
Prima della tornata elettorale di questo weekend il presidente dimissionario della regione Sardegna, Renato Soru, aveva affermato con coraggio: “Qui l’invasore non passerà”.
Corretto. Infatti l’invasore non è semplicemente “passato”, ma ha piuttosto travolto con un bulldozer le macerie fumanti di quello che una volta era un partito (centrosinistra: 38%, Partito Democratico 24%, a -9% rispetto alle politiche di un anno fa).
Ugo Cappellacci, il fortunato Carneade dotato del merito politico e genealogico di essere il figlio del commercialista di Silvio Berlusconi, ha letteralmente sbancato la regione Sardegna. Subito le prime dichiarazioni, accolte dall’esultanza di Briatore e del popolo del Millionaire: “Modificheremo il piano paesaggistico regionale”. Tradotto: si potrà riprendere a fare scempio delle coste, seguendo il ben noto modello della regione Sicilia negli anni di Craxi. Con un po’ di fortuna anche la “odiosa” tassa sul lusso e sugli yatch diventerà presto storia passata.
Al di là del requiem per le bellezze naturali sarde colpisce come il Caligola di Arcore sia riuscito a vincere in scioltezza (+9% per il candidato presidente, +18% nel confronto fra le coalizioni) anche schierando un cavallo qualsiasi contro un uomo di successo e tutto sommato molto conosciuto e amato nella sua regione.
Il futuro rimane incerto, ma per ora Berlusconi non sembra patire il rinculo portato dalla crisi, e lascia la croce tutta sulle spalle dei suoi avversari politici. Il Partito Democratico, ancora attonito per lo schiaffo subito, sembra finalmente rendersi conto dell’amara realtà. L’ipotesi di una “grosse koalition” che metta insieme quel poco che resta della Sinistra Radicale all’UDC di Casini e Cuffaro è molto meno credibile rispetto a quella, incombente, di una scissione interna.
Più che in un “Ulivo 2.0″ l’opposizione del futuro potrebbe spaccarsi in tre correnti. Una cattolica e centrista che riunisca l’ex Margherita, l’UDC e i vari residuati bellici della Democrazia Cristiana sparsi sull’arco parlamentare. Una “rossa” che abbracci la corrente scissionista del PRC guidata da Vendola e il blocco ex DS del Partito Democratico. Una “bianca”, laica e legalitaria, guidata da Antonio Di Pietro e potenzialmente allargabile ai tanti nanetti rimasti senza casa in un sistema elettorale con uno sbarramento abbastanza duro da sorpassare.
Comunque stiano le cose, per il PD è un terribile “day after”. E mentre tutti i dirigenti strillano di una “radicale innovazione” (naturalmente da operarsi ponendo se stessi al vertice), nessuno sembra dare troppo peso al fatto che nella roccaforte di Firenze il candidato sindaco del PD scelto “dal popolo” tramite le primarie sia stato il giovane Matteo Renzi.
34 anni, inviso sia ai Dalemiani che ai Veltroniani, Renzi ha corso come indipendente ed è stato premiato da un plebiscito di voti che hanno indicato proprio la faccia “più fresca e più nuova”. Strano, vero? O piuttosto per nulla strano?
Forse esiste almeno una verità inoppugnabile che emerge da queste elezioni sarde. Non è Berlusconi, l’invasore. Berlusconi rappresenta con coerenza e continuità una parte di Italia. E al di là di qualunque discorso sulle sue qualità di statista e sul suo vantaggio mediatico, oggi quella parte costituisce una maggioranza solida e stabile nel paese.
Ad avere invaso e usurpato sono piuttosto altri. Magari proprio coloro che occupano la posizione dei progressisti e dei riformisti, fingono di incarnare la speranza nella modernità e nel futuro, e rimangono nei fatti figli della politica più vecchia e autoreferenziale che esista in questo paese.
Berlusconi fa danni in politica dal 1994. Veltroni dal 1976, D’Alema dal 1975.
Allora il conto torna. Piove, signori. Per alcuni, secondo immortale tradizione, sul “governo ladro”.
Per altri, in maniera più semplice e triste, solo e sempre sul bagnato.














