Mauro Buti

Political & Social Networking…

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State of the Union

Scritto da Mauro Buti 31 dicembre 2008

L’impresa di riassumere la situazione politica ed economica in un discorso organico è a dir poco complessa. La cosa migliore è cominciare dai dati di fatto più interessanti e dai commenti più autorevoli di questi ultimi giorni, per poi ampliare l’analisi spaziando a tutto campo.

Partiamo pertanto dal principio fondante della società tutta: il freddo denaro. Nel 2008 le borse europee e mondiali hanno perso circa il 50% del loro valore. Il dato è agghiacciante, ma non del tutto comprensibile per chi non mastichi di economia. In buona sostanza significa che la ricchezza totale circolante nel mondo valeva 100 il primo gennaio 2008, e vale solo 50 oggi.

Il denaro prodotto dalle borse è una quantità fisica e reale, non è solo un numero. Illude, a riguardo, il ritardo di “propagazione” con cui si espande una crisi economica di questo tipo. Attualmente sono stati colpiti soprattutto i mercati finanziari, e le entità direttamente coinvolte nella compravendita di azioni. Le banche, così come i grandi investitori e i grandi gruppi. Ma dal momento che una massa enorme di soldi è venuta a mancare, presto o tardi tutti i meccanismi che da quei soldi traevano linfa e vita si incepperanno e vedranno la loro sopravvivenza messa a rischio.

Avremo pertanto quello che potremmo definire il “primo rimbalzo” della crisi. Le avvisaglie le vediamo già adesso: fabbriche apparentemente solide chiudono, le persone cominciano a perdere il loro lavoro, e i primi meccanismi di tutela sociale (casse integrazioni, sussidi) entrano in azione. Non sarà l’unico, naturalmente. Tantissimo denaro è “scomparso”, volatilizzandosi nell’aria, e la questione della carenza di liquidità promette di diventare un cane che si morde la coda.

Per spiegare la natura del problema occorrerà fare alcune semplificazioni brutali, delle quali mi scuso anticipatamente.

Il nostro sistema economico ed industriale è fortemente fondato sul debito. Per poter crescere ed espandersi le aziende non producono nell’ottica di “bastare a se stesse”. Al contrario contraggono debiti, facendosi finanziare dalle banche o assumendo la forma di società per azioni, in maniera da muovere maggiore liquidità e generare un flusso monetario più ampio. In parole povere un “produttore” non si accontenta mai di muovere i 10 dollari reali e fisici che provengono dal bene prodotto, ma si indebita pur di riuscire a produrre oltre le sue capacità, diciamo 20 dollari “reali”, andando a creare un movimento di denaro “virtuale” di circa 200 dollari.

I numeri non sono dati a caso: a livello globale esiste effettivamente la proporzione di circa 1 a 10. Per ogni dollaro derivante da beni tangibili ne esistono circa 9 in più di pura speculazione finanziaria. E che pur essendo “virtuali” sono vitali e utili: costituiscono quel valore aggiunto che permette alla nostra azienda di valore 10 una produzione pari a 20.

La sproporzione fra valore reale e valore aggiunto è cresciuta esponenzialmente negli ultimi vent’anni, sia per sostenere gli smisurati consumi della società tutta, sia per mantenere i ricchi paesi occidentali in una situazione “virtualmente” florida, anche se il livello di competizione delle economie emergenti (Cina, India) era diventato insostenibile. Nel mercato globale l’occidente non poteva più produrre il bene fisico in maniera concorrenziale, perché la manodopera aveva costi infinitamente inferiori altrove. Per mantenere la sua posizione egemone, quindi, ha aumentato la sproporzione fra denaro tangibile e denaro virtuale e si è arricchito di solo denaro “finto”.

Nel momento in cui il meccanismo viene a mancare il nostro cane comincia a mordersi la coda. La banca va in crisi di liquidità a causa della forte esposizione finanziaria, e chiude l’erogazione dei prestiti. L’industria non riceve denaro dalla banca e va a sua volta in crisi perché non può sostenere il ritmo produttivo nel quale vive, e senza quel ritmo produttivo non può pagare i debiti che ha GIA’ contratto con la banca (è il rimbalzo “industriale” della crisi, le cui avvisaglie vediamo già adesso, ma che diventerà tangibile solo a 2009 inoltrato). L’industria quindi fallisce, e il risultato è che la banca peggiora la sua crisi di liquidità perché uno dei suoi debitori diventa insolvente (sarà il secondo rimbalzo “finanziario”, presumibilmente visibile nella seconda metà del 2009, e attualmente osteggiato da tutti i governi occidentali che hanno scelto di mantenere in vita i colossi “economicamente morti” eroganado denaro pubblico). Nel frattempo la gente perde il lavoro, inizia a soffrire, e come conseguenza i consumi rallentano visibilmente e le industrie non hanno modo di generare liquidità vendendo (è il rimbalzo “sociale” della crisi, anch’esso atteso per il 2009 inoltrato).

