Mauro Buti

Political & Social Networking…

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attracting-wave

L’avvento di internet, e ancora prima quello delle tecnologie digitali, ha segnato l’inizio di una vera e propria rivoluzione. Al di là degli effetti esterni più lampanti, che influenzano la nostra vita di tutti i giorni, le ricadute sul sistema economico e sociale verranno capite e analizzate con precisione solo fra molti anni, in prospettiva storica. Pur senza ambire ad un’analisi completa del fenomeno, comunque, è importantissimo discutere per tempo i paradossi più pericolosi ed inquietanti che lo accompagnano fin dalla sua nascita.

Guardando un film di fantascienza, o leggendo un libro, sarà capitato a chiunque di imbattersi nella versione virtuale della antica “Biblioteca di Alessandria”. L’idea di un ricettacolo di sapere che, avvalendosi di possibilità futuristiche, raccolga la nostra produzione artistica mettendola a disposizione di tutti. Un’utopia che affascina scrittori e registi oramai da decenni.

E, del resto, perché no? A che pro riuscire a riprodurre e a trasmettere con enorme facilità delle informazioni se non per renderle fruibili più facilmente e a più persone?
La rivoluzione moderna, la “rivoluzione digitale”, ha già reso possibili da tempo quelli che qualche decennio fa erano solo sogni. In un mondo nel quale le informazioni circolano e si possono riprodurre in maniera velocissima, affidabile, economica, e sicura, è senza dubbio possibile realizzare un database che raccolga l’intera produzione letteraria mondiale, mettendola a disposizione di tutti. E lo stesso può valere per quella pittorica, o per quella cinematografica…

“Perché no?”, allora…
Una domanda semplice e logica, che va a toccare uno dei più sacri tabù imposti dalla società moderna: il copyright.
Ma cosa è il copyright, di preciso? Quali interessi difende davvero? Quelli dell’artista, del padre intellettuale di un’opera? O piuttosto quelli di chi si fa carico dell’esclusiva sulla distribuzione e riproduzione dell’opera stessa?

Cercando un parallelo con la rivoluzione scientifica più celebre, quella industriale, emergono i paradossi della situazione attuale. In un mondo nel quale una macchina poteva svolgere senza difficoltà il lavoro di cento operai le vittime del progresso sono state le persone sostituite per mero vantaggio economico dai macchinari e dalla produzione industriale.
E in una rivoluzione che rende la riproduzione e la distribuzione delle informazioni più semplice e virtualmente priva di costi, invece, quali possono essere le “vittime designate” del progresso? In un sistema economico capitalista, nel quale la libera concorrenza dovrebbe far tendere i prezzi verso i costi, quanto dovrebbe costare la riproduzione di un’informazione digitale?
Probabilmente lo stesso prezzo che costa mandare una e-mail, o scaricare sul proprio computer una immagine scattata con una macchina fotografica digitale e condividerla con i propri amici, facendone centinaia e centinaia di copie.

Volgendo lo sguardo al futuro è lecito aspettarsi che la velocità e la facilità con le quali otteniamo e inviamo informazioni digitali continuino ad aumentare. Connessioni con bande sempre più ampie, collegamenti satellitari, radiofonici, reti wireless… Internet si avvia a diventare un’infrastruttura presente e scontata per la nostra società così come potevano esserlo l’acqua corrente o l’energia elettrica qualche decennio fa.

In un contesto nel quale riprodurre e trasmettere ha dei costi irrisori, il concetto stesso di proprietà di un’informazione digitale si fa fumoso. La proprietà, infatti, non consiste più nel possesso fisico dell’oggetto, quanto piuttosto nella possibilità di fruirne.

Il copyright non nasce, come un’incredibile e sistematica campagna di mistificazione tenta di suggerire, come una legge destinata a tutelare gli autori. Al contrario la prima legge di copyright, risalente al sedicesimo secolo, nasce come un’operazione di censura da parte del governo inglese. Le nuove tecnologie che facilitavano la stampa e la riproduzione avevano causato un aumento  esponenziale degli scritti in circolazione, e suscitato notevoli preoccupazioni nella classe dominante. La necessità di tenere sotto controllo eventuali tentativi di sedizione sfociò nella creazione della Company of Stationers, una società addetta alla censura destinata a trasformarsi, molti anni dopo, nella prima compagnia di distributori della storia mondiale.

