Apro il Corriere della Sera di oggi, il cosiddetto quotidiano “autorevole e moderato”, e noto subito un fondo di Angelo Panebianco che parla di immigrazione.
Un brivido mi percorre la schiena, mentre mi appresto alla lettura…
- Inevitabile: “i confini che separano i tradizionalisti militanti contrari all’uso della violenza e i simpatizzanti del jihadismo sono fluidi, incerti e, probabilmente, attraversati spesso nei due sensi. Negare il problema è, francamente, da irresponsabili“. Indubbio, esiste il problema dei jihadisti. Non hanno mai colpito in Italia (al contrario di brigatisti, neo-fascisti, e tanti altri gruppi di facinorosi e di estremisti), ma soprassediamo. La cosa davvero curiosa è che il confine fra chi è terrorista e chi no sia “fluido e incerto”. Alcuni ingenui potrebbero sospettare che passi dall’uso fisico delle armi, ma va da sè come l’esigenza di fare un po’ di polvere in merito a un fenomeno che riguarda una irrisoria minoranza rispetto ad un corposo numero di immigrati musulmani già presenti sul territorio sia primaria. Aiuta a fare una discussione serena, no?
- Ardito: “un certo numero di magistrati, ad esempio, ha deciso che il reato di clandestinità è in odore di incostituzionalità. Immaginiamo che la Corte costituzionale si pronunci domani con una sentenza favorevole alla tesi di quei magistrati. Bisognerebbe allora mandare a memoria la data di quella sentenza perché sarebbe una data storica, altrettanto importante di quelle dell’unificazione d’Italia e della Liberazione. Con una simile sentenza, la Corte stabilirebbe solennemente che ciò che abbiamo sempre creduto uno Stato non è tale, che la Repubblica italiana è una entità «non statale». Che cosa è infatti il reato di clandestinità? Nient’altro che la rivendicazione da parte di uno Stato del suo diritto sovrano al pieno controllo del territorio e dei suoi confini, della sua prerogativa a decidere chi può starci legalmente sopra e chi no“. Magari a qualcuno interessa scoprire perchè tanti magistrati pensino che il reato di clandestinità sia incostituzionale, o ascoltare Marco Travaglio mentre copre di ridicolo una delle leggi più stupide e inutili della storia della Repubblica. Il reato è inapplicabile, il sistema non può nemmeno pensare di sobbarcarsi i milioni di processi che ne deriverebbero, e in ogni caso nessuno di quei processi potrebbe mai finire con una condanna. Si tratta di una legge emanata solo per parlare alla pancia degli elettori della Lega e sbandierare un successo politico inesistente. Il suo unico effetto, ammesso di averne uno, è quello di aumentare il carico di spese inutili che derivano dall’immigrazione.
Panebianco titola parlando di ipocrisia, e non voglio sfuggire al dibattito. Esiste in effetti una sottile ipocrisia, sulla questione dell’immigrazione, e la si può leggere tradotta nella chiosa finale del fondista del Corriere: “La questione dell’immigrazione ricorda quella del debito pubblico. Il debito venne accumulato durante la Prima Repubblica da una classe politica che sapeva benissimo di scaricare un peso immenso sulle spalle delle generazioni successive. In materia di immigrazione accade la stessa cosa: esiste un folto assortimento di politici superficiali, di xenofobi, di educatori scolastici, di intellettuali liberal, di preti (troppo) accoglienti, di magistrati democratici, e di altri, intento a fabbricare guai. Fatta salva la buona fede di alcuni, molti, probabilmente, pensano che se quei guai, come nel caso del debito, si manifestassero in tutta la loro gravità solo dopo un certo lasso di tempo, non avrebbe più senso prendersela con i responsabili“.
Nulla di più falso. Il debito è figlio di scelte precise effettuate dai governanti, l’immigrazione invece è un fenomeno di sistema, e i governanti sono chiamati a fronteggiarlo in maniera indipendente dalla loro volontà. Una spudorata menzogna volta a spacciare il fenomeno come un movimento “in corso”, “arginabile” e “controllabile a norma di legge”. E se il clima è quello della mistificazione dopo è facile capire perchè le uniche iniziative in merito all’immigrazione in una regione come la Lombardia siano state l’editto anti-kebab, le carrozze della metropolitana per soli milanesi, o il “bianco natale” (volutamente in minuscolo) di Coccaglio. Verrebbe quasi da ridere, ma la realtà è che c’è da piangere.
Gli immigrati sono già del tutto inseriti, e in maniera indispensabile, all’interno del nostro tessuto sociale. Vogliamo pensare di vivere senza badanti? O senza la provvidenziale signora che si presta settimanalmente a farci le pulizie in casa? 9 volte su 10 lavorando in nero?
In una situazione come questa l’unica, vera, immensa ipocrisia è quella di far credere alla gente che si possa in un qualunque modo legislare “contro” il fenomeno, per fermarlo. Certo, in Italia non si può entrare a proprio piacimento, come e quando si vuole. Servono regole, e servirebbe farle rispettare, come sempre. Ma rimane vero come, regole o non regole, sia già entrata tantissima gente. Occorre quindi ragionare “in funzione” di quanto accade, perseguendo con impegno e costanza la via di una integrazione che sia il più possibile morbida e indolore. Come? Non mi sembra così complesso: facendo in modo che l’immigrato arrivi a sentirsi italiano il più rapidamente e nella maniera più convinta possibile, così come l’afroamericano newyorkese si sente parte integrante e vitale degli USA già dopo una sola generazione.
Esempi di integrazione riuscita ci sono ovunque, in tutte le città più grandi e affascinanti del mondo. Possibile che sia impensabile un percorso analogo in Italia, e che le parole più sensate sul tema le spenda un leader di destra come Gianfranco Fini? E’ la facilità con la quale si cedono le redini di un dibattito fondamentale a una forza politica come la Lega a costituire il vero debito che si sta accollando alle future generazioni. E si, in questo sono d’accordo con Panebianco: è l’ennesimo conto salatissimo che rischiamo di dover pagare sul lungo periodo…
Posted via email from Mauro Buti