Il discorso sulla crisi meriterebbe pagine e pagine, ma in questa sede basta limitarsi alla sostanza delle cose: ad essere in ginocchio è l’intero meccanismo di produzione e di consumo. E la scelta di mantenere in vita il sistema erogando denaro pubblico, per quanto inevitabile, potrebbe rivelarsi un boomerang. Specie se è vero, come è vero, che attualmente produciamo di più rispetto a quanto il sistema sia in grado di sostenere, e nel corso dei prossimi anni dovremmo scendere in maniera più o meno naturale al livello sostenibile. Dove questo livello si posizioni è un mistero per tutti, ma non è inverosimile che sia *molto* più basso rispetto a quando ci immaginiamo e consideriamo normale oggi. Questo perché la crisi attuale non è una crisi puramente economica, ma è una crisi strutturale, nella quale molti elementi distinti concorrono. Esiste una crisi ambientale, una crisi dovuta alla sovrappopolazione, una crisi dovuta alla disumana sproporzione di condizioni di vita fra ricchi e poveri, una crisi politica e militare nel Medio Oriente e in molte altre zone calde, e forse esiste anche quella crisi di morale e costumi che lamentano le professioni religiose più intransigenti.

Oggi viviamo in una società che non può fermarsi. Abituati da anni a correre e ad inseguire il futuro ci stiamo finalmente accorgendo, senza peraltro rallentare, di starne costruendo uno che somiglia più alle tinte fosche del cyberpunk e alla pioggia di Blade Runner, che alle utopie di energia pulita, sole splendente, e macchine volanti.

In tutto questo l’ascesa al governo di Barack Obama segna un punto di svolta determinante, e non a caso avviene in un momento terribile e drammatico. Le classi dominanti saranno presto chiamate al difficilissimo compito di abbandonare una struttura che ha regalato grandi successi e diffuso benessere in favore di qualcosa di nuovo e sostanzialmente sconosciuto. L’enigma del futuro che ci attende si gioca sulla scelta campale alla quale sarà chiamato il “politico nuovo” dell’Illinois: tentare di preservare la sopravvivenza degli Stati intesi come entità separate, instaurando un nuovo protezionismo, o affrontare di petto la sfida del sistema globale gestendo la crisi senza rinunciare al mercato d’insieme.

Obama sceglierà, più o meno apertamente, una di queste due vie, nella consapevolezza che entrambe sono degne ed entrambe presentano sia costi che benefici importanti. La seconda ipotesi rappresenta una sfida al limite dell’impossibile dal punto di vista logistico, ma è l’unica che permetterebbe di affrontare i problemi strutturali con successo (sovrappopolazione, inquinamento, fame…). La prima ipotesi è la più logica, ma implica la fine dell’egemonia americana, e soprattutto condanna il mondo intero a dividersi ancora più marcatamente in oasi di benessere circondate da povertà e disordine, e ad andare alla deriva nel suo complesso. Con tutti gli sconquassi del caso.

L’abilità politica e la visione di Obama costituiranno i paletti intorno ai quali si plasmerà il futuro del mondo. Durante il prossimo anno capiremo meglio se l’agenda americana sarà improntata dall’audacia della speranza o dal freddo pragmatismo. Due fattori che sembrano coesistere nel caos calmo della politica del futuro presidente degli Stati Uniti, ma che non potranno essere portati avanti contemporaneamente in molte delle tematiche fondamentali.

Ancora qualche riga per la nostra bella Italia e il nostro piccolo orticello. Il Fondo Monetario Internazionale ha proposto come soluzione possibile per la crisi l’aumento della spesa pubblica e il mantenimento della pressione fiscale. Il nostro premier invece parla di giustizia, intercettazioni e riforma federale della tassazione come delle priorità per il 2009.

