Mauro Buti

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E gli Stupri del Corpo?

Scritto da Mauro Buti 25 febbraio 2009

Ho ricevuto quasi in tempo reale delle critiche per il mio ultimo post.

Sottovaluti un problema che non provi sulla tua pelle“, “Ci vorrebbero pene severissime”.
È vero, ci vorrebbero. Ci vorrebbero molte cose che purtroppo oggi non ci sono, in questo paese.

Un post che evidenzia la demagogia e la strumentalizzazione che si fa tirando fuori gli stupri a comando a seconda delle esigenze elettorali non è un sintomo di scarsa sensibilità nei confronti del problema della violenza sulle donne. A riguardo vale la pena di ricordare come per tutti i reati contro la persona valga sempre lo stesso assunto: per tutelare la sicurezza dei cittadini sono imprescindibili pene certe, severe, e comminate con rapidità. Sono imprescindibili forze dell’ordine ben pagate, efficienti, e preparate.

Se chi si fa forte del problema sicurezza è poi il primo a tagliare i fondi che coprono la benzina per le macchine della polizia, ad eliminare le intercettazioni (notoriamente un mezzo molto efficiente per scoprire gli autori di una violenza), e a legislare sui cavilli in modo da facilitare il compito delle difese e la possibilità di arrivare a prescrizione, si evidenzia una contraddizione di fondo.

Perché per tutelare le donne, ahimè, “una ronda non fa primavera”. La ronda, infatti, agisce per arginare il problema a posteriori. Non si propone certo di affrontarlo in maniera complessiva, attaccandolo alle sue radici.

La sensibilità di ciascuno di noi non si misura solo nello scontato sostegno che diamo alle campagne contro la violenza. Si misura anche e soprattutto nella nostra capacità di informarci e di scegliere in maniera critica quali sono le politiche in cui crediamo, e quali cambiamenti auspichiamo per risolvere i problemi sociali che ci indignano e ci feriscono come collettività.

Questo vale in particolar modo per chi fa politica, o si interessa di politica, e accetta in silenzio che a farsi forte del problema della sicurezza sia la stessa gente che opera ogni giorno, e alla piena luce del sole, per sfasciare la giustizia.

Non esiste sicurezza, senza giustizia.

(approfitto dell’occasione per ricordare come il blog e il suo proprietario sostengano le donne e le battaglie a loro relative a tutto campo. Per quanto riguarda la violenza, per le sacrosante quote rosa, per i diritti sul lavoro, e via di questo passo… Una posizione figlia dell’opinione politica e di una passione sincera, sebbene raramente corrisposta, nei confronti della categoria. :D )

Lo Stupro della Ragione

Scritto da Mauro Buti 25 febbraio 2009

Si parla molto di stupri, ultimamente.
E quello della violenza sulle donne è un problema orribile, ci mancherebbe. Uno dei figli più nauseanti della frustrazione e del malessere sociale.

Io però sono un malpensante, e non riesco ad evitare un parallelo con l’ultima grande ondata di discorsi sul tema. Ricordate l’occasione? Correva l’aprile del 2008 e Gianni Alemanno e Francesco Rutelli si contendevano la poltrona di primo cittadino di Roma, rimasta vacante dopo le dimissioni di Walter Veltroni. Alemanno annaspava nei sondaggi quando in maniera incidentale e per nulla pilotata le prime pagine dei giornali e le aperture dei TG nazionali cominciarono a riempirsi con le dettagliate narrazioni di terribili ed angoscianti casi di stupro.

Commenti dei familiari delle vittime, commenti del circondiario e degli abitanti del quartiere, commenti degli esperti. E poi via, al grido di “Sicurezza!”, “Controllo sugli immigrati!”, “Impronte digitali ai bambini rom!”… Qualche settimana di fermento e, strano ma vero, è proprio Alemanno a spuntarla e a conquistare una delle poltrone più preziose ed importanti del nostro paese.

Allora forse è il caso di parlare di stupri, e nello specifico dello stupro più terribile che sta avvenendo, lo stupro della ragione. Panorama, una rivista difficilmente tacciabile di partigianeria antiberlusconiana, ha riportato di recente alcune statistiche del Viminale relative al problema degli stupri. Non addentriamoci nell’annosa disquisizione che potrebbe nascere dalle percentuali di immigrati e di italiani che si macchiano dell’odioso delitto, anche perché le statistiche sembrano dare informazioni contrastanti a seconda di chi le riporta.

