L’avvento di internet, e ancora prima quello delle tecnologie digitali, ha segnato l’inizio di una vera e propria rivoluzione. Al di là degli effetti esterni più lampanti, che influenzano la nostra vita di tutti i giorni, le ricadute sul sistema economico e sociale verranno capite e analizzate con precisione solo fra molti anni, in prospettiva storica. Pur senza ambire ad un’analisi completa del fenomeno, comunque, è importantissimo discutere per tempo i paradossi più pericolosi ed inquietanti che lo accompagnano fin dalla sua nascita.
Guardando un film di fantascienza, o leggendo un libro, sarà capitato a chiunque di imbattersi nella versione virtuale della antica “Biblioteca di Alessandria”. L’idea di un ricettacolo di sapere che, avvalendosi di possibilità futuristiche, raccolga la nostra produzione artistica mettendola a disposizione di tutti. Un’utopia che affascina scrittori e registi oramai da decenni.
E, del resto, perché no? A che pro riuscire a riprodurre e a trasmettere con enorme facilità delle informazioni se non per renderle fruibili più facilmente e a più persone?
La rivoluzione moderna, la “rivoluzione digitale”, ha già reso possibili da tempo quelli che qualche decennio fa erano solo sogni. In un mondo nel quale le informazioni circolano e si possono riprodurre in maniera velocissima, affidabile, economica, e sicura, è senza dubbio possibile realizzare un database che raccolga l’intera produzione letteraria mondiale, mettendola a disposizione di tutti. E lo stesso può valere per quella pittorica, o per quella cinematografica…
“Perché no?”, allora…
Una domanda semplice e logica, che va a toccare uno dei più sacri tabù imposti dalla società moderna: il copyright.
Ma cosa è il copyright, di preciso? Quali interessi difende davvero? Quelli dell’artista, del padre intellettuale di un’opera? O piuttosto quelli di chi si fa carico dell’esclusiva sulla distribuzione e riproduzione dell’opera stessa?
Cercando un parallelo con la rivoluzione scientifica più celebre, quella industriale, emergono i paradossi della situazione attuale. In un mondo nel quale una macchina poteva svolgere senza difficoltà il lavoro di cento operai le vittime del progresso sono state le persone sostituite per mero vantaggio economico dai macchinari e dalla produzione industriale.
E in una rivoluzione che rende la riproduzione e la distribuzione delle informazioni più semplice e virtualmente priva di costi, invece, quali possono essere le “vittime designate” del progresso? In un sistema economico capitalista, nel quale la libera concorrenza dovrebbe far tendere i prezzi verso i costi, quanto dovrebbe costare la riproduzione di un’informazione digitale?
Probabilmente lo stesso prezzo che costa mandare una e-mail, o scaricare sul proprio computer una immagine scattata con una macchina fotografica digitale e condividerla con i propri amici, facendone centinaia e centinaia di copie.
Volgendo lo sguardo al futuro è lecito aspettarsi che la velocità e la facilità con le quali otteniamo e inviamo informazioni digitali continuino ad aumentare. Connessioni con bande sempre più ampie, collegamenti satellitari, radiofonici, reti wireless… Internet si avvia a diventare un’infrastruttura presente e scontata per la nostra società così come potevano esserlo l’acqua corrente o l’energia elettrica qualche decennio fa.
In un contesto nel quale riprodurre e trasmettere ha dei costi irrisori, il concetto stesso di proprietà di un’informazione digitale si fa fumoso. La proprietà, infatti, non consiste più nel possesso fisico dell’oggetto, quanto piuttosto nella possibilità di fruirne.
Il copyright non nasce, come un’incredibile e sistematica campagna di mistificazione tenta di suggerire, come una legge destinata a tutelare gli autori. Al contrario la prima legge di copyright, risalente al sedicesimo secolo, nasce come un’operazione di censura da parte del governo inglese. Le nuove tecnologie che facilitavano la stampa e la riproduzione avevano causato un aumento esponenziale degli scritti in circolazione, e suscitato notevoli preoccupazioni nella classe dominante. La necessità di tenere sotto controllo eventuali tentativi di sedizione sfociò nella creazione della Company of Stationers, una società addetta alla censura destinata a trasformarsi, molti anni dopo, nella prima compagnia di distributori della storia mondiale.
Al di là della parentesi storica è triste vedere come a distanza di qualche secolo le cose non siano affatto cambiate. Se si mettono da parte i discorsi di comodo e di facciata appare lampante come gli interessi più “forti” in relazione alle leggi sul copyright non siano tanto quelli degli autori (per i quali la legge rappresenta una sorta di “assicurazione” sui proventi derivanti dalla propria opera, ma anche un vincolo opprimente su quelli che saranno per forza i canali di passaggio dei proventi stessi) quanto piuttosto quelli legati all’esclusiva del distributore.
