Mauro Buti

Political & Social Networking…

Home » 2009 » marzo (Pagina 2)

Piano Casa

Scritto da Mauro Buti 16 marzo 2009

(in foto l’abbattimento del celebre ecomostro di Punta Perotti)

Il premier Berlusconi ha annunciato una nuova misura risolutiva per aiutare il popolo colpito dalla crisi: l’ennesimo decreto legge per approvare un ambizioso “piano casa”, e ridisegnare il volto della nostra penisola.

La proposta prevede la possibilità di aumentare la superficie abitabile di ciascun edificio del 20% e oltre, arrivando fino al 30% o al 35% per premiare chi usa tecniche costruttive basate sulla bioedilizia e chi adotta pannelli solari e fonti di energia rinnovabili. Non mancano gli inevitabili sgravi fiscali, con una riduzione delle imposte del 20%, che potrà arrivare fino al 60% per le prime case. Per il proprietario e per i parenti fino al terzo grado…

Due considerazioni lampo:

  1. Il premier si dice sicuro di non dover affrontare abusi e obbrobri perchè “confida nel senso estetico degli italiani”. Calcolando che la fede del premier è l’unico strumento di tutela previsto finora, e che gli italiani sono pur sempre le stesse persone tristemente note per lo scempio delle coste meridionali e sarde (qualche esempio sparso, preso a caso dalla cronaca più recente), forse si imporrebbe una riflessione maggiore.
  2. In questo durissimo momento di crisi si continua a parlare a vuoto di tutelare i deboli e coloro che stanno perdendo il lavoro. E si tratta, senza dubbio alcuno, degli stessi soggetti che hanno a disposizione stabili da ampliare beneficiando di sgravi fiscali. O piuttosto no? Rilanciare un settore come l’edilizia fa sempre bene, ma i poveri vivono nei condomini e nelle case popolari, mentre della legge approfitteranno maggiormente i proprietari delle ville e i grandi speculatori. Al di là di una lodevole ricaduta a livello occupazionale, è difficile non notare come il governo continui imperterrito a proporre soluzioni che “danno ai ricchi”. In particolare sembra che a gioire sarà soprattutto chi avrà modo di pagare con i soldi statali (perchè tali sono i cosiddetti “sgavi fiscali”) i lavori su abitazioni di proprietà minimaliste e dimesse. Un po’ come Villa Certosa in Sardegna, per fare il solito “esempio a caso”…

C’è sempre di che stare allegri e ottimisti, di questi tempi. Perchè la crisi colpisce alla cieca, ma per fortuna le nostre classi dirigenti e le nostre caste continuano a vederci benissimo…

Giorni da Leoni

Scritto da Mauro Buti 11 marzo 2009

Su queste pagine abbiamo parlato di tutte le tragedie sofferte dai mercati in questi mesi convulsi, quindi mi sembra doveroso menzionare anche il giorno da leoni vissuto ieri da Wall Street. Sulle ali dell’inaspettato e positivo risultato dichiarato da Citigroup il Dow Jones ha totalizzato un impressionante +5,80%, tornando nei pressi di quota 7000 e lasciando gli investitori a interrogarsi su quale possa mai essere il futuro dei mercati.

Non mi lascerei andare a facili entusiasmi (la borsa vive sempre momenti di forte fluttuazione in seguito a crescite e decrescite di grande entità), ma si tratta pur sempre di una buona notizia, e giunge in un momento nel quale ogni buona notizia è una boccata di ossigeno, e allieta la navigazione a vista in un mare in tempesta.

In mezzo a tanti broker persi fra dubbi e perdite, vale la pena di menzionare chi vive in controtendenza, muovendosi sempre fra guadagni e solide certezze.

Una rapida rassegna della saggezza del premier Berlusconi in merito alla crisi in corso:

In realtà non è difficile capire perché Berlusconi non dia troppo peso alla crisi, se è vero (come ovviamente è vero) che durante il momento di flessione il nostro premier ha intascato circa 160 milioni di dividendi. Il tutto, come sempre, in virtù della graziosa concessione delle frequenze statali di cui Mediaset gode da decenni alla modica cifra dell’un per cento del suo fatturato.