Limitiamoci a riflettere sui numeri assoluti. Nell’ultimo anno (2008) gli stupri sono diminuiti di una decina di punti percentuale rispetto al precedente. Secondo voi si ha questa percezione, oggi, guardando la televisione e leggendo i giornali? A livello nazionale si contano circa 5000 episodi all’anno. 500 nella sola Milano, 150 a Bologna, e via di questo passo…

Quale può mai essere la difficoltà di trovare un episodio da mettere sulla prima pagina di un giornale all’occorrenza? Ce ne sono una quindicina al giorno fra cui scegliere…
Il problema degli stupri infatti non vive di esplosioni e di casi drammatici. È un problema costante, regolarmente presente, che registra fluttuazioni tutto sommato marginali nel corso degli anni. Eppure torna alle luci della ribalta in maniera periodica, a seconda dell’occorrenza.

Difficile pensare che la cosa non sia un mezzo come un altro per distrarre l’opinione pubblica. Del resto qualunque tema va bene, pur di non dover parlare di economia.

Il nostro paese ha aumentato il suo rapporto debito pubblico/PIL di 5 punti nel solo 2008. È una notizia dai risvolti drammatici e importantissimi per tutti noi, eppure vale poco meno di un trafiletto rispetto alle malefatte del “branco”, e all’invasione dei rumeni e degli ultracorpi. Viaggiamo a vele spiegate verso il caos e il tracollo, oramai se ne sono resi conto tutti i commentatori più autorevoli. Parla di un decennio di stagnazione il celeberrimo economista Nouriel Roubini, parla di rischio di una catastrofe il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, parla di crisi destinata a peggiorare anche un insospettabile come il proprietario di Sky Rupert Murdoch. Persino il gigante degli affari e delle speculazioni George Soros commenta come “non si veda la fine del collasso del sistema finanziario mondiale”.

In Italia invece parliamo di immigrazione, intercettazioni, giustizia e problema sicurezza.

Le poche volte che Berlusconi si degna di menzionare l’economia lo fa per criticare il “pessimismo dei media” o per sostenere come la posizione dell’Italia sia solida e a scarso rischio. È falso, naturalmente, e lo conferma lui stesso quando spiega che l’ipotesi di nazionalizzare delle banche da noi non è praticabile. Il motivo è semplice, e non verte certo sulla solidità di Unicredit e Banca Intesa (in caduta libera da mesi): al contrario della stragrande maggioranza degli stati occidentali l’Italia è oppressa da un debito pubblico immenso, e non può permettersi nemmeno di pensare di sostenere il collasso di un grande gruppo fornendo della liquidità a livello statale.

Nel frattempo non si fermano gli sprechi, nè si riduce il disgustoso privilegio di cui si circondano le nostre classi dirigenti. Così fra 260mila euro per le agendine ai senatori, e il crack del comune di Catania, il nostro debito continua ad aumentare in barba alle finanziarie di tagli e sangue varate dal ministro Tremonti.

In queste condizioni se una Fiat qualunque crolla e si trova costretta ad affrontare la crisi nera in cui già versano colossi come AIG, non ci resterà che piangere.

Questo lo raccontano, i giornali e le televisioni?

Indietro

Scritto da Mauro Buti 24 febbraio 2009

Sul sito di Repubblica.it si può leggere come il “piatto forte” del vertice italo-francese che si terrà oggi sarà l’intesa sulla costruzione di quattro nuove centrali nucleari per il 2020.
In un mondo che guarda al futuro e parla di diventare più verde e di energie rinnovabili, la nostra scelta è quella di tornare al passato. Con qualche decennio di ritardo rispetto al resto del globo.

Di rado l’ottusa cecità della nostra classe dirigente è stata capace di umiliare e mortificare maggiormente il mio orgoglio di essere italiano.

