale assurdo motivo qualcuno dovrebbe accettare di soffrire nel momento in cui la soluzione definitiva a tutti i nostri mali è quella di non sacrificare mai nulla (“too big to fail”)? Quella di continuare a indebitarsi, perchè diversamente ci sarebbe da soffrire?

Guardare con occhi spassionati l’economia mondiale è insieme agghiacciante e adorabile. Riassumiamo:

  • I conti pubblici e privati dell’area occidentale subiscono per anni e anni una assurda e insopportabile pressione verso la crescita
  • Le economie emergenti dettano il ritmo, ma lo fanno appoggiandosi a condizioni di lavoro e costi di manodopera ridicoli rispetto ai loro “progrediti” concorrenti.
  • I progrediti concorrenti tentano di salvare il salvabile con invenzioni geniali come il consumo “a debito”, la finanza creativa e i prodotti derivati. Cioè scommettono alla cieca su una crescita continua e duratura…
  • L’astuto piano va a catafascio perché, strano ma vero, a un certo punto il colabrodo non si regge più in piedi e non si cresce più. L’economia mondiale crolla.
  • Per sopravvivere alla situazione di crollo urge una soluzione in tempi rapidi. Quale può mai essere? Ma ovvio: quella di tornare a crescere il prima possibile…
  • Si statalizzano i debiti, e cioè si continuano a spendere soldi che non ci sono pur di stabilizzare i mercati e stimolare la crescita
  • Si ricomincia da capo

Due ultime parole per concludere questa lunga riflessione. Quella di preservare l’economia globale e i mercati non è una soluzione indolore. Il dolcetto costa, e costa parecchio. La scelta strategica è quella di tutelare il benessere delle attuali generazioni accollando il prezzo di politiche scriteriate e folli a quelle che verranno. Cito me stesso: un mare di gente ha bevuto e continuerà a bere gratis, ma nessuno si illuda che alla fine il conto non sia da pagare. Il debito pubblico del resto lo stipulano i padri e lo pagano i figli.
Con ogni probabilità il debito “occidentale” ci costerà la revisione del sistema pensionistico, una netta sforbiciata allo stato sociale, alle tutele, alla sanità, all’istruzione e chi più ne ha più ne metta. Per la prima volta l’utopia capitalista dovrà arrendersi di fronte all’amara realtà, e accettare di regredire, invece di progredire. Andiamo in direzione di una società che sarà più chiusa e più diseguale. Verso un futuro a tinte fosche…

E tutto questo, naturalmente, solo nel migliore dei casi. E cioè se il grande salvataggio funzionerà senza troppe altre scosse, e se l’unico prezzo della nostra attuale follia sarà quello (oramai inevitabile) di anni di inflazione e di deprezzamento del denaro. Non si tratta però dell’unico esito possibile per questa crisi, e nemmeno del più probabile. Man mano che entità sempre più grandi e complesse vanno in difficoltà il sistema economico globale potrebbe anche trovarsi di fronte all’impasse del “too big to save”. I mercati potrebbero rimanere senza dolcetto, e il tutto mentre l’interconnessione fra diversi soggetti (privati, pubblici, sovranazionali…) è e continua ad essere fuori da ogni regola e da ogni controllo. Titoli di stato greci si trovano nelle cassaforti della Regione Lombardia, così come nei forzieri delle banche francesi e greche, e i bond tossici entrano nel portafoglio della piccola Islanda così come in quelli del Comune di Milano. Il terrore dell’effetto domino finora ha dominato ogni altra considerazione in tema economico, e ci ha portati dove ci troviamo oggi.

Eppure…

I vigliacchi muoiono molte volte innanzi di morire; mentre i coraggiosi provano il gusto della morte una volta sola. (William Shakespeare)

Posted via email from Mauro Buti

Riportando tutto a casa…

Scritto da Mauro Buti 7 maggio 2010

Una lunga pausa.
Ne avevo bisogno, e spero che i miei lettori capiranno e avranno pazienza. Lo sforzo profuso nelle elezioni è stato enorme, e per un certo periodo non sono riuscito nemmeno a pensare di riprendere a scrivere di politica sul blog.

Purtroppo il mondo non ha avuto la pazienza di aspettarmi, ed è affascinante notare quanti siano i nuovi argomenti di attualità emersi in un mese solitamente “tranquillo”, come quello che segue una consultazione elettorale. Ad esempio potremmo commentare il feroce scontro di potere in corso, che a mio parere prelude a quella scissione del PdL annunciata a più riprese proprio su queste pagine. O piuttosto parlare del secondo ministro più potente d’Italia che ha appena scoperto, sbadato, di essersi fatto pagare la casa in nero da uno dei più importanti appaltatori della pubblica amministrazione. E cioè da Anemone, il celebre organizzatore delle “cose megagalattiche“, nonché procacciatore di massaggi alla cervicale, brasiliane e centri benessere ad uso e consumo del capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso.

Dettagli.

Quello che davvero conta, infatti, sta avvenendo altrove, e i nostri ottimi rappresentanti non se lo stanno certo facendo sfuggire. Il cuore mi vibra di sdegno al pensiero del Ministro dell’Economia che riferisce in merito alla crisi Greca, di gran lunga il più importante avvenimento politico in corso allo stato attuale delle cose, di fronte a un’aula deserta. Ma tenterò per l’ennesima volta di farmene una ragione…

Che i nostri deputati ascoltino o meno, del resto, ai mercati importa poco. La fredda moneta sta per riprendersi il centro della scena mondiale, dopo averlo inspiegabilmente perso per alcuni mesi. Un fugace momento di illusione, vissuto cavalcando una ripresa che ha avuto fin da principio una entità e una rapidità inspiegabile a fronte del reale andamento degli indicatori economici.

Immagino che Nouriel Roubini bollerà il tutto con sadica soddisfazione come un “sucker’s rally”. Una “corsa dei coglioni”. Prevederlo, ancora una volta, non era difficile: la coperta economica è e rimane corta da troppi lati, e guadagnare tempo non aiuta a risolvere un problema di sistema.

Ne parleremo diffusamente nella prossima settimana, con il riavvio ufficiale delle attività del blog. Vi aspetta un ampio commento sugli oscuri scenari globali, e soprattutto l’analisi promessa da tempo in merito al mio risultato elettorale. Un faccia a faccia dedicato a tutti gli amici che mi hanno aiutato e votato (grazie, grazie, grazie, infinite volte grazie!!!), per riflettere insieme su cosa significhi oggi, anno domini 2010, correre per la prima volta alle elezioni e prendere quasi 700 voti. E perdere, naturalmente… :D

Nell’attesa, buon weekend!!!

Posted via email from Mauro Buti

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