Mauro Buti

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Allora, fa abbastanza male? Ancora?

Scritto da Mauro Buti 17 gennaio 2010

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Nei giorni scorsi ho ricevuto diverse richieste per un post in merito agli allucinanti fatti di Rosarno.

Ho aspettato perchè sentivo di non essere pronto a scrivere qualcosa di buono. Adesso, mentre vedo scorrere alla tv le immagini della devastazione che ha colpito Haiti, forse ho qualche speranza di rendere giustizia al tema.
I giornali dicono che le stime sui morti si attestano fra le 100.000 e le 200.000 persone.

Da queste stesse pagine, aprile 2009, terremoto in Abruzzo:

Che dire… [...] Che dire mentre i media riportano senza sosta immagini di morte, dolore e distruzione?
Forse non c’è nulla da dire. Il circo va avanti. Un altro giro di ruota. Si prosegue ancora, destinazione sempre incerta.

Le grandi tragedie generano sempre un dibattito profondamente umano. Davanti al caso, alla sfortuna, all’inevitabile destino, e al silenzioso senso di finalità che ci lascia la vista della morte sentiamo tutti un bisogno urgente. Vogliamo un senso, una ragione, una chiave di lettura che ci lasci almeno qualcosa. Qualunque cosa, purchè sia in grado di riempire il vuoto che ci attanaglia le viscere. Qualunque cosa pur di non sentire la bocca dello stomaco attorcigliata, e il corpo oppresso da una sensazione di sporco. Di profonda e disgustosa ingiustizia.
E come in ogni tema che coinvolga emozioni umane così forti, demagogia e politica sono puntuali come avvoltoi.
Tutti cercano nel bene e nel male di utilizzare quanto accaduto a proprio uso e consumo, per trarne vantaggio, consenso, piuttosto che la dimostrazione inoppugnabile della propria teoria.

Così, nel mio piccolo, penso alla mia teoria. E non riesco a togliermi dalla testa una canzone dei Mercanti di Liquore, “Due parti di idrogeno per una di ossigeno“. Una sorta di accusa sociale musicata in maniera affascinante e originale (e consigliatissima per l’ascolto).
Nel finale l’autore riflette sul valore da assegnare alla vita, svilito da una società che distrugge e corrompe tutto. Compresi gli elementi fondanti e basilari per la vita stessa, come l’acqua.

Dunque che prezzo dare alla vita? Che valore più o meno? Pagandola bene, sei bottiglie di acqua minerale. Non è male. Conviene!

Non voglio entrare nel merito dei fatti, nè su Rosarno, nè su Haiti. Troppo si è già detto, e troppo si dirà ancora. E trovare qualcosa di davvero sensato nel mucchio è impresa difficile…
Per una volta vorrei invece concedere una licenza al blog e a me stesso, e parlare con la pancia piuttosto che con la testa.

Vedo Haiti distrutta. Rosarno messa a ferro e fuoco dalla disperazione dei clandestini. Sangue, lacrime e devastazione ad uso piccolo schermo, 24 ore su 24.
In collegamento in diretta i nostri inviati ci relazionano come sempre sul trionfo della società moderna. Sul Sogno Americano in azione.

Chissà, forse è proprio lo stesso sul quale Hunter Thompson si interrogava alcuni decenni orsono…

Ed eccola, la nostra vittoria: siamo riusciti a dare un valore economico anche alla vita. E almeno per una volta è un affarone. Stropicciatevi gli occhi, amici: è tutto gratis.
La vita è sempre valsa poco, del resto. Ma oggi, finalmente, con la sovrappopolazione, la crisi, il surriscaldamento globale, e i problemi di ogni giorno un cadavere dalla pelle convenientemente scura non costa più niente.
Non a caso ne arrivano regolarmente carichi omaggio inclusi in ogni guerra, in ogni carestia, e in ogni disastro…

Non voglio fare facili moralismi sul bambino con il ventre rigonfio che muore di fame, e sui suoi milioni di colleghi. Ma credo sia più che lecito constatarne in maniera oggettiva il valore: zero.