Al di là della parentesi storica è triste vedere come a distanza di qualche secolo le cose non siano affatto cambiate. Se si mettono da parte i discorsi di comodo e di facciata appare lampante come gli interessi più “forti” in relazione alle leggi sul copyright non siano tanto quelli degli autori (per i quali la legge rappresenta una sorta di “assicurazione” sui proventi derivanti dalla propria opera, ma anche un vincolo opprimente su quelli che saranno per forza i canali di passaggio dei proventi stessi) quanto piuttosto quelli legati all’esclusiva del distributore.
È proprio il distributore, infatti, a trarre unicamente dei vantaggi dall’esistenza di una regolamentazione stringente. L’autore ne trae vantaggi e svantaggi, dal momento che rinuncia ad alcuni diritti sulla sua opera di ingegno in favore delle comodità che la rete distributiva preesistente gli garantisce. Ma ha davvero scelta? O piuttosto la rete non lascia nessuna scelta e nessuno spazio a possibilità e metodi di emergere che siano alternativi?
E chi ne risulta avvantaggiato, il mondo artistico della creazione, o quello gretto e materiale della distribuzione?

Prendendo queste considerazioni come punto di partenza le insufficienze della legislazione attuale emergono in tutta la loro drammatica attualità.
La legge, infatti, non si riferisce in maniera diretta al punto focale della questione, ma tenta piuttosto di adattare alla situazione attuale le logiche preesistenti. Gli enormi interessi economici in gioco forzano la ricerca e la scienza ad inseguire un controsenso, nella disperata ricerca di una “pietra filosofale tecnologica” capace di trasformare l’oggetto digitale in un oggetto fisico. Uno strumento magico che renda le informazioni tangibili, permettendo di possederle, scambiarle e legislarle alla stregua di qualunque altra proprietà. DRM, copie limitate e codifiche proprietarie, protezioni fisiche… Sono tutti nomi diversi che identificano lo stesso fenomeno e la stessa necessità di fondo.

Ma è davvero possibile adattare a leggi vecchie di secoli un mezzo di comunicazione e di scambio che sfugge a tutto quanto poteva essere anche solo ipotizzato tre decenni fa? I vantaggi che apporterebbe alla nostra società e al suo sviluppo un “passo indietro” nella concezione dell’informazione digitale non sono molto chiari. Né è chiaro perché dovremmo ambire ad una società nella quale si possa avere proprietà fisica dei singoli bit, e controllo sul loro scambio. Il concetto stesso è terribile, e richiama alle esigenze di un regime ben prima che a quelle di una qualunque democrazia. Siamo proprio sicuri, quindi, che sia questa la direzione più giusta nella quale muoversi?

In una famosa epopea fantascientifica, il “Ciclo della Fondazione” scritto da un grande visionario come Isaac Asimov, uno scienziato di nome Hari Seldon sviluppa un sistema di predizione del futuro basato su complessi calcoli matematici. La nuova scienza, chiamata “psicostoria” permette a Seldon di prevedere con assoluta certezza l’arrivo di una rivoluzione che distruggerà l’attuale impero galattico, condannando l’intero universo conosciuto a 30.000 anni di violenze e barbarie.
Di fronte alla drammatica prospettiva Seldon elabora un piano ambizioso, basato su complessi calcoli psicostorici, che permetta di aiutare e facilitare il processo di transizione, accorciando il periodo di disordine e anarchia fino a farlo durare solo 1000 anni.

Una metafora fantasiosa che ricorda in maniera allarmante la discussione fatta fin qui. Di fronte a una rivoluzione è assurdo sperare di mantenere lo status quo preesistente, o anche solo illudersi di non dover fronteggiare un periodo di instabilità ed incertezza. E non servono certo l’intelligenza e la sensibilità di un eroe da romanzo per rendersi conto della rivoluzione attualmente in atto, nata e sviluppatasi intorno allo strano miracolo della “world wide web”.