È inutile dire come la soluzione proposta dal FMI sia inapplicabile in Italia. Non possiamo aumentare la spesa pubblica perché il nostro immenso debito pubblico è un capestro, e siamo vincolati al rispetto degli stringenti dettami economici dell’area euro. Questo implica come il nostro margine di manovra per il salvataggio dei grandi gruppi in difficoltà sia ridottissimo: da noi la crisi sarà ancora più spietata nel mietere le sue vittime.
Berlusconi si illude se crede che la politica dello struzzo gli basterà per attraversare indenne la tempesta in arrivo. Presto l’ottimismo stantio a colpi di “La profondità e l’estensione della crisi sono nelle mani dei cittadini consumatori” e “nel 2009 ci sarà un risparmio medio di oltre mille euro per ogni italiano, grazie al minore costo del pieno dell’auto e delle bollette della luce e del gas” diventerà il viatico per l’odio e per la gogna. I cittadini possono anche essere tenuti ignari con la collaborazione di media ridicoli e faziosi, ma rimangono comunque in grado di contare i soldi nel loro portafogli, o di sapere se hanno un lavoro o meno.

Una ondata di rabbia e di disagio sociale attraverserà la penisola, ed evidenzierà per l’ennesima volta le colpe di una classe dirigente inetta e delle oligarchie che da decenni dominano incontrastate sul paese. La risposta a tutto ciò sarà molto curiosa da osservare, specie se si considera che la più importante forza riformista dell’arco parlamentare si sta condannando a morte da sola a causa della sua incapacità di riformare anche solo se stessa. Intanto l’unico soggetto politico che propone la tutela della legalità e il rinnovamento come viatico imprescindibile per rialzarsi viene ostracizzato da tutte le parti in causa. Un esercizio di rara saggezza, se si considera che cavalcando questi temi un miserabile partito da 2% è arrivato in pochi anni a sfiorare la doppia cifra di consensi.

In un clima del genere, mentre sono per lo più dilettanti e macchiette a stringere le redini del potere, è impossibile prevedere cosa accadrà di preciso. Senza dubbio ci aspetta uno stravolgimento negli equilibri politici, potenzialmente simile a quello che avvenne durante gli anni di tangentopoli. E le elezioni europee del 2009 saranno una eccellente cartina tornasole per capire la dimensione e la direzione del fenomeno.

Comunque vadano le cose l’anno che ci aspetta sarà durissimo, ma incredibilmente affascinante nel suo portare cambiamento e rivoluzione. La speranza e l’augurio, quindi, è che al gelido inverno faccia seguito una nuova primavera, esplosiva e bollente.

“We are the ones we’ve been waiting for. We are the change that we seek.

Buon 2009.

Il Coraggio degli Italiani di fronte alla Crisi

Scritto da Mauro Buti 19 dicembre 2008

Il premier Berlusconi, sotto l’effetto di un farmaco per il mal di schiena, parla del problema dell’evasione fiscale in Italia. L’occasione è un evento diplomatico in presenza dell’ambasciatore degli Stati Uniti. Dopo l’immancabile battuta sull’abbrozantura, un estratto dal sito di Repubblica:

L’evasione fiscale e la pianta in nero.
Il premier parla anche del problema dell’evasione fiscale, ovviamente a modo suo. Dopo aver fatto presente che è “un patito della botanica” e che nella sua villa in sardegna ha “costruito degli orti unici al mondo, con il record di 850 specie diverse di ibiscus”, racconta che di recente un vivaio gli ha proposto l’acquisto di una pianta ‘in nero’. “Pensate che per vendermela mi hanno detto che con fattura costava 100mila euro, e senza 50mila: non gli ho mandato la Guardia di finanza perché non faccio queste cose ma se riescono ad arrivare a tanto con il presidente del Consiglio, pensate in che situazione ci troviamo”.

Giustizia

Scritto da Mauro Buti 18 dicembre 2008

Anonimo

Scritto da Mauro Buti 18 dicembre 2008

Propongo “ai miei venticinque lettori” un commento anonimo ad un post del blog di Travaglio, Gomez, e Corrias: Voglio Scendere. Non lo condivido in toto, in verità, ma sono considerazioni ben scritte, e meritano spazio. Le “ottimistiche” riflessioni dei giovani sullo stato attuale delle cose possono e devono essere discusse in ogni sede in cui sia possibile farlo…

Il voto in Abruzzo ha reso tutti più vecchi. La sinistra è crollata e con lei la destra. Ringrazio chi non ha votato, ringrazio quelle persone che hanno avuto il coraggio di mettere a nudo la verità.