Di fronte a una offerta speciale di queste proporzioni guardare è un dovere. Ve la fareste mai sfuggire sugli scaffali?
Allora guardiamo tutto. Ogni immagine. Fissiamo gli occhi sul camion che scarica merda, detriti, e corpi morti nelle fosse. Osserviamo ipnotizzati le mosche mentre volano felici, distribuendosi equamente fra le file di cadaveri.

La verità è sempre là fuori, basta solo guardarla. [...] La si può fissare dritta negli occhi. Non in televisione, nei talk show con i pareri colti degli opinionisti. La verità è dove sta sempre. In mezzo alla gente, fra la polvere e i calcinacci. Dove speculazione e sciacallaggio fanno banchetto di dolore e sofferenza.

Guardiamo, guardiamo, guardiamo. Guardiamo fino a scoppiare.
Rosarno e Haiti sono due eventi molto più simili di quanto non possa sembrare a prima vista. Fatte le debite proporzioni fra livello locale e quello globale, abbiamo in entrambi i casi la rara e preziosa occasione di ascoltare un campanello d’allarme. Di vedere la manifestazione fisica di ciò che la “società moderna” continua imperterrita a preparare e accumulare negli anni.

Certo l’evento scatenante è casuale, specie nel caso di una catastrofe. Ma solo un occhio disattento si lascia distrarre dalla casualità dell’innesco, quando il quadro complessivo ha una innegabile coerenza. Abbiamo sovrapprodotto ricchezza, benessere, e in ultimo vita umana. Oggi stiamo solo assistendo alla svalutazione di un asset dalla presenza sovrabbondante sul mercato. Che la crudeltà del caso si accanisca su Haiti, sotto forma di tsunami nel’Oceano Indiano, o comunque più spesso sui poveri e sugli ultimi non dovrebbe stupirci. Senza fare rumore, in maniera asettica e politically correct, il nostro modello sociale ha prodotto una quantità immensa di poveri e ultimi.

Forse è vero che in percentuale si tratta di un numero meno significativo rispetto a quanto non accadesse un tempo. Sia lode al dio capitalismo!
Ma se la vita umana conta per unità, e non per proporzione rispetto al totale, occorre fare una riflessione più profonda. Tutti intorno a noi sono già presenti indicatori chiarissimi della deriva che stiamo prendendo. Tutti intorno a noi sono già presenti i poveri e gli ultimi. A Rosarno, così come ovunque. Anche se facciamo finta di non vederli, e passiamo loro attraverso con gli occhi quando girano per le città affamati e infreddoliti. Vendendo rose, spade giocattolo colorate, accendini, un bel lavaggio al vetro, e in ultimo un sempreverde che non passa mai di moda: la miseria umana.

L’Europa e il Mondo hanno già vissuto un periodo in cui il valore della vita era diventato nullo. Un periodo che ha dimostrato come non esista rischio più pericoloso, per una società, rispetto alla perdita dell’empatia e della solidarietà.
Allora guardiamo dritto negli occhi le facce dei poveri e degli ultimi. Perchè appartengono o appartenevano a delle persone, e perchè sono la nostra unica maniera di misurare la reale portata della crisi attuale.

Non è mai stata una crisi economica, o finanziaria. La crisi è nel sistema, e in una certa misura è il sistema.

Girare la testa dall’altra parte non serve a niente…

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Le conseguenze dell’amore

Scritto da Mauro Buti 8 gennaio 2010

[caption id="" align="aligncenter" width="300" caption="Abdul Salam Guibre, 19 anni, ucciso a sprangate nella "civile" Milano per aver rubato un panino..."][/caption]

Apro il Corriere della Sera di oggi, il cosiddetto quotidiano “autorevole e moderato”, e noto subito un fondo di Angelo Panebianco che parla di immigrazione.
Un brivido mi percorre la schiena, mentre mi appresto alla lettura…

