Mauro Buti

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L’Effetto Serra Non Esiste

Scritto da Mauro Buti 31 marzo 2009

pinocchio

Gioiamo! Abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene!
I ghiacciai non si stanno sciogliendo, il clima non sta cambiando, e non c’è correlazione fra l’aumento di anidride carbonica e quello della temperatura media. In pratica va tutto benissimo, fino ad oggi ci eravamo agitati per nulla.

Non lo sapevate? Avete il cattivo gusto di credere a quella stragrande maggioranza della comunità scientifica che guarda con enorme preoccupazione al futuro del pianeta? Eretici! State mettendo in dubbio la Parola del Popolo delle Libertà.

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Pessimista?

Scritto da Mauro Buti 31 marzo 2009

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Fra i commenti giunti in questi giorni alla mia attività sul blog ci sono state diverse accuse di un pessimismo cosmico ed eccessivo. Non nego di avere una visione molto preoccupata del futuro, ma per recuperare il senso delle proporzioni ho pensato di proporvi alcune delle voci più autorevoli in assoluto nel panorama politico, sociologico, e finanziario.

George Soros, il ricchissimo speculatore finanziario che potete ammirare in foto, in un articolo del Times: “Considerando la mancanza di consenso su come guarire l’economia, e il fatto che diversi paesi hanno differenti priorità, sembra irrealistico pensare che si metteranno d’accordo su una qualunque cosa, figuriamoci su una soluzione definitiva. E’ molto probabile che il G20 fallisca [...], ma se fallisce temo che l’intero sistema globale di scambio e commercio finirà in pezzi.
Se questo accade il mondo conoscerà una fase di depressione durissima. Il G20 è l’ultima occasione per evitarla, e anche se si rivelasse un successo la recessione durerebbe lo stesso a lungo. Comunque vadano le cose non torneremo mai più indietro da dove siamo venuti. In questo senso la crisi è destinata a durare per sempre. [...] Il compito più urgente, adesso, sta nel realizzare che il sistema che ci ha portato alla crisi era affetto da gravissimi errori. Quindi non si può ripararlo e basta, bisogna riformarlo. Sono preoccupato perchè i politici non hanno ancora accettato il bisogno di un cambiamento fondamentale, e perchè tantissimi banchieri preferiscono tenere la testa sepolta nella sabbia, come gli struzzi”.

Ralf Dahrendorf, uno dei sociologi più autorevoli di tutta Europa, in una intervista al Corriere della Sera: “Il G20 fallirà, non raggiungerà gli obiettivi che gli erano stati dati originariamente, cioè essere il momento decisivo per uscire dalla crisi e ridisegnare l’ordine economico internazionale. [...] Alla fine della crisi tutti avremo ridotto gli standard di vita di almeno un 20%. Torneremo a un modo di vivere che somiglierà un po’ agli anni Cinquanta e Sessanta, con molta più tecnologia ma senza l’ottimismo di quei decenni. [...] La ripresa sarà lunga e lenta. E non basterà a servire gli interessi sul debito che nel frattempo gli Stati stanno accumulando. Ragione per cui sarà un periodo di tasse alte e alta inflazione. Niente di bello. Alcuni economisti parlano di “inflazione controllata”, sostengono cioè che qualche anno di inflazione tra il 6 e il 10% basterà a ridimensionare i debiti pubblici. Il problema è che un’inflazione del genere sarà pagata soprattutto dai poveri e dai pensionati“.

Dati OCSE per l’Italia: +5% di rapporto debito/pil per il 2009, +6% per il 2010. Andremo oltre il 120%, mentre Berlusconi lotterà strenuamente per battere il record di 20 punti in 4 anni siglato a suo tempo dal caro amico Bettino Craxi.
Dati di marzo per la produzione industriale italiana: -20,1% rispetto a marzo 2008, -2,7% rispetto allo scorso mese. E in Europa, invece? Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, sottolinea come la crisi occupazionale metta a rischio la coesione sociale in tutti i paesi membri della UE.

Nessun pessimismo, miei affezionati lettori. Io sono molto ottimista riguardo al futuro. Perchè so che le cose finalmente cambieranno, e questo può solo rendermi ottimista. Ma perchè cambino in una direzione migliore rispetto a quella percorsa fin qui è arrivato il momento di fare un esercizio di responsabilità. Tutti noi, intesi come cittadini e come società civile, siamo chiamati a tirare fuori la testa dalla sabbia e ad affrontare le nostre paure e le nostre ipocrisie guardandole dritto negli occhi.

I numeri veri

Scritto da Mauro Buti 30 marzo 2009

numeri

Ancora un post sull’economia. Doloroso, ma inevitabile: al momento presente non esiste nessun tema più importante dell’economia, e non a caso si tratta di un argomento che durante questo inverno è stato a lungo oscurato agli occhi dell’opinione pubblica.