In una situazione del genere va da se che ci sia grande voglia di scherzare. Sulle fidanzate del ministro degli esteri Frattini, sulla preoccupazione sempre più costante per l’età che avanza (“io mi sento i miei 35 anni di sempre”), e naturalmente anche sul cosiddetto “incentivo ai licenziamenti” che l’opposizione insiste, con la testardaggine tipica dei comunisti, a chiamare Assegno di Disoccupazione.

Così, mentre i precari muoiono senza fare troppo rumore, e gli operai facendone almeno un pochino (disoccupazione: +46% a gennaio e febbraio, 370.000 posti di lavoro persi), c’è tempo per una ultima buona notizia. In un solo anno di governo Berlusconi l’evasione fiscale sembra essere ritornata ai consueti e rassicuranti livelli, galoppando verso 20-24 miliardi di diminuzione del gettito, rispetto a un sommerso complessivo che sorpassa abbondantemente i 200.

Avanti tutta, presidente!

Il Silenzio degli Innocenti…

Scritto da Mauro Buti 9 marzo 2009

Il Corriere della Sera dedica poco più di un trafiletto, ma le stime per il 2009 della Banca Mondiale sono di cruciale importanza, perché ufficializzano uno dei meccanismi più attesi e più crudeli della crisi in corso: il soffocamento dei deboli. In Italia, nel nostro piccolo, già vediamo che a rimanere in ginocchio sono per primi i lavoratori precari e gli operai.

Ragionando ad un macrolivello superiore accadrà lo stesso:

L’economia globale registrerà un segno negativo per la prima volta dalla seconda guerra mondiale e il commercio internazionale toccherà i livelli minimi degli ultimi 80 anni. La crisi internazionale determinerà inoltre una riduzione dei finanziamenti per i Paesi poveri e in via di sviluppo per diversi miliardi di dollari. Un gruppo di 129 paesi subirà quest’anno un taglio di finanziamenti compreso tra i 270 e i 700 miliardi di dollari e le istituzioni internazionali non saranno in grado di coprire neppure la stima più bassa di questa forchetta. [...] Neppure un quarto delle nazioni considerate più vulnerabili riuscirà ad alleviare l’impatto della crisi economica con il varo di pacchetti di salvataggio e la creazione di posti di lavoro.

In pratica chi è già debole e povero soffrirà in misura maggiore. Non potrà rivitalizzare con un intervento statale una economia dissanguata dal crollo degli export e della richiesta di materie prime, e soprattutto vedrà sparire una serie consistente di finanziamenti internazionali (quelli alla base del famoso “debito” accumulato dal terzo mondo). Le prospettive sono fosche: quanto viene tolto oggi difficilmente tornerà domani, anche se i tempi si faranno migliori.

Si sta quindi delineando il pericoloso scenario che si temeva a ottobre. Paesi sottosviluppati in condizioni già tragiche vedranno incrementati i loro drammi sociali a colpi di emigrazione clandestina, guerre interne, tirannia, governi forti, ed oppressione. Aumenteranno i divari fra ricchi e poveri, e le condizioni di vita estreme alimenteranno in un circolo vizioso disperazione e terrorismo.

La situazione politica internazionale rischia di diventare sempre più instabile, e questo proprio durante una fase di grande dissesto economico. Qualunque sia la soluzione che le classi dirigenti troveranno per la situazione attuale, farà bene a non passare troppo lontano dall’Africa e dal Medio Oriente. Sacrificare i “più deboli”, del resto, potrebbe costare un prezzo che oggi non possiamo più permetterci di pagare…

Si accettano scommesse…

Scritto da Mauro Buti 6 marzo 2009

Dopo i roboanti annunci sul nucleare le manie di grandezza del nostro governo e del nostro premier rispolverano un altro cadavere sempreverde: il Ponte sullo Stretto di Messina.

Un progetto di cui si parla in maniera infruttuosa dal 1866 (fonte: wikipedia), e che è già costato allo stato 160 milioni di euro solo per gli studi preliminari e i progetti. La società Stretto di Messina è stata creata nel 1971, e da allora si sono succeduti 33 governi e 12 legislature senza riuscire a risolvere l’annoso dilemma. Questo ponte s’ha da fare oppure no?