  1. Inevitabile: “i confini che separano i tradizionalisti militanti contrari all’uso della violenza e i simpatizzanti del jihadismo sono fluidi, incerti e, probabilmente, attraversati spesso nei due sensi. Negare il problema è, francamente, da irresponsabili“. Indubbio, esiste il problema dei jihadisti. Non hanno mai colpito in Italia (al contrario di brigatisti, neo-fascisti, e tanti altri gruppi di facinorosi e di estremisti), ma soprassediamo. La cosa davvero curiosa è che il confine fra chi è terrorista e chi no sia “fluido e incerto”. Alcuni ingenui potrebbero sospettare che passi dall’uso fisico delle armi, ma va da sè come l’esigenza di fare un po’ di polvere in merito a un fenomeno che riguarda una irrisoria minoranza rispetto ad un corposo numero di immigrati musulmani già presenti sul territorio sia primaria. Aiuta a fare una discussione serena, no?
  2. Ardito: “un certo numero di magistrati, ad esempio, ha deciso che il reato di clandestinità è in odore di incostituzionalità. Immaginiamo che la Corte costituzionale si pronunci domani con una sentenza favorevole alla tesi di quei magistrati. Bisognerebbe allora mandare a memoria la data di quella sentenza perché sarebbe una data storica, altrettanto importante di quelle dell’unificazione d’Italia e della Liberazione. Con una simile sentenza, la Corte stabilirebbe solennemente che ciò che abbiamo sempre creduto uno Stato non è tale, che la Repubblica italiana è una entità «non statale». Che cosa è infatti il reato di clandestinità? Nient’altro che la rivendicazione da parte di uno Stato del suo diritto sovrano al pieno controllo del territorio e dei suoi confini, della sua prerogativa a decidere chi può starci legalmente sopra e chi no“. Magari a qualcuno interessa scoprire perchè tanti magistrati pensino che il reato di clandestinità sia incostituzionale, o ascoltare Marco Travaglio mentre copre di ridicolo una delle leggi più stupide e inutili della storia della Repubblica. Il reato è inapplicabile, il sistema non può nemmeno pensare di sobbarcarsi i milioni di processi che ne deriverebbero, e in ogni caso nessuno di quei processi potrebbe mai finire con una condanna. Si tratta di una legge emanata solo per parlare alla pancia degli elettori della Lega e sbandierare un successo politico inesistente. Il suo unico effetto, ammesso di averne uno, è quello di aumentare il carico di spese inutili che derivano dall’immigrazione.

Panebianco titola parlando di ipocrisia, e non voglio sfuggire al dibattito. Esiste in effetti una sottile ipocrisia, sulla questione dell’immigrazione, e la si può leggere tradotta nella chiosa finale del fondista del Corriere: “La questione dell’immigrazione ricorda quella del debito pubblico. Il debito venne accumulato durante la Prima Repubblica da una classe politica che sapeva benissimo di scaricare un peso immenso sulle spalle delle generazioni successive. In materia di immigrazione accade la stessa cosa: esiste un folto assortimento di politici superficiali, di xenofobi, di educatori scolastici, di intellettuali liberal, di preti (troppo) accoglienti, di magistrati democratici, e di altri, intento a fabbricare guai. Fatta salva la buona fede di alcuni, molti, probabilmente, pensano che se quei guai, come nel caso del debito, si manifestassero in tutta la loro gravità solo dopo un certo lasso di tempo, non avrebbe più senso prendersela con i responsabili“.

Nulla di più falso. Il debito è figlio di scelte precise effettuate dai governanti, l’immigrazione invece è un fenomeno di sistema, e i governanti sono chiamati a fronteggiarlo in maniera indipendente dalla loro volontà. Una spudorata menzogna volta a spacciare il fenomeno come un movimento “in corso”, “arginabile” e “controllabile a norma di legge”. E se il clima è quello della mistificazione dopo è facile capire perchè le uniche iniziative in merito all’immigrazione in una regione come la Lombardia siano state l’editto anti-kebab, le carrozze della metropolitana per soli milanesi, o il “bianco natale” (volutamente in minuscolo) di Coccaglio. Verrebbe quasi da ridere, ma la realtà è che c’è da piangere.