Bene, il tempo dell’oscurità è finito. Siamo arrivati ai giorni dell’amara realtà, quelli in cui i numeri diventano veri e tangibili, e non possono più essere ignorati da nessuno. Fra poco saranno pubblici i dati industriali per il primo trimestre 2009. Il crollo di borsa che ne seguirà sarà un colpo dolorosissimo, e sancirà l’inizio del terzo rimbalzo della crisi. Si rallegrino gli amanti dei film dell’orrore: l’andamento del Dow Jones di questa settimana potrebbe rivelarsi ancora più terrorizzante della visione di The Ring.

Chi segue queste pagine sa che avevo pronosticato una crisi articolata in diverse fasi:

  1. Rimbalzo finanziario (con il fallimento dei grandi gruppi bancari, evitato grazie alla tremenda iniezione di liquidità fatta dagli americani)
  2. Rimbalzo industriale (con il fallimento dei grandi gruppi in crisi a cui assisteremo adesso)
  3. Rimbalzo sociale e politico (il disordine e il malessere creati dalla disoccupazione e dalla povertà creano frizioni, problemi di ordine pubblico, ed eventualmente conflitti su scala più larga, finendo per acuire la crisi e rallentare la ripresa)

Per capire dove siamo e dove andiamo l’invito è sempre lo stesso. Ignorare le parole, ignorare il futile blabla ad uso e consumo delle telecamere, e concentrarsi sui fatti e sui numeri.

Stime OCSE relative al blocco dei paesi cosiddetti “occidentali”: -4,3% di arretramento medio del PIL nell’area previsto per il 2009, disoccupazione oltre il 10% per il 2010. È troppo asettico? In parole povere vuol dire che nei paesi più ricchi resteranno a terra circa 25 milioni di lavoratori. Dio solo sa cosa potrà succede in quelli più poveri…

Ma anche senza porsi il problema del Terzo Mondo, c’è ben poco di cui rallegrarsi. Mentre tutti stanno male secondo voi chi continua imperterrito ad andare peggio degli altri? Un paese che da due decenni sta costantemente sotto rispetto alla crescita media dei suoi colleghi europei vi sembra un buon candidato? Bravissimi, avete indovinato.

Le borse si preparano sconsolate alla nuova settimana di sangue, e dopo un breve momento di respiro affondano ancora i titoli autobomilistici e quelli bancari. General Motors e Chrysler sono di nuovo sull’orlo del fallimento, con la consueta consolazione di trovarsi in ottima e abbondante compagnia.

Tutto questo è solo pessimismo, naturalmente. Non ha nulla a che vedere con una analisi realistica dello stato di cose attuale. Si continua a prevedere in maniera corretta quello che poi succede solo perché si porta sfortuna. Ci preoccupiamo di come andranno le cose nel nostro paese perché siamo menagrami, non perché da noi si parla di intercettazioni, di nucleare, e di condono edilizio preventivo, mentre Obama in America vaneggia di scuola, di pannelli solari, e di una nuova stagione di trasparenza per l’uso del denaro pubblico.

Quindi in bocca al lupo a Mr Berlusconi. Gli uccellacci del malaugurio aspettano incuriositi di vedere come se la caverà il nuovo partito, e l’andamento nei prossimi mesi dei trionfali sondaggi che oggi danno il PdL al 44% e la fiducia nel governo al 70%.

Sono convinto che la visione dei “numeri veri” che danno il titolo a questo post porterà ampio consiglio, di qui alle europee. Ricordando a chi di dovere come la linea ad alta velocità più importante mai percorsa da uno statista italiano non sia tanto quella sull’asse Milano-Roma, quanto piuttosto la direttissima Palazzo Chigi-Hammamet.

Se è vero che la storia è fatta di corsi e ricorsi, c’è pur sempre spazio per un filo di speranza…

Dove vanno i mercati?

Scritto da Mauro Buti 26 marzo 2009

I mercati hanno accolto le ultime novità proposte dall’amministrazione Obama con una certa euforia, segnando un clamoroso +6,84% proprio questo martedì. Dopo tante settimane tragiche la borsa è tornata a ruggire, e un ritorno del Dow oltre quota 8000 sembra diventare più credibile ogni giorno che passa.

Eppure anche in un momento relativamente buono la voce di tante cassandre non accenna a spegnersi. Il famoso economista Nouriel Roubini non ha nessuna pietà: il sucker’s rally finirà presto riportandoci alla dura realtà di un 2009 di lacrime, e di un 2010 già segnato dalla prospettiva di una “recessione-deflazione a forma di L”. Dennis Lockhart, presidente della Federal Reserve Bank of Atlanta, teme uno scenario diverso: il rischio di una forte inflazione come conseguenza di lungo periodo dell’enorme aumento di spesa pubblica. Anche lo storico Niall Ferguson non sembra ottimista, mentre tratteggia un futuro oscuro segnato dalla nascita di un nuovo “asse del caos“.