Nel 2006 in effetti è stato firmato un appalto che potrebbe far partire cause molto costose in caso di mancata costruzione. Ma dubito si tratti di un deterrente efficace: lo stato ha già dimostrato a più riprese di essere pronto a sprecare fiumi di denaro per coprire i suoi ridicoli errori. Per convincersene senza inseguire troppo il passato basta pensare alla storia recente, e al fallimento di Alitalia.

Si accettano scommesse, allora. Sarà proprio lo statista di Arcore a regalarci il ponte che l’Italia sogna da più di un secolo? Le quote dei bookmaker danno Berlusconi vincente 10:1, piazzato 7:1.

Comunque vada, del resto, sarà un successo per la Sicilia. Una regione dove “le autostrade sono di fatto un optional, e i treni non superano i 25 km all’ora, con metà tratte elettrificate e solo 105 chilometri di doppio binario”. Dove “per andare da Palermo a Catania (260 km) si cambia due volte e ci vogliono 6 ore, mentre da Trapani a Siracusa (370 km) non bastano addirittura 9 ore”. Una regione dove i costi della politica e il malcostume raggiungono da tempo picchi inauditi gravando sulle spalle di una popolazione inerme, e sempre più vittima della criminalità organizzata.

La vogliamo fare una ultima scommessa? Chi ci guadagnerà da questo benedetto ponte, che si faccia o meno?
Forse la risposta è troppo facile. Il banco farebbe meglio a non accettare puntate…

Just Another Bear Market Sucker’s Rally…

Scritto da Mauro Buti 6 marzo 2009

Oggi a Wall Street il Dow Jones ha perso altri 4 punti percentuali, fermandosi poco sotto quota 6600. Sembrano solo un lontano ricordo i giorni di dicembre nei quali il mercato sondava speranzoso quota 9000, illudendosi di trovare una via d’uscita rapida e indolore.

Non tutti si erano illusi, ovviamente. L’economista Nouriel Roubini, meglio noto come la cassandra della borsa americana, aveva etichettato la timida risalita con un filo di disprezzo: “Just Another Bear Market Sucker’s Rally”.

Durante le fasi di contrazione del mercato (il bear market, appunto) si verificano sempre movimenti in controtendenza. Gli analisti li sintetizzano crudelmente sotto il nome di “sucker’s rally”: le corse dei coglioni. Chi arriva primo, infatti, ha giusto un istante per godersi il momentaneo picco positivo, dal momento che subito dopo la situazione precipita ben al di sotto del punto di partenza.

Si potrebbe discutere per ore dei foschi scenari tratteggiati da Roubini a colpi di “L-shaped stag-deflation” (una recessione destinata a stagnare e prolungarsi negli anni), e di “3.6 trillion losses” (3600 miliardi di dollari come stima delle perdite già incamerate dallo stato americano per la crisi). Almeno nell’umile analisi portata avanti su queste pagine, però, vorrei cercare di rimanere semplice.

E allora proviamo a sintetizzare questa settimana drammatica in poche parole. Gli ultimi giorni di contrattazione mostrano come il mercato abbia preso una decisione definitiva, e si stia spostando senza più alcuna remore verso il futuro che la maggior parte degli investitori si aspetta da tempo: il crollo.

Fa male, vero?

Del resto di questi tempi riesce fin troppo facile parlare di economia e fare male. Tutte le nostre peggiori paure si stanno tramutando in realtà davanti ai nostri occhi, in una paradossale rivincita dei cantori dell’apocalisse. Così futile e così umanamente colma della perversa soddisfazione che anima il marito infuriato, pronto a evirarsi pur di fare dispetto alla moglie.

Viene troppo facile, fare male. Bisogna mordersi la lingua, perchè si rischia di finire a recitare la litania di “Io l’avevo detto…” del Puffo Quattrocchi.

Mi piacerebbe riuscire a dire di più. Vorrei avere più forza e più tempo per discutere e sviscerare tanti altri argomenti oltre all’economia. Per parlare delle nostre piccole beghe, dalle intercettazioni, alla proposta sulle pensioni, passando per il testamento biologico… O piuttosto per dibattere di nucleare, e riflettere su quale possa essere l’energia del futuro.