La pretesa di limitare e controllare la diffusione dell’informazione digitale è un controsenso che va contro la natura stessa dell’oggetto in esame. L’informazione digitale, infatti, nasce e si afferma esattamente grazie alla facilità con la quale la si può riprodurre e distribuire. L’illusione odierna di poter dominare e frenare una rivoluzione di questa portata non è troppo diversa dall’illusione vissuta alcuni secoli fa dai tessitori, che speravano di ricevere tutela e difesa contro gli ingranaggi e il metallo delle macchine a vapore.

Un fenomeno di portata tanto globale, però, non era certo in grado di fare distinzioni e di rispettare i legittimi interessi di chi desiderava solo lavorare e sopravvivere. E i tessitori sono finiti, loro malgrado, nel lungo elenco delle vittime predestinate.
La strenua opposizione al cambiamento e alla novità, e la cieca difesa dei propri interessi, hanno sancito la condanna inappellabile di una intera categoria. Eppure la capacità di adattarsi alle nuove condizioni e la flessibilità avrebbero potuto garantirne la salvezza e, perché no, la possibilità di crescita e di guadagno anche a fronte di mutamenti così radicali e ostili. Davanti a un’onda enorme, del resto, è possibile affrontare l’acqua frontalmente, e rompersi il collo, oppure fare un po’ di surf, e divertirsi. La questione dipende solo dalla prospettiva con la quale si affronta il problema.

Nel contesto moderno gli interessi delle major e dei distributori sono sicuramente più rilevanti, dal punto di vista economico, rispetto a quelli di una singola categoria di lavoratori. Ciò nonostante rimangono altrettanto insignificanti se valutati in proporzione. C’è ben poca differenza fra l’usare un granello di sabbia o un enorme scoglio, quando l’obiettivo che ci si propone è quello di fermare un’onda.

Il fenomeno globale e la rivoluzione in atto richiedono un ragionamento in funzione della loro presenza, non una guerra volta a negare la loro esistenza, in modo da poterli trattarli secondo lo status quo precedente. Diversamente non solo vive l’illusione di Don Chisciotte, rapiti da una impossibile guerra contro i mulini a vento, ma si allunga colpevolmente, e a dismisura, il periodo di disordine e di anarchia che fa seguito alla novità. Si impone alla società di vivere il cambiamento come un trauma, facendosi annientare dall’inerzia di una forza incontrollabile. Si firma la propria condanna, in pratica, con la stessa cecità del tessitore che non voleva rassegnarsi e ha finito per perdere sia lo scontro frontale con la rivoluzione, sia la possibilità di sfruttare un fenomeno tanto enorme a suo vantaggio.

In una situazione come questa la nostra ancora di salvezza è rappresentata dalla psicostoria, e cioè, al di fuori della metafora, dalla metascienza. Dalla nostra capacità di elaborare, studiare, ragionare e decidere sui principi e le ragioni che stanno “al di là” di quel fenomeno che vogliamo indirizzare e controllare. L’obiettivo da porsi non è l’impresa impossibile di annullare una rivoluzione negandone l’esistenza, quanto piuttosto quello di accorciare l’interregno che fa seguito a ogni cambiamento radicale usando la nostra abilità di adattarci, e di sfruttare le nuove possibilità che abbiamo a disposizione. “Cavalcare l’onda”, invece che intestardirsi a fermare la marea a mani nude.

Una informazione che per sua stessa natura è facile da riprodurre e da condividere è una risorsa inestimabile, per una società adulta e avanzata come la nostra. Non si tratta di un mostro al quale dover mettere freno, né di un oggetto che deve essere trattato alla stregua di una bicicletta, o di una casa, reclamando ad ogni costo la propria necessità di possesso e riscontro economico. Si tratta di un qualcosa di nuovo, che deve essere regolamentato e trattato a seconda della sua natura e delle sue caratteristiche, in modo da esaltarne i lati positivi e da soffrire il meno possibile quelli negativi.

