Mauro Buti

Political & Social Networking…

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In che modo e con che faccia?

Scritto da Mauro Buti 30 gennaio 2009

Il ministro dell’economia Tremonti ha affermato al meeting economico di Davos come la soluzione della crisi passi per nuove e stringenti regole che non permettano più un abuso di potere ed un eccesso di speculazione alle classi dirigenti. Nel frattempo già parla di una nuova riforma alle pensioni. Sarebbe la terza in pochi anni.

Non c’è molto di cui stupirsi: l’Italia, diversamente da altri paesi di rilievo dell’area Europa, non ha la possibilità di accumulare altro debito per dare ossigeno al suo mercato interno, e Tremonti è costretto a cercare la preziosissima liquidità che gli serve laddove sa di trovarne tanta. L’alternativa sarebbe intollerabile: le enormi differenze fra il mercato dell’auto tedesco e quello italiano evidenziano già ora quanto il sostegno statale sia cruciale, e possa fare la differenza durante un momento economico tanto asfittico.

In generale la posizione del ministro Tremonti non è invidiabile, ma viene quasi spontaneo chiedersi come ci si proponga di ottenere l’obiettivo di “nuove e stringenti regole” militando in una forza politica che fa dell’impunità e della deregolamentazione selvaggia la sua bandiera. Il governo si è già reso protagonista a più riprese di balletti politici al limite del ridicolo, con i suoi insistiti sforzi per conciliare l’azione di ostruzione alla giustizia e il salvataggio delle apparenze agli occhi dell’opinione pubblica. Impossibile non menzionare, a riguardo, il tentativo di eliminare agiotaggio e insider trading dalla lista dei reati intercettabili, o piuttosto quello di inserire in maniera coatta qualche linea di codice in un decreto fondamentale come quello dedicato ad Alitalia, per alleggerire la “delicata” posizione degli amici Tanzi e Geronzi.

Un Governo non legifera mai contro i suoi interessi, né contro i suoi finanziatori. Tremonti farebbe bene ad essere realista e a ricordare chi sia il suo (e nostro) premier. Berlusconi è un vecchio conservatore di più di 70 anni, afflitto da gravissimi problemi presenti, passati, e futuri nel suo rapporto con la legge. E’ un uomo che è stato costretto dalla situazione presente a trattare la sua impunità come prima azione di governo in tema di giustizia. E non a caso è anche uno dei migliori amici del poco compianto ex-presidente George Bush, un altro conservatore “duro & puro” le cui responsabilità nella crisi economica attuale sono immense, ed innegabili.

Informazione “libera”?

Scritto da Mauro Buti 28 gennaio 2009

L’articolo sulla manifestazione di Roma di oggi è online da circa un’ora su Repubblica.it
Sono già stati lasciati più di 150 commenti, previa registrazione obbligatoria al sito, dei quali circa il
90% sono di critiche e insulti per l’assurda faziosità del testo
.
Corriere.it, da tempo più avanti rispetto al rivale storico, con prudenza non lascia nemmeno la possibilità di commentare la sua versione della notizia.

Che dire di più se non, di nuovo, res ipsa loquitur? I fatti parlano da soli.

La rete è sana, e non accetta senza protestare che un articolo tratti degli attacchi portati in occasione di una manifestazione, e non si disturbi nemmeno a discutere il resto dei contenuti. Non tollera dei media che sono del tutto disinteressati a dare voce e rilievo a un organismo “fazioso ed eversivo” come la Associazione dei Familiari delle vittime della Mafia. Uomini e donne che gridano il loro dolore alle Istituzioni e nel farlo, stranamente, non si sentono a disagio pur essendo a fianco di terribili “agitatori” come l’Arcinemico del Bene e dell’Ordine Costituito Beppe Grillo.