Invece le parole dure di Roubini obbligano ad un freddo realismo. Ci costringono ad affrontare una realtà nella quale siamo solo spettatori. Testimoni passivi di un evento storico dalla portata colossale.

Allora se in prospettiva storica quello che conta è capire, e se è vero che ultimamente parlo e scrivo troppo (correggerò il tiro nei prossimi post, lo giuro), cedo il microfono e lascio in miei 25 lettori in compagnia di un documento straordinario, che traduco (e taglio) nei limiti delle mie possibilità solo per il piacere che almeno qualcuno, in Italia, lo legga.

Signori e signore, lettori e lettrici di seipolitico, solo per voi in esclusiva assoluta: Andrew Ladhe. L’unico gestore di Hedge Fund che registrò un +800% nei mesi della crisi, per poi decidere subito dopo di abbandonare il business portandosi via un incredibile malloppo. E scrivendo qualche riga di commiato:

Oggi non vi scrivo per soddisfazione maligna. Considerando il dolore che quasi chiunque sta soffrendo, sarebbe del tutto inappropriato. E non sto scrivendo per fare altre predizioni, perchè la maggior parte delle predizioni che ho fatto nelle mie precedenti lettere si sono già verificate o si stanno verificando. Al contrario, scrivo per dire addio.

Di recente sulle pagine del Wall Street  Journal ho letto di un manager di hedge fund che veniva citato fra virgolette: “La cosa che ho imparato del business degli hedge fund, è che lo odio”. Non potrei essere più d’accordo. Sono sempre stato in questo gioco solo per i soldi. Il frutto che pendeva basso, facile da raccogliere (ad esempio gli idioti i cui genitori pagavano per gli MBA ad Harvard e la scuola preparatoria a Yale), era là da prendere. Queste persone che erano (spesso) indegne dell’educazione che avevano ricevuto (o teoricamente ricevuto) sono salite in cima a compagnie come AIG, Bear Stearns e Lehman Brothers, oltre che ai livelli più alti del nostro governo. Tutto questo comportamento volto a privilegiare le aristocrazie ha finito solo per rendere più facile il compito di trovare gente abbastanza stupida da scegliere il lato opposto delle mie compravendite. Dio benedica l’America.

Ci sono troppe persone che dovrei sinceramente ringraziare per il mio successo. Tuttavia non voglio sembrare come un attore di Hollywood mentre riceve un Oscar. I soldi sono un premio più che sufficiente. Inoltre chiunque sia incluso nell’interminabile lista di coloro che meritano un ringraziamento è ben consapevole di farne parte.

Non maneggerò più denaro per altre persone o istituzioni. Ho abbastanza denaro per me. Qualcuno che stima ragionevolmente quanto io abbia guadagnato potrebbe essere sorpreso di vedermi andar via con un bottino di guerra così piccolo. Ma va bene così, sono soddisfatto di quello che ho ottenuto. Più che questo, lascerò agli altri la felicità di ammassare netti da 9, 10, o anche 11 cifre, vivendo nel frattempo delle vite di merda. [...]

Sinceramente non ho alcuna opinione sul mercato attuale, se non che continuerà a scendere per un po’ di tempo. Forse per anni. Sono soddisfatto di stare seduto a lato, ed aspettare. Del resto sedermi e aspettare è stato proprio il modo in cui sono diventato ricchissimo. E adesso posso recuperare la mia salute, distrutta da anni di stress nei quali ho dovuto sempre competere per avere spazio nelle università, nelle scuole, e nel mondo del lavoro. Il più delle volte proprio contro coloro che avevano tutti quei vantaggi (genitori ricchi) che io non avevo. Possa la meritocrazia essere una parte del nuovo Governo, che ha bisogno di essere fondato.