Le capacità di scambio odierne, e le difficoltà nell’arginare il diffondersi di informazioni e notizie, sono il fondamento del miracolo di internet. Un mezzo straordinario che ha catapultato il mondo in una nuova era, complessa e affascinante, della quale si vedono spesso prima i pericoli che le incredibili possibilità. Il dovere di tutti, sia dei legislatori che dei comuni cittadini, è quello di prendere atto della rivoluzione in corso e di non lasciarsi trascinare nei 30.000 anni di barbarie che potrebbero derivarne. La sfida è quella di trovare una maniera innovativa e originale di tutelare la catena produttiva e l’ingegno umano, il cui principio sia fondato proprio sui nuovi metodi di distribuzione e sulle infrastrutture attualmente disponibili. Magari, perché no, qualcosa di completamente diverso e slegato da quanto esiste oggi.

Ma fintantoché si permette che in nome degli interessi economici di poche e potentissime lobby si ribalti la lettura delle cose, e si proponga un mondo all’incontrario nel quale le cause vengono trattate come effetti, e viceversa, l’idea di cavalcare l’onda del progresso rimane pura utopia.
Finché non c’è riconoscimento alcuno di argomentazioni che hanno basi solide, storiche e scientifiche, finché la legittimità e le ragioni di chi va contro il pensiero ortodosso vengono considerate alla stregua di balzane pretese o, peggio, di apologie criminali, non c’è speranza di progredire, e non c’è speranza di limitare il caos e l’anarchia che accompagneranno l’inevitabile crollo del vecchio status quo.

Le menti più brillanti e meglio pagate verranno incanalate e sprecate nella ricerca di un paradosso impossibile, i soldi che potrebbero essere investiti per trovare soluzioni e nuove possibilità finiranno sperperati in colossali campagne di mistificazione, volte ad instillare nell’opinione pubblica il concetto retrogrado, falso e ottuso che copia e furto siano equiparabili.
In questo clima sarà sempre facile e ragionevole sostenere come una alternativa alla situazione attuale non esista, confondendo ancora una volta quello che è inevitabile, e “muove” il cambiamento, con quello che è tollerabile, regolamentabile e discutibile, perché del cambiamento è un semplice frutto. Fino a che l’onda non travolgerà tutto.

La storia è maestra, in questo. Le responsabilità sociali, il futuro che decidiamo qui e oggi per i nostri figli, si giocano sulle grandi battaglie etiche, e, spesso, anche su questioni che ci vedono indifferenti, disinformati e colpevolmente conniventi. Forse è importante porsi alcune domande a riguardo, prima di copiare (o non copiare) il prossimo cd.

“I worry about my child and the Internet all the time, even though she’s too young to have logged on yet. Here’s what I worry about. I worry that 10 or 15 years from now, she will come to me and say -Daddy, where were you when they took freedom of the press away from the Internet?-”
–Mike Godwin

Allons enfants de la Patrie…

Scritto da Mauro Buti 11 giugno 2009

la_liberteLa legge dei “tre schiaffi”, su cui il governo francese puntava da mesi nell’utopia di regolamentare il traffico su internet, è stata bocciata dalla corte costituzionale. Nonostante la strenua difesa da parte del presidente Sarkozy l’idea di attaccare il problema della pirateria impedendo la connessione a chiunque si renda colpevole per tre volte di “scaricare brani protetti da diritto d’autore” si avvia triste e sconsolata verso il viale del tramonto.

In degna compagnia se è vero, come naturalmente è vero, che la lotta a testa bassa in difesa del copyright ha prodotto negli anni poco più di qualche capro espiatorio diciottenne finito alla gogna, e una serie di leggi e proposte fra le più inutili e stupide a memoria d’uomo.

Prometto da tempo di parlare in maniera diffusa di questo tema spinoso, del quale sono appassionato fin dai tempi dell’università. E lo farò nel prossimo post, riproponendo del materiale che avevo realizzato quasi un lustro fa.