Hanno smontato il gioco a destra e sinistra, hanno mostrato ai “sovrani” la propria nudità… dopo lo scandalo giudiziario che ha investito la sinistra, nonostante l’intervento dell’agitatore di popolo Berlusconi, e la campagna mediatica sparata sulla questione morale a sinistra.

Non un solo voto in più rispetto alle elezioni regionali precedenti è andato al centrodestra. La maggioranza, in Abruzzo, è stata sfiduciata in partenza. L’Abruzzo è regione con oltre 1.200.000 elettori, e viene governata per il volere di meno di 300.000. 250.000 altri elettori hanno passato un unico pizzino: “vogliamo la legalità, nella politica”, Riina l’avrebbe capito immediatamente…

In Abruzzo hanno tolto l’alibi ideologico alla truffa, al finaziamento illecito ai partiti, alla corruzione. Hanno messo i politici e gli imprenditori con le spalle al muro. Vi ringrazio, di cuore…

In Abruzzo hanno fatto intravedere quanto sia stanca l’Italia della televisione e di quanto il suo potere sia ormai inconsistente. In Abruzzo si è palesata l’insofferenza degli italiani nei confronti dell’informazione dei giornali. La pubblicità, oggi, non serve più a nulla.

Berlusconi è stanco di scappare, Ghedini è stanco di trovare escamotage per difenderlo, la Cassazione è stanca di insegure Berlusconi, Di Pietro è stanco di fare il poliziotto, di essere il suo partito e di opporsi da solo al “sistema P2″. Il processo a Mills va avanti, stancamente…

Il Parlamento è stanco di fare leggi nell’interesse di pochi.

Tremonti è stanco delle magie e degli illusionismi, D’Alema è stanco di cospirare ai danni del partito, Fini è stanco del fascismo e Napolitano del comunismo. In Abruzzo è finita la seconda repubblica insieme alla terza ed ora sta per iniziare la quarta.

Veltroni è stanco di un partito che è destinato al crollo sulla questione morale, Beppe Grillo è stanco di Telecom, di Tronchetti e di fare il fustigatore ed il trascinatore di piazza. Stanco di fare il politico…

Cossiga e Licio Gelli sono stanchi della P2 e della strategia della tensione. Bossi è stanco di inseguire un federalismo a cui tutti sono d’accordo però solo dopo la prossima riforma. I leghisti sono stanchi di un federalismo che non servirà più a nulla.

Travaglio, come me (nel mio piccolo), è stanco degli italiani… e difende, stancamante, l’ultimo baluardo di speranza per questa italia: Le sue radici.

Gli italiani sono stanchi di essere chiamati comunisti, di essere chiamati fascisti, di essere chiamati (e di essere presi per) coglioni, di essere chiamati razzisti e di litigare per uno o per l’altro… che tanto uguali sono. Gli italiani sono stanchi di voler credere ad uno o all’altro schieramento. Gli italiani sono stanchi persino del calcio.

Il cerchio si sta lentamente chiudendo, a breve ci sarà il pronunciamento sul Lodo Alfano e quasi certamente verrà giudicato incostituzionale. La magistratura è stanca di lottare contro un sistema malato alla radice…

L’Italia è stanca di non arrivare a fine mese. Le aziende sono stanche di dover pagare i mille pizzi allo stato ed alle mafie ed esauste chiudono. I cittadini sono stanchi di morire per il bene delle aziende e di sopravvivere per il bene dei partiti. Gli italiani sono stanchi di essere licenziati.

Eppure la crisi è solo agli inizi…

Come davanti alla televisione, muore, di noia, la Repubblica Italiana.

Nel mentre, le cose serie…

Scritto da Mauro Buti 18 dicembre 2008

E’ adorabile osservare le reazioni della classe politica, scossa dall’ennesimo scandalo in Campania e in Abruzzo.
Il Partito della Libertà è quasi attonito nel constatare che per una volta la colpa non è loro.
Il Partito Democratico invece è nel panico, e vaglia con dolore la necessità assoluta di cambiare registro o, in alternativa, di farsi spolpare da Di Pietro fino all’ultimo brandello di osso.

Tutti insieme appassionatamente, incluso il Presidente della Repubblica Napolitano (peraltro autore di un discorso lodevole nella sua lucidità e nella sua compostezza), indicano la riforma della Giustizia come una priorità imprescindibile. Da notare: la “riforma” della Giustizia, non il “rispetto” della Giustizia.