Inutile illudersi su quanto si leggerà domani sulla carta stampata. L’assalto mediatico al “terzo incomodo” Antonio Di Pietro avviene oramai alla luce del sole, a tutto campo.
Eppure non è il caso di disperare per il futuro: in politica l’eccesso di veemenza si rivela spesso un pericolosissimo boomerang, e può innescare spirali dagli esiti imprevedibili.

Il passo che separa il reietto dal martire è brevissimo. Più o meno come quello che separa Palazzo Chigi da Hammamet, del resto…

Ma è possibile?

Scritto da Mauro Buti 28 gennaio 2009

Una manifestazione supportata da un partito che viaggia intorno al 10% di consensi viene relegata  in una piazza secondaria di Roma, e completamente ignorata da tutti i media. Nemmeno un accenno, un richiamo, o anche solo qualche riga della versione online dei quotidiani ci ha avvisati della sua esistenza.

Nulla del tutto. E sparire è un po’ morire, come ben sapevano sia Falcone che Borsellino.
Del resto la nostra storia insegna: è sempre così, mentre la gente si gira dall’altra parte senza troppo disturbo e rumore, che la giustizia si spegne.

AGGIORNAMENTO: i quotidiani web si sono finalmente svegliati, strano ma vero a manifestazione conclusa. Centrando in pieno il cuore della protesta e della questione le versioni web del Corriere e della Repubblica hanno titolato “Di Pietro attacca Napolitano“. Uno sfoggio di imparzialità e una ideale ciliegina sulla torta alla serie di eventi culminati nella protesta di Piazza Farnese.

Immediata e festosa la reazione del mondo politico, dove da tutti i lati arrivano le pressioni su Veltroni per mettere fine al più presto alla dissennata alleanza con Italia dei Valori.

A suo tempo, alcuni mesi fa, il capogruppo al senato del PDL Gasparri ebbe modo di dire che il Consiglio Superiore della Magistratura, presieduto per legge proprio da Napolitano, era una cloaca.
Di Pietro (e virgoletto, perchè è testuale) invece ha detto: “Presidente Napolitano, possiamo permetterci di accogliere in questa piazza chi non è d’accordo con alcuni suoi silenzi? A Lei che dovrebbe essere arbitro, possiamo dire che a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzo?”.

Così è, se vi pare.

Ridere & Piangere

Scritto da Mauro Buti 26 gennaio 2009

In America Barack Obama detta le linee guida iniziali della sua agenda. Non abbiamo bisogno di guardare ai “primi 100 giorni”, dal momento che ne bastano tre o quattro per:

Come ovvio le ottime promesse iniziali si devono trasformare in fatti, ma il buon giorno si vede sempre dal mattino. Pare proprio che al governo degli USA sia arrivato un politico moderno e innovatore, capace di prendere posizioni coraggiose e divisive quando lo ritiene necessario per il benessere della collettività (aborto) o anche solo per favorire la crescita e il progresso (ricerca sulle staminali).

E i primi mesi di governo Berlusconi, invece? Un piccolo paragone:

  • l’interminabile querelle sul lodo Alfano (passato come moneta di scambio al posto dello stop a 100.000 processi, e venduto dal PD come una grande vittoria politica)
  • il fallimento di Alitalia (un successo del governo, naturalmente a spese del contribuente)
  • il caso Villari e l’annosa questione della vigilanza Rai (nata per una ragione nobile: non concedere nemmeno una poltrona al temibile nemico Antonio Di Pietro)
  • il colpo d’accetta Gelmini a Scuola Pubblica e Ricerca e Università
  • la Social Card come unica risposta al dramma economico globale e alle sue ripercussioni sul nostro paese

Riassumendo in pochi mesi abbiamo un mare di soldi buttati, una grande azienda fallita, e una crisi economica gravissima alle porte. Non mancano poi motivi di ottimismo guardando Lampedusa sull’orlo della guerra civile (il premio per l’oculata politica di contenimento operata dagli statisti della Lega Nord), lo Stato di Diritto calpestato e infangato nell’azzeramento della procura di Salerno, e la politica di fronte alla più grave crisi morale dai tempi di Tangentopoli. E il premier Berlusconi cosa dice, in tutto questo?