Requiem for a Dream

Scritto da Mauro Buti 23 febbraio 2009

Nell’assemblea plenaria di sabato i vertici del Partito Democratico hanno deciso di votare Dario Franceschini come nuovo segretario. È stata bocciata l’ipotesi di andare immediatamente alle primarie, pure sostenuta da un’ampia maggioranza della base, ed è stata del tutto ignorata la voce di Arturo Parisi, che ha presentato la sua mozione alternativa di fronte a una platea vuota e disattenta, ed ha raccolto meno di un decimo dei voti disponibili.

Per commentare mi affido alle parole di Matteo Renzi, il 34enne fresco vincitore delle primarie del PD per il posto di sindaco di Firenze. Renzi ha guadagnato in questi giorni una certa notorietà, sia per essere stato indicato dal prestigioso TIME come l’Obama italiano, sia per essere riuscito a prevalere con ampia maggioranza (40%) pur essendo inviso in maniera trasversale a tutte le nomenclature e le correnti principali del suo gruppo dirigente.

“Sabato è stata un’occasione persa. Non avrei votato Dario: se Veltroni è stato un disastro, non si elegge il vicedisastro per gestire la transizione”. In effetti è difficile dare torto al giovane astro nascente della politica fiorentina. Franceschini, pure autore di un discorso lodevole ed affascinante, è e rimane il corresponsabile della politica fallimentare di Walter Veltroni.

Al di là delle lacrime di coccodrillo versate sul precoce abbandono dell’ex segretario, in politica da soli 35 anni, occorre ricordare che Veltroni si è dimesso perché il suo partito ha perso circa il 10% di consensi a meno di un anno di distanza dalla sconfitta elettorale nelle politiche del 2008. Ha perso a Roma, ha perso in Abruzzo, ha perso in Sardegna. Ha perso ovunque e ha perso male, evidenziando una flessione corposa di consensi, e una crisi di identità oltre che di risultati.

La realtà è dura da accettare, ma tutto sommato semplice da vedere. L’elezione di Franceschini segna l’ennesimo trionfo della vetusta e inamovibile classe dirigente del partito. Un partito che ha cambiato nome molte volte, ma non è mai riuscito nell’impossibile impresa di rimuovere dal loro incarico politici che dal 2000 in poi hanno continuato a perdere quasi senza soluzione di continuità.

Esattamente come il loro compianto collega Villari, i capibastone del PD non hanno alcune intenzione di mollare il colpo, e di lasciare spazio a idee più fresche e nuove. Inutile illudersi, allora. Al di là delle belle parole e del giuramento alla costituzione del leader appena eletto, il Partito Democratico ha scelto di affrontare le europee nel segno della continuità. Sia rispetto alla linea che lo ha portato a farsi dissanguare di voti in questi mesi, sia rispetto alle spinte autodistruttive che continuano a consumarlo dall’interno e a farlo precipitare verso la scissione.

Se non cambiano le facce, non cambia la politica, non cambia la nomenklatura, e in sostanza non cambia nemmeno la leadership, in base a cosa ci si aspetta che si inverta la tendenza?

Che tempismo, Walter…

Scritto da Mauro Buti 19 febbraio 2009

Il leader del’opposizione e segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni, si è dimesso martedì alle ore 17:00, manifestando la sua intenzione di tornare al ruolo di deputato semplice.

Un’ora prima il suo principale avversario politico, il premier Silvio Berlusconi, si trovava costretto ad affrontare una situazione spinosa a causa della condanna subita dall’avvocato David Mills.
Mills era accusato di essere stato corrotto con circa 600 mila euro per testimoniare il falso in due processi a carico di Berlusconi (tangenti alla Guardia di Finanza, e All-Iberian), ed era andato alla sbarra insieme al premier nel marzo del 2007.

Dopo lo stralcio della posizione del Presidente del Consiglio dovuto al Lodo Alfano, la legge che immunizza le massime cariche dello stato da qualunque procedimento penale, era noto da settimane come il primo grado di giudizio sarebbe giunto a conclusione subito dopo la chiusura delle elezioni in Sardegna, con la sentenza prevista per martedì 17 febbraio.
La colpevolezza in primo grado di Mills evidenzia, per la stessa natura del reato (la corruzione prevede un corrotto e un corruttore), quelle che sono le responsabilità di Berlusconi, e soprattutto l’inopportunità e la profonda iniquità della legge “ad personam” che gli ha consentito di sottrarsi alla giustizia. Anche ammesso e non concesso che Berlusconi perda la sua carica, infatti, il procedimento penale a suo carico si dovrebbe celebrare ripartendo da principio, e questo costituisce garanzia assoluta di arrivare a una prescrizione (prevista per il 2010).

