State of The Union
29 dicembre 2009Buongiorno a tutti, e auguri per un buon 2010.
Esattamente un anno fa su queste pagine ci eravamo interrogati sulla crisi, e sull’agenda del nuovo presidente americano, chiamato a scegliere fra l’audacia della speranza e il freddo pragmatismo della ragione. Dopo dodici mesi di mandato possiamo già trarre delle prime conclusioni.
Barack Obama è, per sua stessa ammissione, un “New Democrat“. Così come Bill Clinton prima di lui, l’attuale presidente ritiene che sia necessaria una posizione terza rispetto al pressing dell’ala più radicale dei democratici, a stretto contatto con il centro dello schieramento politico. Certo, il primo presidente nero è vicino ai liberali nelle tematiche sociali e sulla green energy, ma dal punto di vista economico è chiaro da tempo come la Casa Bianca abbia sposato una visione moderata, non troppo lontana da quella dei conservatori.
Si tratta di un rischio immenso.
Nel corso del suo primo anno Obama ha ottenuto diversi successi e importanti aperture di credito. Ha ripulito l’immagine dell’America all’estero, ha avviato la chiusura di Guantanamo, ha portato quasi a conclusione la storica Riforma della Sanità, si è riproposto come interlocutore credibile nei dialoghi con Israele, ha incassato un insperato (e forse inopportuno) Nobel per la Pace… Certo non mancano dei lati oscuri, come la debacle al vertice di Copenhagen o quella della candidatura di Chicago ai Giochi Olimpici, ma nel complesso il bilancio è più che positivo. Purtroppo in termini assoluti la cosa conta poco, se non nulla. Non a caso la popolarità del presidente continua a scendere, e si è attestata in questi giorni al di sotto della soglia psicologica del 50%.
Nel 2009 mi sono permesso a più riprese di prevedere come la promozione o la bocciatura del nuovo governo USA sarebbe dipesa dall’andamento dell’economia. Quando le pance si svuotano e il malcontento serpeggia, del resto, storia insegna come gli occhi della gente si puntino su cose concrete e tangibili. Soldi e lavoro, ad esempio…
Per il 2010 offro ai miei venticinque lettori una previsione altrettanto facile: la situazione attuale non durerà.
L’apparente stabilità economica appena raggiunta è figlia di un fragile equilibrio. Rappresenta un breve momento di quiete costruito con fatica a tavolino, e prelude ad altri momenti difficili e ad altre azioni forti da parte dei governi.
Strappare un paziente in grave crisi dal rischio di morte è sicuramente lodevole, ma non costituisce di per sè condizione sufficiente per garantire una guarigione. Ed è proprio questo è il punto: nell’ansia immediata del sopravvivere ci stiamo dimenticando di valutare l’esistenza (o la non esistenza) di un percorso credibile per recuperare un sistema oramai compromesso. Così mentre la stabilità e il relativo benessere delle borse sembrano parlarci di pericolo sventato e crisi superata, sono la maggior parte degli indicatori macroeconomici (su tutti la disoccupazione) a ricordarci come la situazione di difficoltà perduri. Il paziente è vivo, ma in coma farmacologico. Non appena l’iniezione di denaro pubblico che lo mantiene a galla verrà a mancare il rischio di una nuova fase acuta è dietro l’angolo.
La deduzione è quasi elementare specie se si considera che i mercati sono risaliti secondo gli stessi assurdi principi alla base del loro crollo nel 2008.
L’intera finanza americana si è risollevata grazie al diabolico meccanismo denominato “carry trade“. Di cosa si tratta? Semplice: finchè la Federal Reserve tiene i tassi di interesse a zero per dare ossigeno alle banche, speculare è di una facilità irrisoria. Mi faccio prestare dei dollari a costo zero, li investo in altra valuta al 3-4%, e incasso. Come bere un bicchier d’acqua…
Il dollaro crolla, gli americani sono felici perchè la cosa da respiro alle esportazioni, e il resto del mondo fa buon viso a cattivo gioco perchè con l’economia americana in ripresa almeno si può sperare di rialzarci tutti, appoggiandosi al buon vecchio Zio Sam. Dove sta l’inghippo?
