
È davvero così difficile capire perché?
Mentre orde scatenate di opinionisti si scannano per offrire i loro cinque minuti di saggezza nell’orgia del banchetto televisivo, è affascinante vedere la realtà delle cose farsi più flebile fino a scomparire. Ed è un peccato, perché ci sarebbe un preziosissimo insegnamento da trarre dalla vittoria di Obama. Un insegnamento vincente, un valore chiave per trionfare in qualunque contesa politica. Potenzialmente efficacissimo anche e soprattutto nel nostro paese, e proprio per questo destinato a cadere nel vuoto.
Difficile stupirsene, mentre tutti i commentatori disquisiscono sul colore della pelle di chi ha vinto, illudendosi che si trovi proprio in quel colore il fattore di cambiamento. Lobotomizzati da anni e anni di retorica berlusconiana, e dall’adagio vincente che vieta di affrontare i contenuti ed obbliga a disquisire sulla sola forma, gli intellettuali non si accorgono di come la pelle non rappresenti nulla di diverso da un chiaro svantaggio politico.
Il senso di cambiamento che ha prodotto la vittoria, invece, risiede tutto nel messaggio. Nelle forme scelte per trasmetterlo, e nel vettore che ci ha messo la faccia per portarlo avanti. Una faccia che ben prima di essere nera è giovane e colma di speranza.
Come tanti altri davo da mesi e mesi per vincente Obama con un larghissimo margine. Non era difficile prevederlo, eppure molti opinionisti hanno ostentato prudenza e paura fino alla liberatoria nottata del 4 novembre.
Ma perché ostinarsi nel non esaminare la questione politica in maniera pura e semplice? Se aumenti il numero di votanti, aumenti la tua base, produci il quadruplo dei soldi, crei una forza consensuale abnorme che parte dal basso, ti appropri dell’immagine di innovazione e cambiamento in tempi di profonda crisi, conduci una campagna sobria, elegante, adorata dai media e vicina al sentimento dell’opinione pubblica… Per quale motivo non dovresti vincere in maniera abbondante?
La fondamentale lezione della nuova politica di Obama è che facendo politica meglio degli avversari si vince. Sembra incredibile nella sua semplicità, eppure le cose sono andate esattamente così. Ancora di più: si è vinto in maniera larga e convincente pur partendo svantaggiati per una serie di fattori e di contingenze oggettivamente difficili da superare (la giovinezza, la totale inesperienza di un senatore al primo mandato, la razza, gli avversari di blasone come la Clinton e l’eroe di guerra Mc Cain…)
La chiave politica è la stessa di ogni grande vittoria: trasformare la propria debolezza in forza, e farlo appoggiandosi ad una visione. Fa ridere l’ottica naif di chi si illude che Obama abbia vinto solo grazie alla crisi economica. Obama ha sicuramente beneficiato della spinta dovuta alla crisi economica, ma la realtà è che la sua campagna ha atteso un momento del genere per mesi e mesi, e proprio per questo si è trovata preparatissima ad affrontare il cambio di vento.
Nel momento in cui malessere e il malcontento sono esplosi, ed era facile prevedere che prima o poi sarebbero esplosi, Obama era già proprietario da tempi non sospetti del “brand” di maggiore successo in un momento di crisi. Aveva fatto del cambiamento e di un futuro diverso il leit motif di tutta la sua campagna. Aveva trasformato in forza e fascino la debolezza politica di essere giovane e inesperto.
Ecco, allora, il perché. Nulla accade a caso in politica. Vince e si impone chi riesce a coniugare a una sostanziale credibilità delle sue istanze la visione limpida e chiarissima delle forze sociali e politiche che daranno loro la forza. Chi anticipa. Chi vede e prevede. Chi si arrocca in una posizione di vantaggio, e a quel punto si immobilizza e mantiene, chiudendo le porte ad ogni possibile ritorno degli avversari.