È proprio il distributore, infatti, a trarre unicamente dei vantaggi dall’esistenza di una regolamentazione stringente. L’autore ne trae vantaggi e svantaggi, dal momento che rinuncia ad alcuni diritti sulla sua opera di ingegno in favore delle comodità che la rete distributiva preesistente gli garantisce. Ma ha davvero scelta? O piuttosto la rete non lascia nessuna scelta e nessuno spazio a possibilità e metodi di emergere che siano alternativi?
E chi ne risulta avvantaggiato, il mondo artistico della creazione, o quello gretto e materiale della distribuzione?
Prendendo queste considerazioni come punto di partenza le insufficienze della legislazione attuale emergono in tutta la loro drammatica attualità.
La legge, infatti, non si riferisce in maniera diretta al punto focale della questione, ma tenta piuttosto di adattare alla situazione attuale le logiche preesistenti. Gli enormi interessi economici in gioco forzano la ricerca e la scienza ad inseguire un controsenso, nella disperata ricerca di una “pietra filosofale tecnologica” capace di trasformare l’oggetto digitale in un oggetto fisico. Uno strumento magico che renda le informazioni tangibili, permettendo di possederle, scambiarle e legislarle alla stregua di qualunque altra proprietà. DRM, copie limitate e codifiche proprietarie, protezioni fisiche… Sono tutti nomi diversi che identificano lo stesso fenomeno e la stessa necessità di fondo.
Ma è davvero possibile adattare a leggi vecchie di secoli un mezzo di comunicazione e di scambio che sfugge a tutto quanto poteva essere anche solo ipotizzato tre decenni fa? I vantaggi che apporterebbe alla nostra società e al suo sviluppo un “passo indietro” nella concezione dell’informazione digitale non sono molto chiari. Né è chiaro perché dovremmo ambire ad una società nella quale si possa avere proprietà fisica dei singoli bit, e controllo sul loro scambio. Il concetto stesso è terribile, e richiama alle esigenze di un regime ben prima che a quelle di una qualunque democrazia. Siamo proprio sicuri, quindi, che sia questa la direzione più giusta nella quale muoversi?
In una famosa epopea fantascientifica, il “Ciclo della Fondazione” scritto da un grande visionario come Isaac Asimov, uno scienziato di nome Hari Seldon sviluppa un sistema di predizione del futuro basato su complessi calcoli matematici. La nuova scienza, chiamata “psicostoria” permette a Seldon di prevedere con assoluta certezza l’arrivo di una rivoluzione che distruggerà l’attuale impero galattico, condannando l’intero universo conosciuto a 30.000 anni di violenze e barbarie.
Di fronte alla drammatica prospettiva Seldon elabora un piano ambizioso, basato su complessi calcoli psicostorici, che permetta di aiutare e facilitare il processo di transizione, accorciando il periodo di disordine e anarchia fino a farlo durare solo 1000 anni.
Una metafora fantasiosa che ricorda in maniera allarmante la discussione fatta fin qui. Di fronte a una rivoluzione è assurdo sperare di mantenere lo status quo preesistente, o anche solo illudersi di non dover fronteggiare un periodo di instabilità ed incertezza. E non servono certo l’intelligenza e la sensibilità di un eroe da romanzo per rendersi conto della rivoluzione attualmente in atto, nata e sviluppatasi intorno allo strano miracolo della “world wide web”.
La pretesa di limitare e controllare la diffusione dell’informazione digitale è un controsenso che va contro la natura stessa dell’oggetto in esame. L’informazione digitale, infatti, nasce e si afferma esattamente grazie alla facilità con la quale la si può riprodurre e distribuire. L’illusione odierna di poter dominare e frenare una rivoluzione di questa portata non è troppo diversa dall’illusione vissuta alcuni secoli fa dai tessitori, che speravano di ricevere tutela e difesa contro gli ingranaggi e il metallo delle macchine a vapore.
Un fenomeno di portata tanto globale, però, non era certo in grado di fare distinzioni e di rispettare i legittimi interessi di chi desiderava solo lavorare e sopravvivere. E i tessitori sono finiti, loro malgrado, nel lungo elenco delle vittime predestinate.
La strenua opposizione al cambiamento e alla novità, e la cieca difesa dei propri interessi, hanno sancito la condanna inappellabile di una intera categoria. Eppure la capacità di adattarsi alle nuove condizioni e la flessibilità avrebbero potuto garantirne la salvezza e, perché no, la possibilità di crescita e di guadagno anche a fronte di mutamenti così radicali e ostili. Davanti a un’onda enorme, del resto, è possibile affrontare l’acqua frontalmente, e rompersi il collo, oppure fare un po’ di surf, e divertirsi. La questione dipende solo dalla prospettiva con la quale si affronta il problema.
Nel contesto moderno gli interessi delle major e dei distributori sono sicuramente più rilevanti, dal punto di vista economico, rispetto a quelli di una singola categoria di lavoratori. Ciò nonostante rimangono altrettanto insignificanti se valutati in proporzione. C’è ben poca differenza fra l’usare un granello di sabbia o un enorme scoglio, quando l’obiettivo che ci si propone è quello di fermare un’onda.