Chi vi scrive non ama certo predire sempre e solo il nero. Ciò nonostante vorrei riportare l’attenzione su un problema fondamentale, vale a dire la totale assenza di una azione collegiale da parte delle classi dirigenti mondiali. Le esortazioni alla cooperazione fatte da Obama rimangono, almeno per ora, solo delle esortazioni.

Nel frattempo, ce lo ricorda l’ottimo Federico Rampini di Repubblica, la Cina sta già ventilando l’ipotesi di porre fine all’egemonia del dollaro (conseguenze per l’economia USA: una catastrofe), e i grandi d’Europa scelgono vie contrapposte e solitarie per risalire la china. L’Italia di Berlusconi parla di un nuovo stimolo all’edilizia, Francia e Germania sembrano più convinte di una ipotesi di settimana corta e di diminuzione collettiva degli orari lavorativi…

E’ evidente come una linea guida comune non sia stata ancora trovata. Del resto è molto difficile sperare di trovarla, se si pensa a quanti interessi distinti e spesso contrapposti siano contemporaneamente in gioco durante una crisi globale.
Lo spettro più pauroso e credibile è quello di una nuova stagione di protezionismo. E il motivo è semplice: tutti perdono, tutti soffrono, ma solo alcuni possono permettersi di spendere denaro pubblico per riuscire a superare la tragedia. Ma se qualcuno riceve delle sovvenzioni statali e qualcun altro no la concorrenza sul mercato diventa iniqua. Infatti il settore auto europeo ha già evidenziato come si generi una disparità di offerta sostanziale quando un poderoso intervento pubblico aiuta solo alcuni dei tanti attori in gioco. Lo sa bene chi ha comprato di recente una macchina in Germania…

Come rispondere a una situazione del genere se non proteggendo il proprio lavoro, il proprio prodotto interno lordo, il proprio diritto e i propri lavoratori? Lapalissiano. Così mentre una decina di loschi figuri in camicia verde esultano fra gli scranni di quello che resta del nostro parlamento, emerge il rischio più grande che corriamo oggi. Ipnotizzati dal balletto in su e in giù dei mercati sembriamo dimenticarlo tutti, ma la crisi ha una origine strutturale (disparità e concorrenza illegale sul mercato, deregolamentazione finanziaria, aumento del divario sociale e della separazione fra ricchi e poveri…). Pertanto può essere superata solo con una soluzione che aggredisca i problemi dell’intera struttura.

Se le classi dirigenti mondiali non trovano in fretta un accordo su una proposta ben definita, temo che molto presto la realtà verrà a bussare alle nostre porte per ricordarci quanto si dice da tempo: nonostante il tanto parlare e il tanto discutere di fronte a noi abbiamo sempre e solo la stessa cosa. E si tratta dell’equivalente metaforico di un bagno di sangue.

Presto, all’inizio di aprile, diventeranno pubblici i dati industriali del primo trimestre 2009. Conterranno solo cifre brutalmente negative, e dubito che il mercato li accoglierà con grande entusiasmo. Si rischia di tornare in fretta alla canna del gas, e con un’altra apnea i grandi gruppi che non possono essere salvati dal debito pubblico dello Zio Sam fallirebbero senza nessuna pietà. Peggio ancora: interi Stati di dimensioni piccole (e meno piccole) potrebbero andare a default, proprio come è già successo all’Islanda. E con delle monete anche solo di poco più importanti rispetto alla (fu) corona islandese che diventano carta straccia, le ripercussioni sono del tutto imprevedibili. Non si può escludere il rischio di uno sciagurato effetto domino…

Noi viviamo nella dorata illusione che le cose non possano andare più di tanto peggio, e che un buon sistema economico come il capitalismo sia capace di curare se stesso. Invece è solo parzialmente vero. E’ una regola che vale, certo, ma può anche venire meno se la malattia che affligge il sistema finisce per minare le fondamenta stesse su cui il sistema si fonda.

Se l’ottusa cecità delle masse rispetto alla situazione attuale continua a trovare il suo corrispettivo nell’incapacità dei governanti di agire di comune accordo di fronte a un pericolo mortale, i pezzi di intonaco e i mattoni che componevano la nostra illusione di ricchezza e benessere continueranno a staccarsi e a crollare. Questo perché il modello economico che ancora oggi diamo tutti per scontato, in barba ai fatti, è diventato insostenibile da tempo. La crisi è auto-prodotta, oggi non si può più negarlo. E’ figlia di un sistema obbligato per la sua stessa natura a crescere sempre, a qualunque costo, e con qualunque mezzo. Anche quando non rimane più nessuno spazio per crescere.

