
È morta Eluana Englaro.
La ragazza versava da tempo in condizioni terribili, ed al di là del cordoglio e delle personali opinioni di ciascuno è difficile sostenere che la sua tragedia umana si sia consumata proprio oggi.
Del resto non sempre morire è questione di un preciso istante. Molto più spesso di quanto non si creda morire vuol dire consumarsi lentamente, giorno dopo giorno, fino a diventare irriconoscibili e vuoti. Dei miseri simulacri di quello che un tempo era un corpo vivo e pulsante.
Non è un male che una società sana dibatta e si infiammi su un tema esplosivo come quello dell’eutanasia e del testamento biologico. Ad essere terribili sono i tempi e i modi in cui il dibattito viene portato avanti nelle sedi preposte. Quella che è la tragedia di una ragazza innocente, infatti, è diventata lo specchio che riflette spietato la tragedia culturale in cui versa il nostro paese.
Un paese che sembra lobotomizzato mentre il suo Presidente del Consiglio “scopre” un caso che si protrae da 17 anni, e oppone all’ultimo secondo utile un decreto legge a una sentenza della Cassazione passata in giudicato nell’ottobre del 2008. Un paese che è lobotomizzato se accetta senza colpo ferire il suo Presidente del Consiglio che da notizia di “una ragazza in condizioni ottime”, “teoricamente in grado di avere un figlio”, mentre sta parlando di un corpo incapace di muoversi e del tutto immobile da oltre 6000 giorni.
Di fronte alla gretta ignoranza, alla banalità e all’opportunismo che trasuda dagli interventi dei personaggi pubblici e dei nostri politici noi abbiamo tutti, come cittadini e come nazione, il dovere morale di ricordare e tenere sempre a mente il motivo per cui questo scempio al buon gusto abbia luogo. La ragione per cui a determinati soggetti venga deputato l’onere di rappresentarci e di portare avanti il dibattito, forti del decoro, della coerenza, e della misura nei costumi che tutti conosciamo.
La morte di Eluana evidenzia in maniera innocente e per questo ancora più dolorosa la nostra coscienza civile ridotta alle condizioni di un vegetale. Noi dobbiamo domandarci perché un padre che non ha più lacrime per piangere e lotta completamente solo possa venire annientato da un ridicolo balletto di commenti indegni. Perché nessuno si preoccupi di tutelare la legge, quella che lui ha eroicamente rispettato fino all’ultimo, o i diritti del singolo, umiliati e denigrati in maniera bruciante.
La risposta a questi interrogativi, come spesso accade, non è troppo lontana dai nostri occhi. Non possiamo sempre fingere di non sapere chi siamo e a che punto siamo ridotti come collettività.
Di fronte alla tragedia del singolo siamo chiamati ad un “memento” civile, al coraggio di guardare l’immagine che come società riflettiamo nello specchio, e trovare la forza di reagire. L’energia e la partecipazione che servono per riscoprire il “patrimonio genetico” dell’italianità. I valori più veri e fondanti, come l’umanità, l’empatia, la creatività, la curiosità, la fantasia, il rifiuto dei canoni e della banalità, da troppo tempo dimenticati e abbandonati dalla maggior parte della nostra ridicola classe dirigente.














