
Esiste forse qualcosa più puro di un si o di un no?
Qualcosa di più meravigliosamente semplice, e insieme complesso, di una mutua scelta?
La notte di una vigilia politica in fondo è quasi denudata delle umane passioni.
Non c’è più la battaglia. Non ci sono più le idee. Se ne è andata la strategia, ed è scomparsa la ricerca affannosa del consenso. Le mosse e le contromosse si sono perse, lontane, insieme all’eterna malizia e all’ambizione. E’ del tutto sparita ogni più elementare forma di pietà.
Scompare tutto perchè ricompare finalmente la realtà. E la realtà assume la forma stravagante, e meravigliosamente imperfetta, dell’unica maniera logica di inseguire il bene comune.
L’ossimoro lucido basato sul principio più equo: far decidere alla gente. A tutta la gente.
Centinaia di migliaia di “average joe” esprimono con diverso grado di partecipazione il loro diritto a dirigere l’ordire complessivo delle cose.
Sono sotto bombardamento da mesi. Da anni. Non è dato di capire con precisione quanta e quale parte dei messaggi sfaccettati e trasversali a loro rivolti abbia fatto presa. Di certo dietro ogni mano che schiaccia un tasto, o traccia una croce, ancora mezza unta della carta di un Big Mac, esiste un’anima. Un sentimento collettivo che respira, vive e si muove.
A guardarlo dall’alto lo si vede facilmente.
Alcuni occhi lo riconoscono sotto forma di una fredda cascata di numeri verdi. Come nel film “The Matrix”. Punti persi. Punti guadagnati. Fette di consenso che si allargano e si restringono, fasce sociali amiche, nemiche e neutre che si succedono in un turbine di dati in movimento. Una pioggia di lacrime decimali che nasce e muore ogni giorno, fino a fermarsi nella drammatica istantanea finale che sancisce vincitori e vinti.
La storia di una elezione è nei suoi numeri.
Altri occhi lo vedono sotto forma di venti e tempeste. Forze naturali che spazzano i mari tumultuosi della politica. Portando lontano i sogni e le ambizioni dei capitani più audaci, e affondando senza nessuna pietà le barche più piccole e logore.
La storia di una elezione è nelle sue sinergie.
Altri occhi ancora vedono l’eterna lotta fra il bene e il male. Il giusto e lo sbagliato. O forse anche solo il peggio e il meno peggio.
La storia di una elezione è nei suoi simboli.
Comunque sia alla fine sul piatto, sul “floor”, non rimane più niente. Il re è nudo, e per un breve istante il popolo lo vede in tutta la sua meschina ed esaltante semplicità. A o B. Bianco o Nero. Guelfo o Ghibellino.
Morta l’illusione e morta l’utopia. Morti gli ideali. Morto il compromesso.
E pronta a morire la gente, così debole e indifesa. Così piccola. Così manipolabile. Così insopportabilmente ignara del peso delle scelte, delle vite, e delle croci.
E croci su croci si accumulano le une sulle altre, mentre lo spietato metronomo dei desideri della gente segna lo scorrere del tempo, e la vita e la morte nell’arena politica. Poi tutto finisce, e la storia torna ad attorcigliarsi su se stessa, tessendo il suo intricato e irrisolvibile garbuglio.
Ma prima che accada, prima che il caos e l’incomprensibile tornino a dominare la scena, tutto è chiaro. Tutto presagisce l’arrivo di un singolo istante di climax. L’attimo catartico, l’orgasmo dei political junkies.
Il Momento Perfetto. Quello in cui esiste solo Vincere.
Nail ‘em Up.