E sul tema del governo, mi piacerebbe fare una modesta proposta. Primo: punto l’indice sugli evidenti errori commessi quando vennero presentate di fronte al Congresso delle proposte di legge, con l’obiettivo di mettere un freno alle pratiche predatorie di prestito che oggi hanno portato diverse istituzioni sull’orlo del fallimento. Quelle stesse istituzioni hanno regolarmente riempito le casse di entrambi i partiti di modo che i politici votassero contro delle leggi a garanzia dei comuni cittadini. E’ un insulto, eppure a nessuno sembra importare. Dalla morte di Thomas Jefferson e Adam Smith sembra che ci sia penuria di filosofi degni, in questo paese. Specialmente di quelli impegnati a migliorare il governo. Il capitalismo ha funzionato per 200 anni, ma i tempi cambiano, e i sistemi diventano corrotti. George Soros, proprietario di una incredibile fortuna, ha detto che vorrebbe essere ricordato come un filosofo. Il mio suggerimento è che questo grande uomo dia il via a un forum di menti eccezionali per discutere un nuovo sistema di governo che rappresenti davvero gli interessi dell’uomo comune, e riesca nel contempo a creare stimoli e “premi” abbastanza allettanti per attrarre i cervelli più brillanti. Di modo che proprio questi possano servire in ruoli di governo, se possibile senza doversi per forza appoggiare alla corruzione per godere del privilegio di sviluppare i loro interessi e i loro stili di vita. Il forum potrebbe essere simile a quello utilizzato anni fa per creare il sistema operativo Linux, che combatte da anni contro il monopolio di Microsoft. Io credo che da qualche parte ci sia una risposta. Ma, almeno per ora, il sistema si è chiaramente arenato. [...]

Lascio ai lettori anglofili il piacere di scoprire l’ultima ed eversiva provocazione di Mr Ladhe, che va troppo fuori tema per essere inclusa in questo post.

Anche io credo fortemente che da qualche parte ci sia una risposta. Ma temo sempre di più che nella nostra ricerca di una risposta (e qui cito un grandissimo artista americano come Bruce Springsteen): “there’s a joke somewhere, and it’s on me”. Cioè che ci sia uno scherzo da qualche parte, e noi in prima persona ne siamo le vittime.

- Paolo che fai là seduto sotto un lampione, a notte fonda?
- Ho perso le chiavi di casa e le sto cercando.
- E le hai perse vicino al lampione?
- Non ne ho idea, ma è l’unico posto dove almeno c’è luce.

A presto e buon proseguimento di visione.

Il giocatore

Scritto da Mauro Buti 3 marzo 2009

Ieri le borse americane hanno perso circa il 4%, e l’indice Dow Jones è sceso di oltre 300 punti, fermandosi nei pressi di quota 6700. Non era difficile prevederlo, in risposta ai dati drammatici della produzione industriale (mercato auto: -24,4%), e alle tante brutte notizie che ieri hanno perseguitato i mercati (Londra in crisi per la colossale richiesta di ricapitalizzazione da parte della HSBC, Wall Street in ginocchio di fronte alle perdite di AIG…)

Tempo fa avevo indicato intorno ai 7000 punti la soglia endemica oltre la quale i mercati rischiavano di entrare nel panico. La cifra non era casuale. A metà dell’ottobre del 2007 il Dow toccò il suo massimo storico, volando oltre quota 14000. Poi, il crollo. In poco meno di un anno e mezzo il valore dell’indice si è dimezzato, fino ad arrivare al 6763 di oggi.
Durante la crisi del 1929 il Dow ci mise circa due anni ad arrivare alla metà del suo valore pre-crisi, scendendo da oltre 300 punti a 150 fra l’aprile del 1929 e l’aprile del 1931. Nei sei mesi successivi si dimezzò ulteriormente, raggiungendo quota 70 all’inizio del 1932.

Ci sono pochi dubbi, oramai, sul fatto che questa sia una delle peggiori crisi economica di tutti i tempi. Come si è già detto più volte le debolezze che affliggono il mercato sono strutturali, e finiscono acuite sia dalla globalizzazione, sia dall’impossibilità di trovare una soluzione univoca e comune in mezzo a troppi interessi contrapposti.

Ma cosa significa esattamente questa crisi? Da dove proviene e quale è il principio perverso che continua ad alimentarla, lasciando gli operatori increduli a domandarsi se e quando si toccherà finalmente il fondo?