È palese come si tratti di una situazione politica alla nitroglicerina, specie se si considera che nella maggior parte dei paesi occidentali un leader si può trovare costretto alle dimissioni anche in seguito a un semplice sospetto, o a una indagine in corso. Lo dimostra il caso dell’ex premier israeliano Ehud Olmert, già citato pochi giorni fa su queste stesse pagine.

Rispetto alla situazione vissuta da Olmert la gravità di una condanna in primo grado è incredibilmente maggiore. Purtroppo casi illustri come quello del senatore dell’UDC Totò Cuffaro (condannato in primo grado per favoreggiamento semplice e rivelazione d’atti d’ufficio a soggetti che poi si “scoprirono” essere dei mafiosi) dimostrano come in Italia la percezione dei valori e dell’opportunità di mantenere o abbandonare una carica siano concetti molto relativi.

Mercoledì tutti i giornali italiani hanno dedicato pagine e pagine all’elogio funebre di Veltroni, mentre un caso che avrebbe potuto costituire una formidabile arma di attacco è finito relegato a pagina 21 (cronaca) del principale quotidiano nazionale, il Corriere della Sera. All’estero a quanto pare si ritiene che la questione sia molto più importante, al punto da occupare diverse prime pagine di giornale, ma si tratta di una ben magra consolazione per chi è costretto a fare i conti con i propri media, e i propri rappresentanti.

Per il bene di un partito che si è contribuito a fondare non suona del tutto impensabile l’idea di rimandare delle dimissioni addirittura di un giorno, quindi si possono fare due ipotesi su quanto è accaduto:

  1. Si tratta di una colossale ingenuità politica, causata della delusione, dalla debacle del PD nelle elezioni sarde, e dal logoramento umano subito da Veltroni in questi mesi.
  2. Si tratta di un favore più o meno retribuito a Silvio Berlusconi, o piuttosto di un tentativo di deflettere i riflettori che sarebbero inevitabilmente toccati al “nemico” ufficiale del premier, Antonio Di Pietro.

Lascio la scelta alla sensibilità di ciascuno. In entrambi i casi, del resto, non c’è molto di cui stare allegri. A volte mi chiedo se la classe dirigente di centrosinistra desideri davvero vincerle, delle elezioni, e soprattutto se abbia un piano, o anche solo una vaga idea, sul come farlo. Nulla di troppo complicato, una cosa terra terra come una linea politica approvata e condivisa da quelle entità fastidiose e sciocche che rispondono al nome di elettori.

Il fallimento di Veltroni è il fallimento delle idee prive di uomini. Delle grandi dichiarazioni prive di credibilità, e dei grandi progetti di rinnovamento privi di un cambiamento che sia reale e sostanziale nei fatti. Che si possa vedere e toccare.

Il PD non fallisce e si spezza perché è una “cattiva idea”. Al contrario, politicamente parlando costituisce una idea ottima e del tutto necessaria al paese. Lo dimostra lo straordinario risultato (34%) ottenuto alle politiche del 2008, nonostante il contesto elettorale sfavorevole e lo scarso gradimento popolare del governo Prodi. Lo dimostra il superamento di un problema antico e annoso della vita politica italiana, come era sempre stato quello dell’eccessivo frazionamento fra i partiti.

Il problema del PD non sta nell’idea di fondo che gli ha dato vita, quanto piuttosto nelle facce sempre uguali che hanno avuto l’arroganza di rappresentare una forza “nuova e riformista” dandogli il volto e il sorriso di dirigenti che fanno politica da vent’anni e più.

Provate a immaginarvi il PD italiano guidato da un Obama. Un uomo nuovo, giovane, moderno, innamorato di Internet e del suo Blackberry, che parla dai palchi pronunciando parole magiche come “cambiamento”, “rinnovamento”, “giustizia sociale”, “rispetto della legge”, “ricambio”. Un uomo che scalda i cuori, idolatrato da una fila interminabile di giovani fra i 20 e i 30 anni che vedono in lui una speranza per il futuro.