Che domande, fissa le priorità per un paese in ginocchio:

  1. Una Legge sulle Intercettazioni che aiuti i magistrati a trovare chi delinque, riducendo il numero di reati sui quali possono indagare con mezzi tecnologici moderni
  2. Una Riforma della Giustizia, possibilmente ispirata da idee nuove
  3. Un ritocchino alla situazione drammatica della RAI
  4. Varie ed Eventuali (ad esempio un rapido e illuminante commento sull’annoso problema degli stupri e della sicurezza, a suo tempo un cavallo di battaglia per le campagne elettorali)

Come disse bene qualcuno prima di me: Res ipsa loquitur.
Sono i fatti stessi a parlare.

Presto scopriremo cosa abbiano capito gli italiani del discorso complessivo. Nell’attesa possiamo scegliere liberamente se preferiamo ridere o piangere…

Una Vergogna (4)

Scritto da Mauro Buti 22 gennaio 2009

Gabriella Nuzzi, uno dei pubblici ministeri recentemente ed illegittimamente trasferiti dalla procura di Salerno, si è dimessa dall’Associazione Nazionale Magistrati con una lettera al presidente Palamara. Pubblico integralmente:

Alla Associazione Nazionale Magistrati – Roma

“Signor Presidente,
Le comunico, con questa mia, l’irrevocabile decisione di lasciare l’Associazione Nazionale Magistrati.
Il plauso da Lei pubblicamente reso all’ingiustizia subita, per mano politica, da noi Magistrati della Procura della Repubblica di Salerno è per me insopportabilmente oltraggioso.
Oltraggioso per la mia dignità di Persona e di essere Magistrato.
Sono stata, nel generale vile silenzio, pubblicamente ingiuriata; incolpata di ignoranza, negligenza, spregiudicatezza, assenza del senso delle istituzioni; infine, allontanata dalla mia sede e privata delle funzioni inquirenti, così, in un battito di ciglia, sulla base del nulla giuridico e di un processo sommario.

Per bocca sua e dei suoi amici e colleghi, la posizione dell’Associazione era già nota, sin dall’inizio.

Quale la colpa? Avere, contrariamente alla profusa apparenza, doverosamente adottato ed eseguito atti giudiziari legittimi e necessari, tali ritenuti nelle sedi giurisdizionali competenti.
Avere risposto ad istanze di verità e di giustizia. Avere accertato una sconcertante realtà che, però, doveva rimanere occultata.

Né lei, né alcuno dei componenti dell’associazione che oggi degnamente rappresenta ha sentito l’esigenza di capire e spiegare ciò che è davvero accaduto, la gravità e drammaticità di una vicenda che chiama a riflessioni profonde l’intera Magistratura, sul suo passato, su ciò che è, sul suo futuro; e non certo nell’interesse personale del singolo o del suo sponsor associativo, ma in forza di una superiore ragione ideale, che è – o dovrebbe essere – costantemente e perennemente viva nella coscienza di ogni Magistrato: la ricerca della verità.

Più facile far finta di credere alla menzogna: il conflitto, la guerra tra Procure, la isolata follia di “schegge impazzite”.
Il disordine desta scandalo: immediatamente va sedato e severamente punito.
Il popolo saprà che è giusto così.
E il sacrificio di pochi varrà la Ragion di Stato.

L’Associazione non intende entrare nel merito. Chiuso.

Nel dolore di questi giorni, Signor Presidente, il mio pensiero corre alle solenni parole che da Lei (secondo quanto riportato dalla stampa) sarebbero state pubblicamente pronunciate pochi attimi dopo l’esemplare “condanna”:  “Il sistema dimostra di avere gli anticorpi”.