Al fedele manipolo di lettori il giudizio su quanto e se sia ancora attuale…

Cristo si è fermato a Casoria…

Scritto da Mauro Buti 9 giugno 2009

macerie4Cala il silenzio sul campo di battaglia. Laddove solo pochi giorni fa strepitavano le macchine da guerra politiche e mediatiche, oggi non è rimasto quasi nulla. Solo un paesaggio spettrale fatto di crateri, buche, polvere e qualche sporadica pozza di sangue.

La scena politica italiana torna alla sua consueta vitalità lunare. Fredda, vuota, e desolata.

Si lecca silenziosamente le ferite il monarca, dieci punti al di sotto dell’annunciatissimo 45%. Quanta futile vanità… Un profilo anche solo leggermente più basso gli avrebbe permesso di parlare di un trionfo su larga scala di fronte ai clamorosi risultati delle amministrative. Invece ancora una volta Berlusconi dimostra di essere un cattivo politico, e uno stratega molto propenso all’errore. Almeno al di là di quel consenso plebiscitario che è figlio diretto della sua disponibilità economica quasi illimitata, e di un dominio mediatico ai limiti della propaganda nord-coreana del “caro leader” Kim Jong Il.

Chiunque capisca anche solo poco di politica sa bene come al di là della vanità di Re Silvio, e della pur nobile competizione europea (peraltro arricchita da successi di “alto profilo morale e istituzionale” come quelli di Clemente Mastella e di Ciriaco De Mita), siano le amministrative il dato cruciale per il paese. A livello provinciale si partiva dal 51 a 8 per il centrosinistra nel 2004. Oggi le destre, con la complicità del clamoroso risultato della Lega, hanno già 25 province contro le 15 dell’attuale opposizione. E restiamo in attesa di scoprire come andranno 19 ballottaggi, di cui alcuni fondamentali (come quelli di Milano e Venezia) appaiono già segnati. Specie dopo la pace fatta fra Bossi e Berlusconi sullo spinoso tema del referendum…

Prosegue quindi senza sosta l’enorme crisi del Partito Democratico, che nella sua cieca e perdurante follia canta una sopravvivenza per il rotto della cuffia (-7% rispetto alle politiche: una enormità) come se fosse una vittoria. Il danno prodotto da troppi anni passati alla mercè di dirigenti incompetenti ed autoreferenziali si è propagato fino a intaccare il territorio, e inizia ad apparire irreparabile. Un tempo comuni e province erano un feudo quasi intoccabile per la sinistra, più vicina alla gente e ai suoi problemi, e spesso imbattibile nelle elezioni locali.

Oggi la realtà politica si è completamente ridisegnata. Le vecchie regole non valgono più. O forse valgono ancora di più e, come dice giustamente Bossi, la sinistra non capisce più la gente. E così dalla gente si è allontanata, fino a perdere le sue radici, fino a lasciare a forze popolari come Lega e Italia dei Valori quel rapporto diretto e umano con gli elettori che pesa come un macigno al momento della conta dei voti.

La mia personale impressione è che si tratti solo di un primo segnale dei clamorosi cambiamenti a venire. Nell’ultimo decennio l’asse della competizione politica si è spostato di 90 gradi passando dalla lotta ideologica (destra-sinistra) a quella per il cambiamento (conservatori-riformisti). Le forze politiche più grandi e lente a muoversi faticano ad adattarsi al nuovo scenario, ma presto o tardi dovranno prendere atto di un mutamento sostanziale nella mentalità del paese. Un tempo i voti italiani erano stabili, e le fluttuazioni fra i vari schieramenti piccole. Oggi, ed è possibile accorgersene guardando le variazioni a un solo anno dalle politiche 2008, andiamo in una direzione diversa. I voti si prendono e si perdono rapidamente perchè non esiste più una appartenenza forte e un senso di identità verso i partiti, che vengono visti per lo più come entità marce e corrotte.