Gli immigrati sono già del tutto inseriti, e in maniera indispensabile, all’interno del nostro tessuto sociale. Vogliamo pensare di vivere senza badanti? O senza la provvidenziale signora che si presta settimanalmente a farci le pulizie in casa? 9 volte su 10 lavorando in nero?

In una situazione come questa l’unica, vera, immensa ipocrisia è quella di far credere alla gente che si possa in un qualunque modo legislare “contro” il fenomeno, per fermarlo. Certo, in Italia non si può entrare a proprio piacimento, come e quando si vuole. Servono regole, e servirebbe farle rispettare, come sempre. Ma rimane vero come, regole o non regole, sia già entrata tantissima gente. Occorre quindi ragionare “in funzione” di quanto accade, perseguendo con impegno e costanza la via di una integrazione che sia il più possibile morbida e indolore. Come? Non mi sembra così complesso: facendo in modo che l’immigrato arrivi a sentirsi italiano il più rapidamente e nella maniera più convinta possibile, così come l’afroamericano newyorkese si sente parte integrante e vitale degli USA già dopo una sola generazione.

Esempi di integrazione riuscita ci sono ovunque, in tutte le città più grandi e affascinanti del mondo. Possibile che sia impensabile un percorso analogo in Italia, e che le parole più sensate sul tema le spenda un leader di destra come Gianfranco Fini? E’ la facilità con la quale si cedono le redini di un dibattito fondamentale a una forza politica come la Lega a costituire il vero debito che si sta accollando alle future generazioni. E si, in questo sono d’accordo con Panebianco: è l’ennesimo conto salatissimo che rischiamo di dover pagare sul lungo periodo…

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Un Amore in Numeri…

Scritto da Mauro Buti 4 gennaio 2010

Anno nuovo, vita nuova.
In un rinnovato clima di confronto costruttivo, maggioranza e opposizione trovano subito intesa in un comune invito ad abbandonare il partito dell’odio (l’unico ad opporsi davvero, guardacaso…)

L’atmosfera è idilliaca, e l’armonia di abbracci e pacche sulle spalle è rotta solo dalla fugace apparizione di alcuni piccoli numeri.
Apprendiamo così, come di consueto dai trafiletti, di una economia ostinatamente convinta a non piegarsi alla logica bipartisan dell’amore. Peccato.

Italia, anno domini 2010:

  • Disavanzo pubblico a 85,9 miliardi di euro. Record storico e +31 miliardi rispetto all’anno precedente.
  • Per fortuna la perdita secca sulle spese dello stato è compensata da ben 4,7 miliardi di gettito provenienti dallo scudo fiscale. Lo scudo prevede una tassazione del 5% sui capitali illegalmente custoditi all’estero, che possono così rientrare in Italia in maniera del tutto anonima e pulita. In America l’aliquota sui capitali sanati è del 49%. In Inghilterra del 44%. Naturalmente in nessun altro paese occidentale il condono avviene in forma anonima…
  • Note positive anche sui salari: l’Italia è sotto di un promettente 32,3% rispetto alla media UE. Non si confondano i miei 25 lettori, si sta parlando del salario lordo, al quale va poi aggiunta una pressione fiscale fra le più alte d’Europa (scudi a parte, ci mancherebbe).
  • Un ultimo dato curioso: il differenziale di stipendio tra un lavoratore laureato ed uno che ha fatto solo la scuola dell’obbligo, è diminuito del 6,2%. Anche qui si tratta della flessione più consistente registrata tra i 22 Paesi più industrializzati del mondo, e di un consiglio nemmeno troppo velato ai giovani. Proprio quelli menzionati a più riprese nel discorso di fine anno del presidente Napolitano…

Si preannuncia un amore difficile…

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A Reti Unificate

Scritto da Mauro Buti 3 gennaio 2010

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha pronunciato la parola “giovani” per ben 13 volte, nello suo consueto discorso di fine anno.
Molto gettonate anche “riforme”, “famiglia”, “fiducia” e “speranza”, in un sincero augurio di un buon anno nuovo all’insegna dello spirito bipartisan e delle larghe intese.