Dunque, il sistema, ancora una volta, ha dimostrato di saper funzionare.

Mi chiedo, allora, inquieta, a quale “sistema” Lei faccia riferimento.
Quale il “sistema” di cui si sente così orgogliosamente rappresentante e garante.

Un “sistema” che non è in grado di assicurare l’osservanza minima delle regole del vivere civile, l’applicazione e l’esecuzione delle pene?
Un “sistema” in cui vana è resa anche l’affermazione giurisdizionale dei fondamentali diritti dell’essere umano; ove le istanze dei più deboli sono oppresse e calpestato il dolore di chi ancora piange le vittime di sangue?
Un “sistema” in cui l’impegno e il sacrificio silente dei singoli è schiacciato dal peso di una macchina infernale, dagli ingranaggi vetusti ed ormai irrimediabilmente inceppati?
Un “sistema” asservito agli interessi del potere, nel quale è più conveniente rinchiudere la verità in polverosi cassetti e continuare a costellare la carriera di brillanti successi?

Mi dica, Signor Presidente, quali sarebbero gli anticorpi che esso è in grado di generare? Punizioni esemplari a chi è ligio e coraggioso e impunità a chi palesemente delinque?

E quali i virus?

E mi spieghi, ancora, quale sarebbe “il modello di magistrato adeguato al ruolo costituzionale e alla rilevanza degli interessi coinvolti dall’esercizio della giurisdizione” che l’Associazione intenderebbe promuovere?

Ora, il “sistema” che io vedo non è affatto in grado di saper funzionare.
Al contrario, esso è malato, moribondo, affetto da un cancro incurabile, che lo condurrà inesorabilmente alla morte.
E io non voglio farne parte, perché sono viva e voglio costruire qualcosa di buono per i nostri figli.
Ho giurato fedeltà al solo Ordine Giudiziario e allo Stato della Repubblica Italiana.

La repentina violenza con la quale, in risposta ad un gradimento politico, si è sommariamente decisa la privazione delle funzioni inquirenti e l’allontanamento da inchieste in pieno svolgimento nei confronti di Magistrati che hanno solo adempiuto ai propri doveri, rende, francamente, assai sconcertanti i vostri stanchi e vuoti proclami, ormai recitati solo a voi stessi, come in uno specchio spaccato.

Mentre siete distratti dalla visione di qualche accattivante miraggio, faccio un fischio e vi dico che qui sono in gioco i principi dell’autonomia e dell’indipendenza della Giurisdizione. Non gli orticelli privati.

Non vale mai la pena calpestare e lasciar calpestare la dignità degli esseri umani.

Per quanto mi riguarda, so che saprò adempiere con la stessa forza, onestà e professionalità anche funzioni diverse da quelle che mi sono state ingiustamente strappate, nel rispetto assoluto, come sempre, dei principi costituzionali, primo tra tutti quello per cui la Legge deve essere eguale per deboli e potenti.
So di avere accanto le coscienze forti e pure di chi ancora oggi, nonostante tutto, crede e combatte quotidianamente per l’affermazione della legalità.
Ed è per essa che continuerò sempre ad amare ed onorare profondamente questo lavoro.

Signor Presidente, continui a rappresentare se stesso e questa Associazione.
Io preferisco rappresentarmi da sola”.

Dott.ssa Gabriella NUZZI
Magistrato

Nel mentre, la Realtà…

Scritto da Mauro Buti 21 gennaio 2009

Nel giorno politicamente più bello e toccante da venti anni a questa parte i mercati non rinunciano alla loro proverbiale freddezza e si regalano la prima giornata davvero brutta dall’inizio del 2009. -4% e oltre 300 punti di perdita per il Dow Jones accolgono l’insediamento alla Casa Bianca di Barack Obama. La retorica del primo presidente nero tocca i cuori, ma rimane ben lontana dai portafogli.

