Mauro Buti

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“Superato il limite della decenza”

Scritto da Mauro Buti 16 gennaio 2009

(immagine tratta dallo splendido blog “The Big Picture“, del Boston Globe)

Si è Superato il Limite della Decenza.

Così dice Gianfranco Fini, Presidente della Camera, telefonando al presidente della RAI Petruccioli e riferendosi alla puntata di ieri di Annozero. Puntata che la redazione ha coraggiosamente dedicato ad un tema rovente nel dibattito politico come la guerra in corso nella striscia di Gaza, e che il conduttore, Michele Santoro, ha già difeso con una risposta durissima sul sito web della trasmissione.

Ieri in televisione si è visto qualcosa a cui il pubblico Italiano non è abituato. Immagini vere e violentissime (file di bambini morti, pezzi di cervello e capelli staccati a mano da pareti diroccate, fame, povertà e disperazione a piene manciate), alternate ad interviste devastanti a feriti, bambini, civili…
In studio intellettuali, giornalisti stranieri di Al Jazeera, attivisti per i diritti umani. Spazio a giovani di ambo le fazioni, e in generale a un dibattito spesso violento e sterile, specie fra i ragazzi, che testimonia in maniera fedele quale sia il sentimento comune sulla questione.

Le parole di Fini forniscono forse l’unica maniera di approcciare politicamente lo spinoso discorso di Gaza e del Medio Oriente. Il limite della decenza è un fattore cruciale nei tempi moderni, dove le guerre si combattono a colpi di mortaio, ma anche e soprattutto a colpi di media e di tentativi più o meno dichiarati di pilotare l’opinione pubblica.

Parliamo dei fatti:

  1. A Gaza non entra *nessuno*. Riporta qualche notizia diretta solo chi, come qualche corrispondente di al Jazeera, era già sul posto. Niente finestra per i media occidentali, niente spazio per gli aiuti umanitari o per le navi Onu, niente testimoni. Non si entra e fine. Memori della debacle subita in Libano (ampia vittoria militare, sconfitta mediatica, ed Hezbollah esce rinforzato dalla guerra e si appresta a riconquistare politicamente il paese alle prossime elezioni) l’esercito Israeliano ha approfittato appieno della finestra di “vuoto di potere” creata dal passaggio di consegne alla Casa Bianca, e ha compiuto una azione di guerra quasi ineccepibile dal punto di vista militare
  2. Se si vuole parlare di guerra bisogna, disumanamente, accettarne le logiche e il contesto. Una azione militare perfetta è una azione che raggiunge gli obiettivi *militari* che si è preposta, superando le difficoltà logistiche, le pressioni esterne, e le problematiche dovute allo scenario in cui si combatte. Il punto indispensabile per avanzare nel dibattito è non perdersi nella ovvia condanna alla guerra (fino a prova contraria è un valore fondante della nostra costituzione, almeno in attesa che Berlusconi la cambi). Un bimbo che muore in guerra è un pugno nello stomaco per tutti, è uno spreco e una testimonianza dei nostri limiti come società e della nostra follia come uomini. Così come lo è un bimbo che muore di fame.
  3. Oggi a determinare il limite del nostro concetto comune di decenza è il fatto che il bimbo muoia lontano dalle telecamere, piuttosto che inquadrato e registrato a 16/9 in HDTV digitale. Dove sta la decenza, nella nostra società? Nei bambini che decine di migliaia di benpensanti vanno a inchiappettare in thailandia? In quelli che a milioni muoiono con la pancia gonfia, mangiando vermi e terra, e soffocando per i conati di vomito? La nostra società non conosce decenza, esattamente come non conoscono decenza alcuna la guerra, la politica, la televisione… Noi viviamo di una decenza falsa. Di una patina di decoro che salva le apparenze, al prezzo di ignorare la sostanza e di addormentare le coscienze. Allontanare dagli occhi l’orrore, per alimentare l’indifferenza e per aiutare a non pensare.
  4. In televisione non esiste decenza. Esiste un pubblico. L’esercizio di decenza e di disapprovazione da parte del pubblico avviene spegnendo il televisore o cambiando canale. E questo il “Grande Fratello” Silvio Berlusconi dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro, e potrebbe spiegarlo al Presidente Fini. La cosa è ancora più vera nel momento in cui quello che si mostra è un reportage. È la “verità”. L’esercizio di fare del giornalismo sta nel mostrare la verità alla gente. Qualunque essa sia, qualunque male faccia vederla. Noi abbiamo un bisogno mortale dello schiaffo in faccia che arriva dalla verità, perché viviamo in una società che è fatta di sole menzogne e che sta crollando sotto il peso delle sue menzogne. Il giornalista non è pagato per sostituirsi al censore dei costumi e stabilire come e quanto sia giusto non “urtare” la sensibilità di chi lo segue. Il giornalista non è uno psicologo, nè un pedagogo. Il giornalista è un testimone. Se oggi molto più di un tempo è possibile testimoniare direttamente l’orrore della guerra, è solo normale e sano che in una democrazia il pubblico veda e apprenda con i suoi occhi questo orrore. A fare pulizia del “troppo oltre” e dello scorretto deve essere l’audience, non una mutevole e ambigua morale. Solo così si riscopre una decenza reale, che non sta tanto nelle forme (è orrore vedere la fila di bimbi morti in prima serata), quanto piuttosto nella sostanza delle cose (è orrore produrla, la fila di bimbi morti)
  5. Ci avviciniamo a quel poco che si possa davvero dire sulla questione palestinese senza essere stucchevoli e senza essere di parte. Fini critica la trasmissione per motivi di convenienza politica (sparare su Annozero e sul signor Di Pietro oggi paga assai nei salotti buoni, vero signora Annunziata?), e perché la vede schierata e montata ad arte per suscitare un sentimento filopalestinese nell’ascoltatore. Anche fosse, non c’è molto di male. Una trasmissione di opinione e di dibattito fa opinione e dibattito. Se Annozero fosse un monopolista sarebbe preoccupante, ma in un panorama variegato come quello nostrano si tratta al contrario di una mosca bianca, e di un contributo prezioso. È schierato? E che male c’è? Che importa se poi le immagini sono vere, i fatti sono fatti, e l’opinione pubblica ne esce sconvolta ma più informata? Il male, al massimo, è che a parlare e a proporre delle immagini sia *solo* Annozero. Allora qui è evidente una ipocrisia. La politica desidera che l’opinione pubblica dibatta e si interessi, o la preferisce all’oscuro? C’è forse una “vaga” paura che una opinione pubblica informata e schierata finisca a linciarla, la politica? La realtà è che non conta l’opinione pubblica, e l’opinione di ciascuno. Quella si sviluppa naturalmente, senza bisogno di “correttivi” da parte di tanti cattivi maestri. La nostra società democratica crede nella verità dei fatti e in quella dei risultati, che si tratti di audience o di file di bambini morti cambia poco. Annozero non supera la decenza più o meno di quanto sia indecente e vergognoso “fare lo gnorri”. Mostrare la guerra non supera la decenza più o meno di quanto sia indecente e vergognoso farla.

Premesso tutto ciò, se si vuole parlare di fatti senza nessuna pietà, proprio perché il “dio occidentale” sono i fatti e la verità, qualche ultima riga di fatti e verità.

