I mercati hanno accolto le ultime novità proposte dall’amministrazione Obama con una certa euforia, segnando un clamoroso +6,84% proprio questo martedì. Dopo tante settimane tragiche la borsa è tornata a ruggire, e un ritorno del Dow oltre quota 8000 sembra diventare più credibile ogni giorno che passa.
Eppure anche in un momento relativamente buono la voce di tante cassandre non accenna a spegnersi. Il famoso economista Nouriel Roubini non ha nessuna pietà: il sucker’s rally finirà presto riportandoci alla dura realtà di un 2009 di lacrime, e di un 2010 già segnato dalla prospettiva di una “recessione-deflazione a forma di L”. Dennis Lockhart, presidente della Federal Reserve Bank of Atlanta, teme uno scenario diverso: il rischio di una forte inflazione come conseguenza di lungo periodo dell’enorme aumento di spesa pubblica. Anche lo storico Niall Ferguson non sembra ottimista, mentre tratteggia un futuro oscuro segnato dalla nascita di un nuovo “asse del caos“.
Chi vi scrive non ama certo predire sempre e solo il nero. Ciò nonostante vorrei riportare l’attenzione su un problema fondamentale, vale a dire la totale assenza di una azione collegiale da parte delle classi dirigenti mondiali. Le esortazioni alla cooperazione fatte da Obama rimangono, almeno per ora, solo delle esortazioni.
Nel frattempo, ce lo ricorda l’ottimo Federico Rampini di Repubblica, la Cina sta già ventilando l’ipotesi di porre fine all’egemonia del dollaro (conseguenze per l’economia USA: una catastrofe), e i grandi d’Europa scelgono vie contrapposte e solitarie per risalire la china. L’Italia di Berlusconi parla di un nuovo stimolo all’edilizia, Francia e Germania sembrano più convinte di una ipotesi di settimana corta e di diminuzione collettiva degli orari lavorativi…
E’ evidente come una linea guida comune non sia stata ancora trovata. Del resto è molto difficile sperare di trovarla, se si pensa a quanti interessi distinti e spesso contrapposti siano contemporaneamente in gioco durante una crisi globale.
Lo spettro più pauroso e credibile è quello di una nuova stagione di protezionismo. E il motivo è semplice: tutti perdono, tutti soffrono, ma solo alcuni possono permettersi di spendere denaro pubblico per riuscire a superare la tragedia. Ma se qualcuno riceve delle sovvenzioni statali e qualcun altro no la concorrenza sul mercato diventa iniqua. Infatti il settore auto europeo ha già evidenziato come si generi una disparità di offerta sostanziale quando un poderoso intervento pubblico aiuta solo alcuni dei tanti attori in gioco. Lo sa bene chi ha comprato di recente una macchina in Germania…
Come rispondere a una situazione del genere se non proteggendo il proprio lavoro, il proprio prodotto interno lordo, il proprio diritto e i propri lavoratori? Lapalissiano. Così mentre una decina di loschi figuri in camicia verde esultano fra gli scranni di quello che resta del nostro parlamento, emerge il rischio più grande che corriamo oggi. Ipnotizzati dal balletto in su e in giù dei mercati sembriamo dimenticarlo tutti, ma la crisi ha una origine strutturale (disparità e concorrenza illegale sul mercato, deregolamentazione finanziaria, aumento del divario sociale e della separazione fra ricchi e poveri…). Pertanto può essere superata solo con una soluzione che aggredisca i problemi dell’intera struttura.
Se le classi dirigenti mondiali non trovano in fretta un accordo su una proposta ben definita, temo che molto presto la realtà verrà a bussare alle nostre porte per ricordarci quanto si dice da tempo: nonostante il tanto parlare e il tanto discutere di fronte a noi abbiamo sempre e solo la stessa cosa. E si tratta dell’equivalente metaforico di un bagno di sangue.
Presto, all’inizio di aprile, diventeranno pubblici i dati industriali del primo trimestre 2009. Conterranno solo cifre brutalmente negative, e dubito che il mercato li accoglierà con grande entusiasmo. Si rischia di tornare in fretta alla canna del gas, e con un’altra apnea i grandi gruppi che non possono essere salvati dal debito pubblico dello Zio Sam fallirebbero senza nessuna pietà. Peggio ancora: interi Stati di dimensioni piccole (e meno piccole) potrebbero andare a default, proprio come è già successo all’Islanda. E con delle monete anche solo di poco più importanti rispetto alla (fu) corona islandese che diventano carta straccia, le ripercussioni sono del tutto imprevedibili. Non si può escludere il rischio di uno sciagurato effetto domino…
Noi viviamo nella dorata illusione che le cose non possano andare più di tanto peggio, e che un buon sistema economico come il capitalismo sia capace di curare se stesso. Invece è solo parzialmente vero. E’ una regola che vale, certo, ma può anche venire meno se la malattia che affligge il sistema finisce per minare le fondamenta stesse su cui il sistema si fonda.
Se l’ottusa cecità delle masse rispetto alla situazione attuale continua a trovare il suo corrispettivo nell’incapacità dei governanti di agire di comune accordo di fronte a un pericolo mortale, i pezzi di intonaco e i mattoni che componevano la nostra illusione di ricchezza e benessere continueranno a staccarsi e a crollare. Questo perché il modello economico che ancora oggi diamo tutti per scontato, in barba ai fatti, è diventato insostenibile da tempo. La crisi è auto-prodotta, oggi non si può più negarlo. E’ figlia di un sistema obbligato per la sua stessa natura a crescere sempre, a qualunque costo, e con qualunque mezzo. Anche quando non rimane più nessuno spazio per crescere.
Un malato cronico che sceglie di non curarsi vive giorni migliori e peggiori nel suo rapporto costante con la malattia. Ma mediate su un arco di tempo ragionevole le sue condizioni complessive possono solo peggiorare. La cura a una crisi globale è una soluzione globale. Finché questa cura viene dibattuta, giudicata da tutti indispensabile, urgente, e importante, ma mai formalizzata non ci avviciniamo di un passo a superare i nostri gravissimi problemi.
Allora è inutile soffermarsi sulle fiammate di borsa, quando si parla di economia. Bisogna puntare il dito sull’abisso di fronte a noi e urlare a squarciagola che il re è nudo. Perchè se non si parla e se non si muove nessuno, alla fine parleranno in ogni caso i numeri. Che continuano sereni, senza particolari emozioni, a ricordare a un mondo sordo e cieco chi siamo, dove siamo, e dove andremo. Ed è un posto nel quale i sogni di gloria del Dow Jones veleggiano molto più vicini a quota Monte Bianco (4810), che all’altezza imperiale dell’Everest (8848).
C’è molto su cui riflettere, specie se si pensa che solo un anno e mezzo fa il “futuro rosa” aveva una faccia completamente diversa, e l’idea di un Dow Jones a quattro cifre sembrava una barzelletta…