Perchè?

Il motivo è abbastanza semplice, e lo riassumono bene le considerazioni fatte dagli analisti relativamente al caso Bank of Scotland. Una buona lettura a riguardo può essere l’articolo di Federico Rampini, del quale riporto un estratto:

Tre mesi fa una catena di insolvenze bancarie spinse sull’ orlo del baratro la finanza globale. Ai primi di ottobre l’ America annaspava col piano Paulson, 700 miliardi di dollari per resuscitare le banche. Quel progetto di ricomprare i titoli-spazzatura coi fondi del contribuente finì in un vicolo cieco. L’ Inghilterra sembrò aver trovato la soluzione: ricapitalizzare direttamente gli istituti di credito, con una nazionalizzazione parziale. Gordon Brown gettò sul piatto 500 miliardi di sterline fra iniezioni dirette di capitale pubblico nelle banche, prestiti straordinari della banca centrale, e altre garanzie di Stato. Molti lo imitarono, compresa l’ America. In tre mesi quei fondi sono spariti in un buco nero. Ieri Londra era di nuovo sull’ orlo del precipizio.

Ricorderà almeno qualche lettore come già molti mesi fa su queste stesse pagine si fossero  espresse delle perplessità circa la soluzione individuata dalle classi dirigenti mondiali per fermare la spirale che stava annientando i mercati. All’epoca la politica scelse di scommettere sulla sopravvivenza del sistema, e tenne a galla le borse con una enorme iniezione di liquidità, prodotta contraendo debito pubblico. Oggi vediamo come i mercati abbiano ringraziato, si siano ingoiati come noccioline una massa considerevole di soldi, e finito lo snack attendano di capire se dopo l’antipasto arriverà il primo, o se da mangiare non ci siano più nemmeno le briciole.

E’ possibile e non inverosimile che tenere a galla il sistema economico così come lo pensiamo e lo conosciamo oggi sia pura utopia. Se le nazionalizzazioni a oltranza falliscono perchè ci si scontra con l’impossibilità fisica di produrre debito all’infinito, e degli stati di una certa dimensione e importanza dichiarano default (come è già accaduto all’Islanda), quello che otterremo sarà un (ex) ricco occidente indebitato in maniera irreversibile, e un sistema che avrà solo rimandato il suo appuntamento col destino.

Anche senza credere in scenari tanto catastrofici basta che la rete difensiva si allarghi, e qualche stato (ad esempio, perchè no, proprio l’Italia) con un debito pubblico considerevole rinunci a salvare un colosso, per vedere il problema della liquidità propagarsi di nuovo come un domino. Il meccanismo è semplice: chi fallisce non paga, se non si paga non girano i soldi, se non girano i soldi si continua a fallire.

Si sente molto parlare della crisi, di questi tempi, ma esiste ovunque una persistente e acritica maniera di ignorare i numeri e il loro significato. I mercati non scendono per testardaggine, o perchè non credono all’ottimismo “profumo della vita” propagandato da Berlusconi. I mercati scendono perchè loro per primi non hanno fiducia in se stessi e nel futuro che li aspetta. Perchè sono sempre più consapevoli, a differenza dell’opinione pubblica, di come la situazione attuale non sia sostenibile nemmeno nel breve periodo.

L’esperienza di un grande crack come quello del 1929 traslata nel sistema economico moderno è difficile da immaginare. Si rischia un disastro sociale, un modello Argentina esportato su scala globale. Le classi dirigenti sono chiamate a scongiurare un rischio tanto estremo, ma per farlo è forse arrivato il momento di accettare anche a livello politico quello che i mercati già sanno, e di riflettere ed agire in funzione di quanto sta accadendo, piuttosto che illudersi di poter ancora fermare l’onda devastante che ha travolto la nostra economia, e il sistema capitalistico stesso.

A New Hope

Scritto da Mauro Buti 20 gennaio 2009

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