Ce lo ricorda l’economista Nouriel Roubini: “mother of all carry trades faces an inevitable bust“. La bolla scoppierà, così come scoppiano tutte le bolle. Prima o poi il dollaro arresterà la sua caduta libera, la Fed alzerà i tassi, e quando arriveranno le prime richieste di copertura sui prestiti erogati il mercato si riscoprirà nudo di fronte ad un altro crollo epocale.
Obama ha fatto la sua scelta: salvare lo status quo e i mercati ad ogni costo. Punire la colpevole Wall Street e abbandonarla al suo destino avrebbe avuto conseguenze catastrofiche e inaccettabili. Ma lo stesso vale per la scelta di salvare il salvabile a spese del contribuente, che ha a sua volta un prezzo diseducativo enorme. A ricevere i benefici dell’iniezione di liquidità statale, infatti, non sono stati nè i lavoratori (oppressi dalla disoccupazione) nè le imprese (oppresse dal rischio di fallimento). Sono stati proprio coloro che la crisi l’hanno generata, e cioè i banchieri. Che a fronte di una nuova e ampia disponibilità di denaro hanno ripreso a fare il loro mestiere preferito: investire e speculare, creando “sovraricchezza” sul nulla.
Così l’economia reale piange, e quella virtuale vola. Il presidente fa la voce grossa e parla di una nuova stagione di rigore, i banchieri annuiscono con fare grave fregandosi le mani, e le condizioni al contorno si avviano a tornare identiche a quelle che hanno portato alla catastrofe del 2008.
La linea pragmatica dell’uomo nuovo dell’Illinois corre sul filo sottile che separa il compromesso dalla sconfitta. Schiacciato dal malcontento della sua base liberale, dalla pressione dei repubblicani, e da una situazione economica che vive sull’orlo del tracollo Obama tenta di governare con equilibrio e misura. Gli auguro ogni bene e ammiro la sua azione politica, ma la mia impressione è che i tempi in cui viviamo non siano più adatti ad equilibrio e misura. Come dissi già un anno fa:
“Ad essere in ginocchio è l’intero meccanismo di produzione e di consumo. E la scelta di mantenere in vita il sistema erogando denaro pubblico, per quanto inevitabile, potrebbe rivelarsi un boomerang. Specie se è vero, come è vero, che attualmente produciamo di più rispetto a quanto il sistema sia in grado di sostenere, e nel corso dei prossimi anni dovremmo scendere in maniera più o meno naturale al livello sostenibile. Dove questo livello si posizioni è un mistero per tutti, ma non è inverosimile che sia *molto* più basso rispetto a quando ci immaginiamo e consideriamo normale oggi. Questo perchè la crisi attuale non è una crisi puramente economica, ma è una crisi strutturale, nella quale elementi distinti concorrono. Esiste una crisi ambientale, una crisi dovuta alla sovrappopolazione, una crisi dovuta alla disumana sproporzione di condizioni di vita fra ricchi e poveri, una crisi politica e militare nel Medio Oriente e in molte altre zone calde, e forse esiste anche quella crisi di morale e costumi che lamentano le professioni religiose più intransigenti.
Oggi viviamo in una società che non può fermarsi. Abituati da anni a correre e ad inseguire il futuro ci stiamo finalmente accorgendo, senza peraltro rallentare, di starne costruendo uno che somiglia più alle tinte fosche del cyberpunk e alla pioggia di Blade Runner, che alle utopie di energia pulita, sole splendente, e macchine volanti.”