Israele ha il potenziale bellico per fare piazza pulita intorno ai suoi poco amichevoli vicini. Combattendo con gli F-16 e i carri armati contro i kalashnikov e le jeep (quando va bene) o i sassi e i bastoni (quando va male) lo stesso discorso bellico è relativo. Una soluzione puramente militare, da operarsi con armi moderne e convenzionali, potrebbe trasformare in tre mesi la striscia di Gaza nell’elegante complesso balneare di Gaza Beach, e proseguire quasi senza sforzi nella conquista della penisola del Sinai e di Suez, o di qualunque altra area strategica. Suona come un aberrante orrore? La guerra “fisica” è così: si vince in base al potenziale bellico e alla preparazione e alla forza delle truppe in campo. Era così quando i romani con le armi lucidate e le legioni piegavano dei barbari disorganizzati e armati di clave, era così ancora prima, è così oggi, e sarà sempre così. L’idea che esista un codice d’onore che vieti al forte di infierire sul debole è ridicola quasi quanto quella di una guerra pulita e priva di vittime civili. Considerando il contesto di lotta (una delle zone più densamente popolate al mondo) e il tipo di nemico (una forza che si nasconde mischiandosi ai civili e alla gente comune) l’uso della forza mostrato da Israele fino ad oggi non può apparire eccessivo a nessun “addetto ai lavori”.

Il punto è che la questione “guerra” è molto più profonda di così. Uno scontro “totale” si combatte su tutti i fronti disponibili. Vuol dire politica, economia, media, opinione pubblica, e via di questo passo. Avere il potenziale bellico per radere al suolo il tuo nemico non basta.
Israele può vincere dal punto di vista militare ma non da quello politico. Hamas può vincere dal punto di vista politico, ma vive delle inevitabili e sanguinose sconfitte militari. E via di questo passo.

Quella fra Israeliani e Palestinesi è una guerra che va avanti da decenni. Anche se temporaneamente torneranno a tacere le armi, il conflitto proseguirà, come ha sempre fatto, su tutti gli altri livelli. Il durissimo compito del negoziatore, e il mio “miserabile suggerimento” a Obama, è quello di intraprendere una trattativa che si basi su due punti fondamentali:

  1. abbracciare la questione intesa nel suo senso complessivo, lavorando su un accordo che sia politico ed economico (così come si è sempre fatto finora, con scarso successo) ma includendo in una maniera inedita il fondamentale contributo della macchina mediatica. L’accordo deve riguardare anche i media e deve coinvolgere anche i media come attori attivi. La forza di pace del futuro non sono tanto i militari di un paese terzo, quanto l’avere in loco giornalisti come se piovesse, e poter contare su una testimonianza affidabile e tempestiva per stabilire chi agisce, chi inganna, chi mistifica, e perché. Il terrorismo è una questione di informazione e propaganda prima di ogni altra cosa, e nel futuro dovrà essere combattuto dall’informazione. La società occidentale moderna è chiamata al difficile compito di non credere nella propaganda e nell’influenzabilità dell’opinione pubblica (vero Presidente Fini?), e di credere al valore dei fatti, della trasparenza, e della cultura complessiva che permette a quella opinione pubblica di orientarsi in maniera critica ed equilibrata nella direzione più giusta.
  2. una volta che il coinvolgimento dei media come “testimoni” è chiaro e capillare, le parti sono chiamate a trovare, lavorando sotto i flash dei fotografi, mentre l’opinione pubblica mondiale viene tenuta continuamente aggiornata sullo stato e (almeno in parte) sul contenuto delle trattative, un accordo trasparente che preveda da parte di tutti concessioni sostanziali, inedite, e non ritrattabili. Un punto di incontro si può trovare solo se contesto e contenuto del confronto sono completamente nuovi, e rivisti in chiave moderna. Il passato, finora, ha dimostrato solo di essere in grado di ripetere i suoi fallimenti.

Non nutro fiducia nelle trattative. La pace in Medio Oriente è un miraggio ancora lontano. Ma ho una fiducia fortissima nella visione di Barack Obama. Non tanto nella sua capacità di risolvere la questione con una soluzione diretta che sia efficace (pura utopia), quanto in quella di individuare ed innescare una seria di meccanismi “virtuosi”.  Esattamente come vale per ogni problema politico enorme, e per molte delle assurdità che oggi affliggono il nostro paese e tutta la società globale, l’unica maniera credibile di procedere sta nell’intaccare ed erodere lentamente fino ad arrivare ad un superamento che non sia traumatico ed improvviso, ma naturalmente graduale.


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