Un malato cronico che sceglie di non curarsi vive giorni migliori e peggiori nel suo rapporto costante con la malattia. Ma mediate su un arco di tempo ragionevole le sue condizioni complessive possono solo peggiorare. La cura a una crisi globale è una soluzione globale. Finché questa cura viene dibattuta, giudicata da tutti indispensabile, urgente, e importante, ma mai formalizzata non ci avviciniamo di un passo a superare i nostri gravissimi problemi.

Allora è inutile soffermarsi sulle fiammate di borsa, quando si parla di economia. Bisogna puntare il dito sull’abisso di fronte a noi e urlare a squarciagola che il re è nudo. Perchè se non si parla e se non si muove nessuno, alla fine parleranno in ogni caso i numeri. Che continuano sereni, senza particolari emozioni, a ricordare a un mondo sordo e cieco chi siamo, dove siamo, e dove andremo. Ed è un posto nel quale i sogni di gloria del Dow Jones veleggiano molto più vicini a quota Monte Bianco (4810), che all’altezza imperiale dell’Everest (8848).

C’è molto su cui riflettere, specie se si pensa che solo un anno e mezzo fa il “futuro rosa” aveva una faccia completamente diversa, e l’idea di un Dow Jones a quattro cifre sembrava una barzelletta…

Senza Parole (2)

Scritto da Mauro Buti 19 marzo 2009

“Gli studenti di Onda Anomala sono dei guerriglieri, e vanno trattati come guerriglieri”.
Lo ha detto oggi il Ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta.

Buona parte dei “guerriglieri” non ha ancora raggiunto la maggiore età, ed ha già avuto modo di provare sulla sua pelle le spranghe tricolori di chi guerriglia la fa per davvero. E’ accaduto in Piazza Navona, solo qualche mese fa. Purtroppo non risultano commenti di Mr Brunetta in merito a quella vicenda…

Senza Parole

Scritto da Mauro Buti 17 marzo 2009

Il Papa Benedetto XVI, in viaggio verso il Camerun per il suo primo pellegrinaggio in Africa, afferma: “L’epidemia di Aids non si può superare con la distribuzione dei preservativi che, anzi, aumentano i problemi”.

Nell’Africa Sub-Sahariana ci sono più di 20 milioni di persone infette, su un totale a livello mondiale di oltre 35 milioni (fonti: www.avert.org, wikipedia).

Un Brutto Clima…

Scritto da Mauro Buti 17 marzo 2009

Dopo tanta economia e tanta politica spicciola, un post di respiro più ampio.

Il Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite (IPCC) ha ribadito le sue preoccupazioni per il futuro del pianeta. La riunione di Copenaghen, che ha coinvolto circa 1600 fra i massimi esperti scientifici del settore, ha permesso di evidenziare come i ritmi di crescita dei gas serra siano ancora troppo elevati, anche a causa del contributo sempre più incisivo offerto dalle economie emergenti.

Le proiezioni future non sono buone, la necessità di invertire il trend è assoluta (in meno di un secolo si rischiano due gradi di aumento delle temperature medie, e un innalzamento di oltre mezzo metro del livello del mare), e il carico di aspettative sul giro di vite promesso dall’amministrazione Obama è altissimo.

La discussione sul problema climatico costituisce un fenomeno tristemente tipico. E’ davvero raro che la comunità scientifica si riscopra compatta nel sostenere una battaglia comune. Quando questo accade, e migliaia di voci serie e preoccupate si contrappongono a qualche sparuta unità a supporto dell’opinione opposta, si tratta di un campanello di allarme che sarebbe bene non ignorare.

Purtroppo mentre gli scienziati hanno ben pochi dubbi sull’importanza del problema climatico in prospettiva futura, la percezione del pubblico continua ad essere falsata grazie a testimonianze dubbiose, allo spettro della “grande bufala“, e all’eccessiva enfasi data alle fluttuazioni annuali delle calotte artiche (dati molto meno chiari da interpretare rispetto a quelli, inequivocabili, di lungo periodo).

L’immagine che potete ammirare in cima a questo post è tratta da un articolo scientifico: Doran, P. T., and M. Kendall Zimmerman (2009), Examining the Scientific Consensus on Climate Change. Si tratta di uno studio statistico effettuato su due semplici domande relative al cambiamento climatico. La seconda, a cui fa riferimento il grafico, è: “Pensate che l’attività umana dia un contributo significativo nel cambiamento delle temperature medie globali?”.

Le percentuali in gioco lasciano parecchio su cui riflettere…

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