In un contesto del genere nei prossimi mesi avremo la principale forza di opposizione in crisi totale di identità e di contenuti, in preda a una lotta fratricida per il controllo che culminerà nel congresso di ottobre e, forse, in una scissione. La principale forza di governo invece dovrà vedersela con le crescenti richieste di un alleato “scomodo”, e soprattutto con un malessere economico le cui reali dimensioni non sono ancora chiare alla maggior parte dei cittadini.

In mezzo al consueto e assordante silenzio dei media la crisi sta già impattando in maniera decisiva sui problemi storici del nostro paese. Sul debito, sulle dimensioni irragionevoli del nostro apparato statale, sull’assenza di ricambio generazionale, sull’assurdo mercato del lavoro sviluppatosi dopo la legge Biagi. Presto avremo il flusso dei fuoriusciti e dei cassintegrati, età media 45-50 anni, in competizione con giovani affamati, pronti a piegarsi a stage non retribuiti e all’inferno dei contratti a progetto. Così durante un momento delicatissimo dal punto di vista della tenuta strutturale del sistema italia sarà a rischio la coesione sociale.

Forse anche Re Silvio inizia a vedere tutto questo. E per una volta almeno il capitano perde il suo proverbiale ottimismo, e osserva accigliato le onde scure e il mare in tempesta. Il futuro è diventato incerto per tutti, persino per lui. Giovinezza e innocenza sono rimaste ferme a Casoria, mentre a Roma si fregano le mani il “filibustiere” Antonio Di Pietro e il “grande vecchio” Umberto Bossi. A guadagnare dal caos e dall’instabilità saranno ancora una volta loro…

Fino a quel giorno, in ogni caso…

Scritto da Mauro Buti 7 giugno 2009

Buona notte elettorale a tutti, e bentornati su queste pagine.
Solo una cosa prima di ricominciare le trasmissioni: Andate a votare! Andate a votare! Andate a votare! Resistere vuol dire non rinunciare mai all’uso della propria libertà e del proprio cervello. Anche quando in apparenza non serve…

Un saluto a tutti e 25 i miei affezionati lettori, e in particolar modo a quelli che mi hanno interrogato in queste ultime settimane riguardo alla cessazione delle attività del blog. Non ho ancora chiuso baracca, nè è calata sul blog la spada di Damocle del decreto D’Alia. Sono solo stati giorni difficili dal punto di vista personale. Un trauma fisico ha minato le mie aspirazioni calcistiche, costringendomi a dare a Lippi il mio forfait per la partecipazione alla Confederations Cup. Una grave perdita per lo sport, e soprattutto per le capacità deambulative e per l’umore del sottoscritto.

E’ stato quindi in uno stato di profonda prostrazione psicologica che ho affrontato l’approssimarsi delle elezioni, e del bilancio del primo anno di governo Berlusconi.

Negli ultimi mesi mi è capitato più volte di notare come stessero rimanendo sempre meno cose da dire di fronte alle gesta della nostra classe dirigente. Il commento politico, l’analisi, e il ragionamento diventano poco più di un futile accessorio quando sulle scene padroneggia solo l’arroganza, la protervia, e la stupidità del potere. E così, man mano che i giorni scorrevano, diventava sempre più difficile trattenere un sorriso amaro di fronte alla pochezza e allo squallore di quei pochi temi che sono davvero in grado di interessare e di ferire la coscienza politica degli italiani.

Pronosticai fin da principio come miss Noemi Letizia sarebbe stata il leit motiv principale della campagna elettorale. Così è stato, naturalmente, e non certo a caso. Le notizie che toccano il cuore e la scheda elettorale degli italiani sono molto più vicine alla prostata di Re Silvio, e all’imminente vendita dell’asso del Milan Ricardo Kaka, piuttosto che alle agghiaccianti cifre relative a disoccupazione, prodotto interno lordo, e debito. Come nazione siamo diventati del tutto ignari del significato e dell’utilità della politica. Del peso dei numeri. Delle conseguenze sul medio e lungo periodo delle scelte sciagurate che si prendono oggi.