Il fenomeno globale e la rivoluzione in atto richiedono un ragionamento in funzione della loro presenza, non una guerra volta a negare la loro esistenza, in modo da poterli trattarli secondo lo status quo precedente. Diversamente non solo vive l’illusione di Don Chisciotte, rapiti da una impossibile guerra contro i mulini a vento, ma si allunga colpevolmente, e a dismisura, il periodo di disordine e di anarchia che fa seguito alla novità. Si impone alla società di vivere il cambiamento come un trauma, facendosi annientare dall’inerzia di una forza incontrollabile. Si firma la propria condanna, in pratica, con la stessa cecità del tessitore che non voleva rassegnarsi e ha finito per perdere sia lo scontro frontale con la rivoluzione, sia la possibilità di sfruttare un fenomeno tanto enorme a suo vantaggio.
In una situazione come questa la nostra ancora di salvezza è rappresentata dalla psicostoria, e cioè, al di fuori della metafora, dalla metascienza. Dalla nostra capacità di elaborare, studiare, ragionare e decidere sui principi e le ragioni che stanno “al di là” di quel fenomeno che vogliamo indirizzare e controllare. L’obiettivo da porsi non è l’impresa impossibile di annullare una rivoluzione negandone l’esistenza, quanto piuttosto quello di accorciare l’interregno che fa seguito a ogni cambiamento radicale usando la nostra abilità di adattarci, e di sfruttare le nuove possibilità che abbiamo a disposizione. “Cavalcare l’onda”, invece che intestardirsi a fermare la marea a mani nude.
Una informazione che per sua stessa natura è facile da riprodurre e da condividere è una risorsa inestimabile, per una società adulta e avanzata come la nostra. Non si tratta di un mostro al quale dover mettere freno, né di un oggetto che deve essere trattato alla stregua di una bicicletta, o di una casa, reclamando ad ogni costo la propria necessità di possesso e riscontro economico. Si tratta di un qualcosa di nuovo, che deve essere regolamentato e trattato a seconda della sua natura e delle sue caratteristiche, in modo da esaltarne i lati positivi e da soffrire il meno possibile quelli negativi.
Le capacità di scambio odierne, e le difficoltà nell’arginare il diffondersi di informazioni e notizie, sono il fondamento del miracolo di internet. Un mezzo straordinario che ha catapultato il mondo in una nuova era, complessa e affascinante, della quale si vedono spesso prima i pericoli che le incredibili possibilità. Il dovere di tutti, sia dei legislatori che dei comuni cittadini, è quello di prendere atto della rivoluzione in corso e di non lasciarsi trascinare nei 30.000 anni di barbarie che potrebbero derivarne. La sfida è quella di trovare una maniera innovativa e originale di tutelare la catena produttiva e l’ingegno umano, il cui principio sia fondato proprio sui nuovi metodi di distribuzione e sulle infrastrutture attualmente disponibili. Magari, perché no, qualcosa di completamente diverso e slegato da quanto esiste oggi.
Ma fintantoché si permette che in nome degli interessi economici di poche e potentissime lobby si ribalti la lettura delle cose, e si proponga un mondo all’incontrario nel quale le cause vengono trattate come effetti, e viceversa, l’idea di cavalcare l’onda del progresso rimane pura utopia.
Finché non c’è riconoscimento alcuno di argomentazioni che hanno basi solide, storiche e scientifiche, finché la legittimità e le ragioni di chi va contro il pensiero ortodosso vengono considerate alla stregua di balzane pretese o, peggio, di apologie criminali, non c’è speranza di progredire, e non c’è speranza di limitare il caos e l’anarchia che accompagneranno l’inevitabile crollo del vecchio status quo.
Le menti più brillanti e meglio pagate verranno incanalate e sprecate nella ricerca di un paradosso impossibile, i soldi che potrebbero essere investiti per trovare soluzioni e nuove possibilità finiranno sperperati in colossali campagne di mistificazione, volte ad instillare nell’opinione pubblica il concetto retrogrado, falso e ottuso che copia e furto siano equiparabili.
In questo clima sarà sempre facile e ragionevole sostenere come una alternativa alla situazione attuale non esista, confondendo ancora una volta quello che è inevitabile, e “muove” il cambiamento, con quello che è tollerabile, regolamentabile e discutibile, perché del cambiamento è un semplice frutto. Fino a che l’onda non travolgerà tutto.
La storia è maestra, in questo. Le responsabilità sociali, il futuro che decidiamo qui e oggi per i nostri figli, si giocano sulle grandi battaglie etiche, e, spesso, anche su questioni che ci vedono indifferenti, disinformati e colpevolmente conniventi. Forse è importante porsi alcune domande a riguardo, prima di copiare (o non copiare) il prossimo cd.
“I worry about my child and the Internet all the time, even though she’s too young to have logged on yet. Here’s what I worry about. I worry that 10 or 15 years from now, she will come to me and say -Daddy, where were you when they took freedom of the press away from the Internet?-”
–Mike Godwin

