Se quanto sopra è vero ancora oggi, e io credo lo sia, le politiche di compromesso che l’amministrazione americana ha perseguito nel 2009 stanno solo rimandando il momento della verità. Arraffano qualche secondo e qualche respiro di tregua, ma non toccano la sostanza del problema. Il paziente non guarirà, e le cose cambieranno di conseguenza. Che lo si voglia o no…
Quanto più ci si oppone a questa mutazione di equilibri così inevitabile e drastica, tanto più traumatica sarà la fase di transizione. Misura ed equilibrio, del resto, pagano solo se il sole splende e il futuro è rosa. Di fronte alla tempesta, invece, occorrono temerarietà e coraggio. Valori che, forse, sono al di là delle possibilità dell’intera società occidentale, oramai troppo vecchia, avida, e stanca per accettare di cambiare.
Due parole conclusive anche sulla situazione italiana, come da tradizione.
Silvio Berlusconi ha lanciato l’idea di dialogo e riconciliazione fra le parti dopo l’attentato di cui è stato vittima pochi giorni fa. La cosiddetta “stagione dell’amore”. Subito i soliti noti, guidati dall’ex primo ministro Massimo D’Alema, si sono messi sull’attenti e hanno reagito con parole al miele, auspicando l’avvio di una nuova fase costituente.
Nemmeno mi spreco a sorridere sulla tragedia in termini di consenso elettorale che verrebbe provocata da questo rozzo tentativo di inciucio.
Mi limito a notare come troppi politici siano ipnotizzati dall’andamento dei sondaggi, e dal consenso del premier. Dati assai poco indicativi in un periodo incerto come quello attuale.
Nuove formazioni stanno nascendo, problemi politici irrisolvibili minacciano l’integrità dei partiti più grandi (è credibilissimo che il PdL si scinda entro breve, mentre nel PD il movimento è già in atto, e acquisirà ulteriore slancio dopo la batosta prevista per le elezioni regionali), e nel complesso il futuro è oscuro e ignoto per tutti. In una situazione come questa i punti si riguadagnano e (soprattutto) si perdono con estrema rapidità. Le fluttazioni sono endemiche, e l’assenza di un trend preciso fotografa una opinione pubblica sull’orlo di una crisi di nervi, in attesa spasmodica della valanga in arrivo. Il popolo italiano beccheggia da un lato e dall’altro seguendo il moto della nave, senza capire perchè il timoniere stia puntando dritto al centro dell’uragano, e senza avere la più pallida idea di chi possa guidare la nave al suo posto. Intanto il vento soffia fortissimo, i lavoratori vanno sui tetti, le imprese chiudono a raffica, la cifra di disoccupazione fra i giovani sfiora il 30%, e il debito pubblico è fuori controllo (1800 miliardi, in aumento). Il Paese somiglia da vicino a un coniglio confuso che vaga in mezzo alla strada, e osserva rapito i fanali dei camion di passaggio.
Berlusconi si illude. L’attentato di un pazzo non può cambiare uno stato di cose già compromesso, e l’illusione di rialzarsi seguendo l’onda americana resterà tale. La ripresa non è iniziata, e non inizierà a breve. Nè per loro, nè per noi. All’orizzonte si profila per tutti un periodo solitario, nel quale l’Italia, così come gli altri paesi in difficoltà, si ritroverà costretta a fronteggiare i suoi problemi storici e le sue idiosincrasie. Rotta fra ipotesi di protezionismo, recrudescenze isolazionistiche, e ammiccamenti nemmeno troppo velati alla seccessione del nord padano.
Una situazione già di per se insostenibile, che sarà ulteriormente aggravata dal dramma in cui versano le casse dello stato. E che non potrà durare.
Il 2010 sarà un anno che ricorderemo a lungo. Nel bene e nel male…
Grazie di cuore a tutti i lettori, ancora auguri, e restate sintonizzati su queste pagine nei prossimi mesi. Stiamo lavorando per voi…
“We are the ones we’ve been waiting for. We are the change that we seek.”


