E andate anche oltre…

Immaginate quegli stessi giovani mentre iniziano ad occupare con il loro entusiasmo e la loro energia le piccole cariche locali. Mentre contribuiscono a rinnovare e rinfrescare l’idea di una politica stantia e corrotta che pervade tutta la penisola. Mettendoci una faccia che non è più quella dei vari Bersani, Veltroni, D’Alema, Finocchiaro, ma è la faccia pulita di ragazzi e uomini che guardano e sognano lontano.

Ce n’è abbastanza non solo per vincere. Ce n’è abbastanza per sotterrare, letteralmente, la politica ipocrita di un vecchio di 70 anni che professa il rigore con i poveracci e gli immigrati, e poi accorcia i tempi di prescrizione e depenalizza il falso in bilancio. Vincere in queste condizioni non è una impresa impossibile. Con buona pace di tutti i suoi media l’avversario è politicamente poca cosa. Ai limiti dell’impresentabile, come ci ricordano ogni giorno le gaffe e le battute di cattivo gusto, le sentenze, gli imbarazzi, i conflitti di interesse… Vincere diventa impossibile solo perché all’avversario non si oppone nulla che riesca a parlare al cuore della gente, e a far vedere le alternative per quello che sono. Ed è allora, e solo allora, che lo strapotere mediatico diventa decisivo.

La politica italiana non riesce più da anni a farci sognare. Non riesce a ricreare quell’entusiamo quasi sessuale che viene dall’immedesimarsi in un progetto, dal credere in qualcosa di diverso e migliore, e collaborare a costruirlo. La nostra politica è stata avulsa da tutto questo per troppo tempo, ed è rimasta al palo. Sola. Isolata. Lontana dalla gente e dai suoi bisogni. Arroccata nei privilegi e nella cecità di una casta, al punto di ricordare quelle aristocrazie decadenti e spocchiose che nella storia si sono ritrovate spesso ad assistere ignare, con malcelato disprezzo, alla formazione e all’esplosione delle grandi rivoluzioni.

L’analisi spassionata di questo stato di cose, però, non può prescindere da una autocritica fortissima che tutta la società civile deve fare. Perché, e questo gli Stati Uniti ce lo ricordano giornalmente e in maniera dolorosa, oggi come ieri, e ieri come domani, il cambiamento che stiamo aspettando siamo sempre e solo noi…

Facile Ironia

Scritto da Mauro Buti 19 febbraio 2009

Da Repubblica.it:

Una ‘battuta’ sui desaparecidos pronunciata da Silvio Berlusconi durante la campagna elettorale in Sardegna rischia di creare un caso diplomatico: il governo argentino ha convocato l’ambasciatore italiano a Buenos Aires, Stefano Ronca, a cui ha espresso “preoccupazione e disagio” per le affermazioni sui dissidenti di Silvio Berlusconi riportate oggi dal quotidiano locale Clarin.

Secondo il giornale [...] il presidente del Consiglio ha ironizzato sul dramma dei dissidenti lanciati in mare dagli aerei affermando: “Erano belle giornate, li facevano scendere dagli aerei…”.

Sangue, sangue, e ancora sangue…

Scritto da Mauro Buti 18 febbraio 2009

Ieri le borse americane hanno riaperto dopo la pausa lasciando sul terreno circa 300 punti di Dow Jones (-3,79%). Dopo qualche mese di singhiozzi Wall Street è tornata laddove tutti gli esperti si aspettavano di rivederla presto, nei pressi del suo minimo storico decennale. Inutile promuovere false illusioni: si scenderà ancora, e non è inverosimile che si scenda ancora parecchio.

La soglia del panico è vicinissima, e il neonato piano Obama per il rilancio è già stato bollato dai guru dell’economia come “too little, too late”. Troppo poco, troppo tardi.

General Motors e Chrysler versano di nuovo in una crisi nerissima, al punto di parlare di 47.000 (!) tagli, e della necessità di una nuova iniezione di liquidità da oltre 20 miliardi di dollari. Sarebbe la seconda, e la procedura comincia a ricordare da vicino la serie di boccate d’ossigeno a spese del contribuente che prolungò l’agonia di Alitalia fino al suo inevitabile fallimento (oscurato con sapienza dai media).

