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Il giocatore

Scritto da Mauro Buti 3 marzo 2009

Ieri le borse americane hanno perso circa il 4%, e l’indice Dow Jones è sceso di oltre 300 punti, fermandosi nei pressi di quota 6700. Non era difficile prevederlo, in risposta ai dati drammatici della produzione industriale (mercato auto: -24,4%), e alle tante brutte notizie che ieri hanno perseguitato i mercati (Londra in crisi per la colossale richiesta di ricapitalizzazione da parte della HSBC, Wall Street in ginocchio di fronte alle perdite di AIG…)

Tempo fa avevo indicato intorno ai 7000 punti la soglia endemica oltre la quale i mercati rischiavano di entrare nel panico. La cifra non era casuale. A metà dell’ottobre del 2007 il Dow toccò il suo massimo storico, volando oltre quota 14000. Poi, il crollo. In poco meno di un anno e mezzo il valore dell’indice si è dimezzato, fino ad arrivare al 6763 di oggi.
Durante la crisi del 1929 il Dow ci mise circa due anni ad arrivare alla metà del suo valore pre-crisi, scendendo da oltre 300 punti a 150 fra l’aprile del 1929 e l’aprile del 1931. Nei sei mesi successivi si dimezzò ulteriormente, raggiungendo quota 70 all’inizio del 1932.

Ci sono pochi dubbi, oramai, sul fatto che questa sia una delle peggiori crisi economica di tutti i tempi. Come si è già detto più volte le debolezze che affliggono il mercato sono strutturali, e finiscono acuite sia dalla globalizzazione, sia dall’impossibilità di trovare una soluzione univoca e comune in mezzo a troppi interessi contrapposti.

Ma cosa significa esattamente questa crisi? Da dove proviene e quale è il principio perverso che continua ad alimentarla, lasciando gli operatori increduli a domandarsi se e quando si toccherà finalmente il fondo?

La risposta è “così semplice che quasi viene da piangere”.
Si prende un sistema economico come il capitalismo. Un sistema che promuove la crescita e lo sviluppo premiando in maniera meritocratica chi eccelle e chi fatica. Lo si shakera con il mercato globale, mettendo in competizione realtà sociali e costi di manodopera che non hanno nulla a che vedere gli uni con gli altri. Si aggiunge alla miscela una adeguata quantità di miracolosi “derivati e nuovi prodotti finanziari”, e cioè la possibilità di scommettere sulla crescita complessiva del sistema ottenendo denaro e dividendi al netto della fatica di dover davvero competere con le fabbriche cinesi. Così appena la crescita si ferma, e arrivano i due cubetti di ghiaccio forniti da una flessione netta delle borse, il cocktail è pronto. Ed è esplosivo.

Allo stato attuale delle cose la rete sospesa nel vuoto che separa i mercati dal tracollo definitivo è il sostegno statale. Fintantochè i governi coprono le perdite di tutti i grandi gruppi a rischio di fallimento il pericolo di vedere una corsa contro il tempo verso i bancomat, e i soldi dei risparmiatori nei materassi, è tutto sommato marginale. Si tratta, però, di una situazione che non potrà essere mantenuta all’infinito, specie se le cose continuano a peggiorare.

In tutto questo è curioso e affascinante osservare il braccio di ferro che coinvolge Barack Obama e i mercati azionari. Il Presidente degli Stati Uniti ha deciso di reagire al dramma in corso in una maniera insieme logica, ed incredibilmente audace: alzando la posta. Obama non si vuole limitare a tamponare e superare la crisi, ma intende piuttosto cavalcarla per imporre all’estabilishment (la famosa aristocrazia “vecchia e bianca” che da decenni regge i cordoni dell’economia mondiale) una radicale ristrutturazione di stampo progressista.
Dopo decenni in cui il guadagno individuale è rimasto un valore sacro e intoccabile, il presidente americano ha deciso di “aggiustare le cose” agendo come un moderno Robin Hood. Togliendo ai ricchi per dare ai poveri, e riducendo di conseguenza la forbice che separa le diverse classi sociali.

Inutile dire come una agenda del genere possa irritare i mercati, specie se si considera che a controllarli sono, per la maggior parte, proprio coloro a cui ci si propone di togliere. La politica di Obama costituisce una scommessa di proporzioni colossali: investire un fiume di denaro per promuovere le classi più deboli e disagiate, sfruttare la cosa per mantenere in piedi l’economia, e intanto accumulare debito pubblico e tassare senza pietà le fasce di reddito più alte e le “corporazioni cattive”, ingrassate oltre ogni misura negli anni di boom.

Se il piano riesce Obama passerà alla storia come uno statista di immensa statura, capace di inventare da zero un nuovo e moderno modello di stato sociale. Se fallisce, per le resistenze interne delle lobby o piuttosto perchè il sistema globale si stanca di prestare soldi a perdere e di lasciare agli americani le redini dell’economia mondiale, beh…

Traduco da un ottimo articolo dell’economista repubblicano Phil Levy:

Un verdetto ancora più chiaramente negativo sull’approccio di Obama arriva dai celebri e molto chiaccherati “credit default swaps”. Si tratta di prodotti finanziari che funzionano come contratti di assicurazione, e pagano dividendi se un debitore fallisce di ottemperare il suo debito. L’assicurazione costa maggiormente quanto più aumenta la possibilità di un fallimento. E l’idea di una situazione del genere per il governo americano è passata di recente da “impensabile” a circa il 10% per i prossimi 5 anni.

Tutto è sempre possibile, e questo è particolarmente vero durante un momento di crisi profonda come quello che viviamo oggi. I mercati azionari, asfissiati dal loro vizio di “scommettere” su se stessi con i prodotti derivati, hanno appena trovato sulla loro strada un legislatore che non ha paura di alzare la posta, e che sembra intenzionato a giocarsi il tutto per tutto fin dalla prima mano. Non resta che aspettare, quindi. Nei prossimi mesi, quando la situazione al tavolo si sarà fatta ancora più rovente, avremo modo di vedere coi nostri occhi dove ci stia trascinando di preciso l’inesauribile “audacia della speranza” di Mr Obama…


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