Il leader del’opposizione e segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni, si è dimesso martedì alle ore 17:00, manifestando la sua intenzione di tornare al ruolo di deputato semplice.
Un’ora prima il suo principale avversario politico, il premier Silvio Berlusconi, si trovava costretto ad affrontare una situazione spinosa a causa della condanna subita dall’avvocato David Mills.
Mills era accusato di essere stato corrotto con circa 600 mila euro per testimoniare il falso in due processi a carico di Berlusconi (tangenti alla Guardia di Finanza, e All-Iberian), ed era andato alla sbarra insieme al premier nel marzo del 2007.
Dopo lo stralcio della posizione del Presidente del Consiglio dovuto al Lodo Alfano, la legge che immunizza le massime cariche dello stato da qualunque procedimento penale, era noto da settimane come il primo grado di giudizio sarebbe giunto a conclusione subito dopo la chiusura delle elezioni in Sardegna, con la sentenza prevista per martedì 17 febbraio.
La colpevolezza in primo grado di Mills evidenzia, per la stessa natura del reato (la corruzione prevede un corrotto e un corruttore), quelle che sono le responsabilità di Berlusconi, e soprattutto l’inopportunità e la profonda iniquità della legge “ad personam” che gli ha consentito di sottrarsi alla giustizia. Anche ammesso e non concesso che Berlusconi perda la sua carica, infatti, il procedimento penale a suo carico si dovrebbe celebrare ripartendo da principio, e questo costituisce garanzia assoluta di arrivare a una prescrizione (prevista per il 2010).
È palese come si tratti di una situazione politica alla nitroglicerina, specie se si considera che nella maggior parte dei paesi occidentali un leader si può trovare costretto alle dimissioni anche in seguito a un semplice sospetto, o a una indagine in corso. Lo dimostra il caso dell’ex premier israeliano Ehud Olmert, già citato pochi giorni fa su queste stesse pagine.
Rispetto alla situazione vissuta da Olmert la gravità di una condanna in primo grado è incredibilmente maggiore. Purtroppo casi illustri come quello del senatore dell’UDC Totò Cuffaro (condannato in primo grado per favoreggiamento semplice e rivelazione d’atti d’ufficio a soggetti che poi si “scoprirono” essere dei mafiosi) dimostrano come in Italia la percezione dei valori e dell’opportunità di mantenere o abbandonare una carica siano concetti molto relativi.
Mercoledì tutti i giornali italiani hanno dedicato pagine e pagine all’elogio funebre di Veltroni, mentre un caso che avrebbe potuto costituire una formidabile arma di attacco è finito relegato a pagina 21 (cronaca) del principale quotidiano nazionale, il Corriere della Sera. All’estero a quanto pare si ritiene che la questione sia molto più importante, al punto da occupare diverse prime pagine di giornale, ma si tratta di una ben magra consolazione per chi è costretto a fare i conti con i propri media, e i propri rappresentanti.
Per il bene di un partito che si è contribuito a fondare non suona del tutto impensabile l’idea di rimandare delle dimissioni addirittura di un giorno, quindi si possono fare due ipotesi su quanto è accaduto:
- Si tratta di una colossale ingenuità politica, causata della delusione, dalla debacle del PD nelle elezioni sarde, e dal logoramento umano subito da Veltroni in questi mesi.
- Si tratta di un favore più o meno retribuito a Silvio Berlusconi, o piuttosto di un tentativo di deflettere i riflettori che sarebbero inevitabilmente toccati al “nemico” ufficiale del premier, Antonio Di Pietro.
Lascio la scelta alla sensibilità di ciascuno. In entrambi i casi, del resto, non c’è molto di cui stare allegri. A volte mi chiedo se la classe dirigente di centrosinistra desideri davvero vincerle, delle elezioni, e soprattutto se abbia un piano, o anche solo una vaga idea, sul come farlo. Nulla di troppo complicato, una cosa terra terra come una linea politica approvata e condivisa da quelle entità fastidiose e sciocche che rispondono al nome di elettori.