Non riesco a fare previsioni nemmeno nel breve termine, ma fatico a credere che durante l’oramai imminente “primo rimbalzo” della crisi tutti i giganti riusciranno a sopravvivere alla buriana. Per l’inizio di aprile quanto è da tempo ovvio diventerà palese. I conti del primo trimestre 2009 saranno pubblici e testimonieranno in maniera asettica i dati di fatto già intravisti nelle chiusure del 2008. Ricordate i raffronti sulla produzione industriale che giravano qualche mese fa? Molto presto cifre del genere diventeranno all’ordine del giorno quasi in ogni settore.

E non si tratterà semplicemente di perdite. La lunga fila di numeri che affollerà i giornali sarà il grido di dolore di un sistema economico morente. Se le contromisure americane sono insufficienti, e giorno dopo giorno la cosa appare sempre più probabile, nel pieno della recessione del 2009 rischiamo di avere una liquidità pazzesca in circolazione immessa artificialmente da macchine statali indebitate fino alle orecchie, e flussi di denaro bloccati perchè nessuno osa più investire.

Ricordo che alcuni mesi fa, in una discussione con un personaggio affascinantissimo ed enormemente esperto in ambito economico, finii quasi deriso per aver segnalato come l’immissione sui mercati della massa di denaro pubblico rischiava di portare a problemi di tipo inflazionistico. “Follia! Il vero rischio da scongiurare è la deflazione!”.
Certo. Almeno nel breve. Eppure oggi, leggendo qualche articolo specializzato, si vede come la parola inflazione cominci a fare capolino sempre più spesso nei commenti degli analisti. Del resto la questione non è affatto banale, e verte sul capire se le politiche economiche decise oggi ci porteranno nel medio periodo a prezzi che scendono perchè non c’è domanda, o piuttosto a prezzi che salgono perchè c’è ancora in giro denaro e richiesta, ma è la spinta produttiva ad essersi azzerata.

Al di là delle discussioni teoriche il nodo del problema è di una chiarezza disarmante. Guardando la lista delle 30 società quotate i cui andamenti decidono le sorti del Dow Jones è difficile non notare i nomi di gruppi in enorme difficoltà, come Citigroup e General Motors. Come reagiranno i mercati, e che flessione subirà il Dow Jones se, come già pare, si passerà all’ipotesi di un “fallimento tecnico“?

Obama rimanda, l’occidente rimanda, e intanto si parla di nazionalizzazione delle banche e di modello svedese. Ma può davvero essere la nazionalizzazione la soluzione definitiva al problema che stiamo vivendo? Nazionalizzare vuol dire rendere un debito collettivo, non certo farlo sparire. In questo caso però il debito non è limitato ad una singola entità in crisi. Affligge l’intero sistema produttivo, in quanto figlio diretto di un problema strutturale. Allora a cosa serve nazionalizzare? A spostare dai mercati all’intera società l’onere del mantenimento di uno stile di vita che abbiamo scoperto essere palesemente insostenibile?

Somiglia in maniera pericolosa al principio della “carta di credito scoperta” applicato alla collettività. Vivi al di sopra delle tue possibilità, spendi denaro che non hai, indebitati. Muovi l’economia, a qualunque costo. Fino a quando l’economia non rimane immobile perchè non c’è più nemmeno uno spiraglio da conquistare, e ci si ritrova sommersi dalle cambiali.

Lo stile di vita di oggi rischia di venire pagato distruggendo quello futuro. La seconda Bretton Woods non potrà limitarsi a stabilire delle “nuove regole” per i mercati. Le classi dirigenti sono chiamate ad un compito molto più sanguinario e spietato, che è quello del medico in tempo di guerra. In una sala affollata di feriti e morenti occorre stabilire chi tentare di curare per primo, e chi abbandonare. Se, come credo, decidere collegialmente su meccanismi del genere è impossibile, il pericolo è che ciascuno stato fronteggi la situazione a suo modo e con le risorse che ha a disposizione. Creando così una sorta di “anarchia economica” destinata a mietere vittime illustri e insospettabili, e soprattutto a preparare il terreno ad un futuro all’insegna del protezionismo.

Invece nessuno vuole il protezionismo, almeno all’apparenza.

Forse…

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