La politica di Obama non è semplicemente “nuova” politica. E’ prima di tutto “buona” politica, ed è buona politica perché coniuga alla totale e cinica consapevolezza del contesto di lotta (vedi decisione sofferte e pragmatiche come quella di rinunciare ai contributi statali, rimangiandosi la parola data pur di poter contare su un vantaggio economico strutturale nella parte decisiva dell’elezione) le istanze più affascinanti e vincenti in prospettiva. Istanze come il desiderio di cambiamento, di equità, di maggiore giustizia sociale, alle quali si unisce una consapevolezza dura e spietata dell’abisso nel quale il “sistema mondo” sta venendo trascinato dalle gerontocrazie che lo dominano.
Obama intuisce lo scontro vecchio/nuovo, passato/futuro, paura del cambiamento/modernità e si fa campione di quello che diventerà il cuore pulsante della competizione politica dei prossimi venti anni. Capisce con larghissimo anticipo rispetto a chiunque altro quale sia la direzione nella quale si sta spostando la contesa politica, e si posiziona in una roccaforte di assoluto vantaggio attendendo con pazienza che le cose facciano il loro corso, e la marea montante cominci a spingerlo. Così, quando finalmente la marea arriva, vince e stravince. Anche se è giovane. Anche se è inesperto. Anche se è nero.
L’insegnamento di Obama potrebbe essere preziosissimo per l’Italia perché diversi fenomeni sociali evidenziano come anche a casa nostra la competizione politica si stia spostando nella stessa ottica. Avvenimenti come la protesta scatenata dai tagli alla scuola e all’università pubblica evidenziano l’esistenza di un blocco compatto di voti e di interessi comuni che possono facilmente identificarsi in una istanza a favore del cambiamento e della modernità del tutto simile a quella portata avanti da Obama. Chiunque veda tutto questo e si attesti con largo anticipo in una posizione di vantaggio, in una posizione che renda naturalmente proprio il concetto di cambiamento e innovazione, si ritroverà in mano quasi senza lottare un movimento di voti fondamentale, e le redini del potere nel sistema Italia.
E’ insieme affascinante e desolante notare come le classi politiche italiane sembrino del tutto inconsapevoli dell’esistenza di una prospettiva di questa importanza. Tutto è e rimane chiuso nell’immobilismo e nell’anacronistico rifiuto di ogni cambiamento. Eppure la cultura conservatrice della vecchiaia, della staticità, del privilegio e del clientelismo è giunta al capolinea. La vittoria di Obama costituisce il primo, abnorme, segnale politico di un cambio di direzione in tal senso, è impossibile negarlo. Costituisce la palese sconfitta di un sistema di controllo e di potere che si vede piegato con le sue stesse armi dalla mera forza politica generata dal malcontento e dagli squilibri sociali.
Il nostro paese, come ogni paese, presto dovrà affrontare a viso aperto il vento di cambiamento fortissimo che comincia ad alzarsi ovunque. Per farlo potrà scegliere se produrre figure politiche e approcci politici analoghi a quelli proposti dall’incredibile senatore dell’Illinois, oppure se insistere in una gestione della cosa pubblica perdente e superata.
Comunque vadano le cose, il cambiamento arriverà ugualmente. La forza innescata dagli eventi degli ultimi mesi è inarrestabile, ed è inverosimile pensare di arginarla. Rimane, quindi, la scelta di buon senso di Hari Seldon e di Isaac Asimov: assecondare e cullare il fenomeno, riducendo il periodo di disordine e difficoltà che accompagna ogni transizione, oppure opporsi nettamente, e giungere allo stesso identico punto di arrivo dopo un lungo e dolorosissimo periodo di crisi.
La scelta è tutta nostra. Appartiene alla gente, e alla coscienza politica della gente. Al sentimento di fondo che anima le masse portandole ad agire, a produrre, a creare e a “fare le cose giuste” quando davvero conta, perché ci si trova con le spalle al muro.
Come disse giustamente qualcuno di molto più grande di me: “il cambiamento che stiamo aspettando siamo noi”. Solo e sempre noi.
Il che dovrebbe rispondere alla perfezione anche alla domanda iniziale…