La cecità di questa classe dirigente è quasi commovente. In una fase storica che si appresta a virare al nero con una rapidità che ancora in pochi capiscono, gli uomini di valore rimasti nelle istituzioni sono pochissimi. E parlano, quasi sempre al vento, nel vano tentativo di riportare l’attenzione sull’unico tema davvero centrale dell’agenda di governo.

E’ tempo di fronteggiare la realtà: persi fra interminabili diatribe sui Villari e sulla riforma della Giustizia questo governo e questo parlamento non faranno nulla di concreto e pratico per fronteggiare la tempesta in arrivo a inizio 2009. Tempesta che investirà il paese senza alcun calmiere sociale a proteggere un oceano di precari, e senza alcuna visione credibile sulle meccaniche di lungo periodo che dovrebbero aiutarci a tornare in piedi dopo la crisi.

Affrontiamo il caos e le onde secondo una tecnica ben nota e consolidata: la strategia dello struzzo. C’è da essere ottimisti, dice bene il premier. Specie perchè è ragionevolmente certo che avremo modo di riparlare anche della vituperata economia, e delle colpe di ciascuno, in mezzo alle discussioni sulla Separazione Delle Carriere e sul Doppio CSM…

Auguri a tutti, allora. In particolare a tutti quelli che sperano e pregano in un cambiamento e in un futuro diverso. Godetevi un Buon Natale e aspettate col sorriso il Felice Anno Nuovo che verrà. Presto, e con buona pace del controllo sui media, non sarà più così facile fare finta che non stia grandinando sopra all’ennesimo Governo Ladro…

Regionali in Abruzzo

Scritto da Mauro Buti 16 dicembre 2008

Impossibile non parlarne, e allora parliamone. Cominciando dai tre dati di fatto fondamentali:

  1. Vince con un distacco di circa 6 punti Gianni Chiodi, candidato del PdL e pupillo di Berlusconi.
  2. Si registra un incredibile aumento dell’astensionismo, facilitato dal cattivo tempo, ma comunque preoccupante nel suo confermare l’abnorme distacco formatosi fra cittadini e politica
  3. Quintuplica il suo bacino di voti Antonio Di Pietro, evidenziando un aumento di forza politica che anche su base nazionale potrebbe sfiorare da vicino le due cifre

Iniziamo l’analisi partendo dalle campagne elettorali.

Chiodi ha condotto una campagna con poche apparizioni, sobria, ed è stato danneggiato solamente da alcune uscite infelici del premier Berlusconi (che pure, però, gli ha garantito un impatto mediatico abnorme rispetto all’avversario). Nel complesso ha agito bene: partendo in vantaggio di molti punti doveva solo giocare al basso profilo e negarsi al confronto fino a capitalizzare quella che era, di fatto, una vittoria annunciata. Del resto gli scandalosi eventi che hanno coinvolto Del Turco e la giunta di centrosinistra avevano segnato fin da principio il destino della contesa.

Costantini ha fatto una campagna coraggiosa, moderna, e affascinante. Ha sicuramente avuto ragione nell’affrontare di petto i problemi etici, e nell’abbracciare il più possibile l’istanza giovanile, internet, e il desiderio di rinnovamento. Ciò nonostante è finito “corto”, come ampiamente previsto. Costantini in un certo senso perde perché anticipa troppo i tempi. Porta avanti un messaggio giusto, ma non è lui il vettore più adatto per rappresentarlo (quanta differenza avrebbe fatto per contrastare l’astensionismo un candidato di rottura e “mai visto prima” come un giovane, o meglio ancora una giovane donna?), e soprattutto non sono l’Abruzzo e la contesa regionale il contesto più adatto per tirare fuori il massimo da questa istanza e da questo tipo di messaggio.

La sconfitta di Costantini non ruota intorno al merito dell’idea di trasparenza e rinnovamento, bella e condivisibile. Verte tutta sull’incapacità di identificare mezzi pratici e fattivi di lottare contro il problema annunciato di questa elezione, che era l’astensionismo e il disgusto nei confronti di tutta la classe politica.

Internet e trasparenza sono due messaggi splendidi, ma falliscono ancora nel trainare e nel coinvolgere fette importanti di elettorato. Sono potentissimi in prospettiva, ma ancora deboli quando si va a fare un conto brutale dei numeri, perché raggiungono troppi pochi voti. Il fallimento del PD sta nel mancato supporto a questa istanza ben prima che nei numeri. Avendo a disposizione un candidato forte per innovamento e modernità del messaggio, un “progressista” vero, la lotta andava concentrata solo sulla mobilitazione dell’elettorato deluso.