Il fallimento di Veltroni è il fallimento delle idee prive di uomini. Delle grandi dichiarazioni prive di credibilità, e dei grandi progetti di rinnovamento privi di un cambiamento che sia reale e sostanziale nei fatti. Che si possa vedere e toccare.
Il PD non fallisce e si spezza perché è una “cattiva idea”. Al contrario, politicamente parlando costituisce una idea ottima e del tutto necessaria al paese. Lo dimostra lo straordinario risultato (34%) ottenuto alle politiche del 2008, nonostante il contesto elettorale sfavorevole e lo scarso gradimento popolare del governo Prodi. Lo dimostra il superamento di un problema antico e annoso della vita politica italiana, come era sempre stato quello dell’eccessivo frazionamento fra i partiti.
Il problema del PD non sta nell’idea di fondo che gli ha dato vita, quanto piuttosto nelle facce sempre uguali che hanno avuto l’arroganza di rappresentare una forza “nuova e riformista” dandogli il volto e il sorriso di dirigenti che fanno politica da vent’anni e più.
Provate a immaginarvi il PD italiano guidato da un Obama. Un uomo nuovo, giovane, moderno, innamorato di Internet e del suo Blackberry, che parla dai palchi pronunciando parole magiche come “cambiamento”, “rinnovamento”, “giustizia sociale”, “rispetto della legge”, “ricambio”. Un uomo che scalda i cuori, idolatrato da una fila interminabile di giovani fra i 20 e i 30 anni che vedono in lui una speranza per il futuro.
E andate anche oltre…
Immaginate quegli stessi giovani mentre iniziano ad occupare con il loro entusiasmo e la loro energia le piccole cariche locali. Mentre contribuiscono a rinnovare e rinfrescare l’idea di una politica stantia e corrotta che pervade tutta la penisola. Mettendoci una faccia che non è più quella dei vari Bersani, Veltroni, D’Alema, Finocchiaro, ma è la faccia pulita di ragazzi e uomini che guardano e sognano lontano.
Ce n’è abbastanza non solo per vincere. Ce n’è abbastanza per sotterrare, letteralmente, la politica ipocrita di un vecchio di 70 anni che professa il rigore con i poveracci e gli immigrati, e poi accorcia i tempi di prescrizione e depenalizza il falso in bilancio. Vincere in queste condizioni non è una impresa impossibile. Con buona pace di tutti i suoi media l’avversario è politicamente poca cosa. Ai limiti dell’impresentabile, come ci ricordano ogni giorno le gaffe e le battute di cattivo gusto, le sentenze, gli imbarazzi, i conflitti di interesse… Vincere diventa impossibile solo perché all’avversario non si oppone nulla che riesca a parlare al cuore della gente, e a far vedere le alternative per quello che sono. Ed è allora, e solo allora, che lo strapotere mediatico diventa decisivo.
La politica italiana non riesce più da anni a farci sognare. Non riesce a ricreare quell’entusiamo quasi sessuale che viene dall’immedesimarsi in un progetto, dal credere in qualcosa di diverso e migliore, e collaborare a costruirlo. La nostra politica è stata avulsa da tutto questo per troppo tempo, ed è rimasta al palo. Sola. Isolata. Lontana dalla gente e dai suoi bisogni. Arroccata nei privilegi e nella cecità di una casta, al punto di ricordare quelle aristocrazie decadenti e spocchiose che nella storia si sono ritrovate spesso ad assistere ignare, con malcelato disprezzo, alla formazione e all’esplosione delle grandi rivoluzioni.
L’analisi spassionata di questo stato di cose, però, non può prescindere da una autocritica fortissima che tutta la società civile deve fare. Perché, e questo gli Stati Uniti ce lo ricordano giornalmente e in maniera dolorosa, oggi come ieri, e ieri come domani, il cambiamento che stiamo aspettando siamo sempre e solo noi…