Luigi de Magistris ha raccolto l’invito proponendo una nuova ipotesi di legge ad personam: il “Lodo De Magistris”. In un messaggio ironico e tagliente l’ex magistrato ha garantito una impunità totale a Silvio Berlusconi “senza trucco e senza inganno”. In cambio il premier dovrebbe solo togliere il disturbo e trasferirsi all’estero, permettendo così al paese di riprendere la sua normale vita democratica. Il volo di stato con destinazione Isole Cayman, Apicella e le escort sarebbero, naturalmente, inclusi nel pacchetto…

Pronta e unanime la reazione del mondo politico.

Opposizione:

  • Merlo (PD): «Mi stupisco di chi si stupisce delle affermazioni dell’on. De Magistris. È da mesi che il partito dell’Italia dei valori ci abitua ad un linguaggio ispirato dall’estremismo verbale, dove l’avversario politico è un nemico da abbattere. Semmai, l’unica considerazione politica da fare è che le parole dell’on. De Magistris rappresentano la perfetta antitesi di ciò che ha detto solennemente il Presidente della Repubblica»
  • D’Alia (UdC – Ve lo ricordate? E’ quello dell’illuminato emendamento omonimo di censura della rete): «la provocazione di De Magistris sul Presidente del Consiglio è inaccettabile. Non si può ridurre la politica ad una caricatura grottesca che lede il prestigio delle istituzioni».

Maggioranza:

  • Bondi (PdL): «Mentre detto questo commento avverto immediatamente che esso è insufficiente ad esprimere il necessario sdegno verso l’esponente del partito di Di Pietro e provo anche lo sconforto di prevedere che le parole pronunciate da questo ex magistrato (che disonora la funzione prima della giustizia e ora della politica) non susciteranno la riprovazione né del suo partito né della maggior parte degli esponenti della sinistra, che pure non possono non provare imbarazzo e vergogna per un tale compagno di viaggio».
  • Anna Maria Bernini (PdL): «la delirante intemerata dell’europarlamentare De Magistris non va sottovalutata né relegata nella categoria dell’umorismo becero in perfetto stile Idv. Si tratta di vilipendio di una fondamentale istituzione dello Stato».

De Magistris risponde via Twitter: “Guai a quella società che smarrisce umorismo ed auto-umorismo. La sub-cultura berlusconiana ha prodotto anche questo: la fine dell’ironia“.

Mi chiedo dove finiscano imbarazzo e vergogna di fronte a un Premier che porta squadre di puttane a Palazzo Grazioli, di modo che possano ammirare il lettone di Putin e visionare i video dei suoi grandi successi (tutto vero, of course). O piuttosto quando Silvio commenta sulla abbronzatura di Obama e consorte, o sulla intelligenza e bellezza di Rosy Bindi. La realtà è che Berlusconi è terrorizzato dall’ironia, e lo testimoniano i suoi numerosi contenziosi con gli autori di satira, come Luttazzi e la Guzzanti, e con trasmissioni come Blob.
Questo perchè essendo un esperto di comunicazione è il primo a sapere che far ridere vuol dire bucare lo schermo, e ferire laddove fa davvero male, nei voti e nei consensi.

Luigi De Magistris è il primo politico italiano ad aver ridicolizzato i vizi e le idiosincrasie di Berlusconi. E l’enorme risposta di fuoco al suo attacco non è certo casuale…

Chiosa finale del Corriere della Sera, per voce del blog di Gianna Fregonara e Maria Teresa Meli. “Chi glielo spiega che dicendo queste cose non fa altro che garantire a Berlusconi lunga vita (politica, ovviamente) tra Arcore e Roma?”.
Strano, mi sembrava che Berlusconi avesse già avuto garantita una lunghissima vita politica. E da ben altri soggetti…

Alla fine tutto torna: Napolitano 84 anni, Berlusconi 73. Curiosa coincidenza: De Magistris 42.
“Giovani”, eh?

Torniamo pure tranquillamente a ridere per non piangere…

Posted via email from Mauro Buti

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