E veniamo all’analisi politica. L’elezione abruzzese evidenzia come una forza riformista non possa prescindere dalla questione etica, perché questa interessa a una porzione troppo grande del suo elettorato. Il PD si illude se pensa di avere delle scelte. La scelta che ha davanti è la scelta dell’orco, ed è una scelta crudele a causa dell’abnorme errore politico commesso ritardandola e ritenendola solo marginale.
Allo stato attuale delle cose può abbracciare le tematiche etiche di Di Pietro, con lo svantaggio che deriva dal terrificante ritardo nel farle proprie e dai numerosi scandali in cui è coinvolto. Così facendo abbraccerà Italia Dei Valori e punterà a consolidare una alleanza nella quale non sarà più l’unica parte in causa. Oppure può estromettere una forza che oramai è consolidata e ha un riscontro numerico importante, condannandosi a perdere ancora più voti e a dare a questa forza visibilità, e soprattutto l’esclusiva nel portare avanti un messaggio fondamentale.

Il dibattito sull’opportunità di avere o meno Di Pietro in parlamento e sulla scelta primordiale di concedergli l’alleanza è ridicolo. Non è negando visibilità a Di Pietro che si elimina la questione morale. L’etica e la meritocrazia sono punti centrali del dibattito politico passato, presente e futuro a prescindere da chi li porta avanti nello specifico. Ma è possibile che a così pochi anni di distanza nessuno ricordi più Berlinguer?

Ed etica e meritocrazia impongono ad una classe dirigente fallimentare e vecchia di farsi da parte. Può far male, ma bisogna accettarlo, perché è evidente che questa è la realtà delle cose per tutto l’arco parlamentare e *in particolare* per una forza politica che si propone di fare riformismo. Perché una forza riformista deve per prima cosa essere al suo interno innovatrice, giovane, ed eticamente ineccepibile. Oppure non sarà credibile, e fallirà regolarmente ogni appuntamento con le urne.

Dopo questa sconfitta il PD sarà scosso al suo interno dalle ennesime spinte autodistruttive. Questo perché chi lo comanda deve assolutamente rispondere ad un dubbio amletico che riguarda la propria esistenza. La dirigenza può farsi da parte nella speranza che un giorno le proprie idee politiche “vincano”, oppure arpionarsi al potere e al comando condannando il sogno riformista alla continua sconfitta o, peggio, all’usurpazione da parte di quelle forze politiche che lo interpretano in maniera evidentemente migliore. Il problema non è banale, perché le elezioni abruzzesi (e anche quelle in trentino, volendo) mettono in luce come ad andare in crisi siano proprio i “limiti” che rallentano l’azione politica dei partiti. È la struttura chiusa ed autoreferenziale comune a tutti i partiti italiani a mettere in crisi il PD. Che si trova incapace di rispondere con una svolta alla sua difficile situazione attuale perché è rotto fra mille personalismi e mille clientelismi, e proprio per questo è del tutto impossibilitato a dare spazio (come pure dovrebbe e vorrebbe, per recuperare) alla sua base, ai giovani, e ai volti nuovi.

La sfida che nel prossimo futuro genererà lo spostamento di voti più importante sta tutta nella rottura dei meccanismi malati che animano i partiti e la politica attuale. Chiunque sia in grado di creare strutture mobili, a fortissimo ricambio, nelle quali emerga volta per volta chi ha un messaggio vitale e “qualcosa da dire” al posto del candidato istituzionale proposto dal partito, ha nelle mani le chiavi di una politica di reale rinnovamento. E presto, quando la gente sarà esasperata e le cose andranno molto male a causa della crisi, si troverà nella posizione più vantaggiosa per accogliere un flusso di elettori sostanziale e cambiare finalmente il Paese.

Notizie dall’Italia e dal Mondo

Scritto da Mauro Buti 14 dicembre 2008

Elezioni in Abruzzo: record di astensione.
Crisi: l’ex uomo più potente del mondo preso a scarpe in faccia.

L’ultima settimana politica prima della pausa natalizia si preannuncia all’altezza dell’anno che l’ha preceduta. Alla ripresa delle trasmissioni già annunciato l’attesissimo inizio dell’apocalisse.

Intanto in Italia prosegue senza sosta l’indispensabile dibattito sulla giustizia…

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