Oggi per gli italiani la gestione della cosa pubblica è poco più di un male necessario. Una delle tante voci a perdere nel bilancio rosso sangue di un paese in cui non funziona quasi più nulla. A tanto è valso addormentare i cervelli nel falso perbenismo, nella decadente morale televisiva. Da un lato tette e culi in prima serata, dall’altro i rigorosi valori cattolici, e la difesa a spada tratta del diritto a procreare di Eluana Englaro.

Da tempo, ormai, gli italiani sono diventati a immagine e somiglianza del loro monarca. Sono come rotti. Lacerati dall’insopportabile tensione fra apparenza e sostanza. Fra vero e falso. E così vivono e respirano di due pesi e due misure. Sempre. Comunque. Dovunque.

Libertini, permissivi e spensierati con gli amici. Severi e composti in famiglia. Specie con le figlie, guai a chi le tocca! A meno che non sia qualcuno di importante, beninteso, nel qual caso si capisce come e perchè si possa fare una eccezione. Ammiccanti e comprensivi coi potenti. Clementi e smemorati verso una classe dirigente a cui tutto è concesso, anche se da decenni ci manda in rovina. Rigidi e inflessibili con i poveri, gli immigrati, i disperati. I deboli.

Come siamo potuti diventare così cinici, aridi e spietati? Così ciechi di fronte alla follia di un potere che oramai si permette senza pudore alcuno di ignorare i numeri e i fatti? Il governatore della Banca D’Italia è preoccupato. Il presidente di Confindustria è preoccupato e si lamenta. I giornali di tutto il mondo ci coprono di ridicolo, dipingendoci alla mercè di un vecchio satiro 73enne, capo supremo di un impero costruito su menzogne e corruzione.

Eppure tutto questo non inquieta nè noi, nè chi ci guida. Non ci smuove. Il circo va avanti, e presto l’ennesimo giro di ruota ci porterà lontano anche da questa piccola e miserabile elezione. Dice bene Umberto Bossi: nulla cambierà. E sarà proprio così, come del resto già accade da tempo nel nostro paese.

Indipendentemente dall’esito delle elezioni saranno come sempre il vecchio, l’antico, lo stantio, l’ingiusto e lo sbagliato i veri trionfatori. Come negli ultimi quindici anni. Sarà solo la stasi in cui viviamo a continuare a vincere e a vincere e a vincere. Perchè il nostro male si annida dentro di noi. L’Italia non è mai stata prigioniera di Berlusconi, l’Italia è prigioniera degli italiani e della loro incapacità di credere in qualcosa di più bello, grande e diverso ogni qual volta si guarda a un bene che trascenda dagli interessi dei singoli e abbracci la collettività. Ogni qual volta essere diversi, avere la schiena dritta, tocca a qualcuno nello specifico, e non è più un puro esercizio di teoria o una richiesta da fare ad altri. Ogni qual volta fare la cosa giusta vuol dire perdere qualcosa in prima persona, rinunciando ai privilegi e controllo.

I partiti non cambieranno mai, e non rinnoveranno mai. Perché dovrebbero, dal momento che non c’è convenienza alcuna a farlo? Favorire i giovani vuol dire che chi ha già potere, privilegi, e forza di controllo deve sacrificare le sue ambizioni personali per il bene della collettività. Deve spingere chi questo potere ancora non ha potuto accumularlo, di modo che questi prenda il suo posto. Ed è un qualcosa che non accade più oramai da decenni, nel nostro paese. Nemmeno gli sconfitti si fanno da parte. Nessuno si fa mai da parte per il bene comune, in Italia. Non esiste più, il bene comune.

Sarà proprio questo principio a portarci laddove corriamo disperatamente, e cioè al punto di rottura. Lì gli italiani, e i partiti con loro, si scontreranno contro i limiti estremi della loro follia, e dovranno cambiare per amore o per forza. Evolversi per sopravvivere.

Prima di allora, in ogni caso, non è sperabile che la nostra politica vada mai oltre un certo punto…

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