
Silvio Berlusconi ha scoperto come non sia “tecnicamente esatto” affermare che il governo non abbia mosso un dito per fronteggiare la crisi. Secondo un ardito ragionamento proposto anche dal ministro dell’economia Tremonti la nostra legge finanziaria prevedeva fondi destinati alle infrastrutture e agli ammortizzatori sociali, e quindi ha di fatto anticipato tutti i pacchetti straordinari varati dagli altri grandi paesi europei.
Il sillogismo è limpido:
- l’Italia spende parte del suo prodotto interno lordo in infrastrutture e in ammortizzatori sociali
- i principali paesi europei hanno investito in maniera eccezionale in infrastrutture e ammortizzatori sociali per reagire alla crisi
- se ne deduce che l’Italia ha reagito alla crisi come gli altri paesi europei
Di fronte a cotanta logica è impossibile non arrendersi, sebbene susciti qualche dubbio il paragone fra gli investimenti eccezionali che gli altri paesi hanno fatto in risposta alla crisi, e la nostra legge finanziaria ideata e strutturata in estate, mentre l’economia era stabile e nessuno si aspettava un crollo.
La consueta cortina di fumo e dichiarazioni roboanti si alza, e copre la follia di un paese che spreca il suo tempo a discutere di intercettazioni mentre caracolla ubriaco verso il suo declino. I precari rinunciano al futuro e ai sogni mentre perdono i loro miserabili lavori. I cassintegrati osservano in cupo silenzio l’industria per cui hanno sacrificato anni di vita avanzare inarrestabile verso il collasso. Il paese si guarda allo specchio per scoprire attonito di avere di fronte a sé soltanto ignoranza, crudeltà e paura.
Berlusconi, imperterrito, rimane ottimista. Ipnotizzato dall’andamento dei sondaggi, dalla contesa elettorale in Sardegna, e dall’inebriante visione del suicidio degli odiati nemici comunisti il premier insiste ostinato nel suo tentativo di salvare le apparenze. E mai come oggi è proprio lui ad incarnare l’immagine del nostro Bel Paese. Mai come oggi siamo tutti Berlusconi.
Vecchi. Stanchi. Chiusi nei ricordi del passato. Incapaci di affrontare il futuro senza rinunciare ai nostri vizi e alle nostre mollezze. Agli agi e agli assurdi privilegi che per troppi anni ci hanno fatto sentire comodi e sicuri, al caldo, mentre il cervello addormentato si cullava nel ronzio placido e rassicurante della televisione.
Prigionieri dei nostri stereotipi. Incastrati fra le pose da macho, la furbizia napoletana, e l’indole da inguaribili mammoni.
E soprattutto terrorizzati. Soli e spaventati. Vittime di una gelida sensazione di impotenza mentre le dita stringono avide, fino a far diventare le nocche bianche, gli ultimi 40 Miliardi di Nulla.