La risposta è “così semplice che quasi viene da piangere”.
Si prende un sistema economico come il capitalismo. Un sistema che promuove la crescita e lo sviluppo premiando in maniera meritocratica chi eccelle e chi fatica. Lo si shakera con il mercato globale, mettendo in competizione realtà sociali e costi di manodopera che non hanno nulla a che vedere gli uni con gli altri. Si aggiunge alla miscela una adeguata quantità di miracolosi “derivati e nuovi prodotti finanziari”, e cioè la possibilità di scommettere sulla crescita complessiva del sistema ottenendo denaro e dividendi al netto della fatica di dover davvero competere con le fabbriche cinesi. Così appena la crescita si ferma, e arrivano i due cubetti di ghiaccio forniti da una flessione netta delle borse, il cocktail è pronto. Ed è esplosivo.

Allo stato attuale delle cose la rete sospesa nel vuoto che separa i mercati dal tracollo definitivo è il sostegno statale. Fintantochè i governi coprono le perdite di tutti i grandi gruppi a rischio di fallimento il pericolo di vedere una corsa contro il tempo verso i bancomat, e i soldi dei risparmiatori nei materassi, è tutto sommato marginale. Si tratta, però, di una situazione che non potrà essere mantenuta all’infinito, specie se le cose continuano a peggiorare.

In tutto questo è curioso e affascinante osservare il braccio di ferro che coinvolge Barack Obama e i mercati azionari. Il Presidente degli Stati Uniti ha deciso di reagire al dramma in corso in una maniera insieme logica, ed incredibilmente audace: alzando la posta. Obama non si vuole limitare a tamponare e superare la crisi, ma intende piuttosto cavalcarla per imporre all’estabilishment (la famosa aristocrazia “vecchia e bianca” che da decenni regge i cordoni dell’economia mondiale) una radicale ristrutturazione di stampo progressista.
Dopo decenni in cui il guadagno individuale è rimasto un valore sacro e intoccabile, il presidente americano ha deciso di “aggiustare le cose” agendo come un moderno Robin Hood. Togliendo ai ricchi per dare ai poveri, e riducendo di conseguenza la forbice che separa le diverse classi sociali.

Inutile dire come una agenda del genere possa irritare i mercati, specie se si considera che a controllarli sono, per la maggior parte, proprio coloro a cui ci si propone di togliere. La politica di Obama costituisce una scommessa di proporzioni colossali: investire un fiume di denaro per promuovere le classi più deboli e disagiate, sfruttare la cosa per mantenere in piedi l’economia, e intanto accumulare debito pubblico e tassare senza pietà le fasce di reddito più alte e le “corporazioni cattive”, ingrassate oltre ogni misura negli anni di boom.

Se il piano riesce Obama passerà alla storia come uno statista di immensa statura, capace di inventare da zero un nuovo e moderno modello di stato sociale. Se fallisce, per le resistenze interne delle lobby o piuttosto perchè il sistema globale si stanca di prestare soldi a perdere e di lasciare agli americani le redini dell’economia mondiale, beh…

Traduco da un ottimo articolo dell’economista repubblicano Phil Levy:

Un verdetto ancora più chiaramente negativo sull’approccio di Obama arriva dai celebri e molto chiaccherati “credit default swaps”. Si tratta di prodotti finanziari che funzionano come contratti di assicurazione, e pagano dividendi se un debitore fallisce di ottemperare il suo debito. L’assicurazione costa maggiormente quanto più aumenta la possibilità di un fallimento. E l’idea di una situazione del genere per il governo americano è passata di recente da “impensabile” a circa il 10% per i prossimi 5 anni.

Tutto è sempre possibile, e questo è particolarmente vero durante un momento di crisi profonda come quello che viviamo oggi. I mercati azionari, asfissiati dal loro vizio di “scommettere” su se stessi con i prodotti derivati, hanno appena trovato sulla loro strada un legislatore che non ha paura di alzare la posta, e che sembra intenzionato a giocarsi il tutto per tutto fin dalla prima mano. Non resta che aspettare, quindi. Nei prossimi mesi, quando la situazione al tavolo si sarà fatta ancora più rovente, avremo modo di vedere coi nostri occhi dove ci stia trascinando di preciso l’inesauribile “audacia della speranza” di Mr Obama…

  • RSS
  • Delicious
  • Digg
  • Facebook
  • Twitter
  • Linkedin
  • Youtube

Il mio Twitter

Seguimi

  • Mauro Buti - Pagina Facebook
  • Mauro Buti - Twitter
  • Mauro Buti - Feed RSS
  • Pagina di Italia dei Valori