È l’ora
27 novembre 2008
Non s’è dovuto aspettare molto, in realtà.
Sono bastati pochi mesi. Pochi e velocissimi mesi per cominciare ad ammirare il vento del disagio sociale che si alza, preparandosi ad assumere le dimensioni della tempesta che verrà.
È curioso vedere come il dio mercato abbia continuato a professare verità, in un mondo nel quale la verità e i fatti concreti erano diventati da tempo un lusso. In mezzo al caos politico e alla paura, cavalcando il sogno e la speranza di nuovo di Obama, danzando fra il panico controllato e le brevi e caduche giornate di gloria, le borse hanno dato prova di una totale razionalità. E infatti ancora oggi galleggiano in un ultimo attimo, sospese poco al di sopra del baratro.
Ancora qualche centinaio di punti e il Dow Jones sancirà ufficialmente l’ingresso nel nero più nero. Saremo nella storia, mai come prima. Testimoni diretti della più grande crisi mai affrontata dall’economia moderna.
Ed è oramai indubbio che la vedremo, questa “big one”. L’opinione di massima fra gli economisti prevede un effetto a ping-pong, nel quale le fasi successive della crisi investiranno i diversi settori economici creando ulteriore affanno a quelli che già avevano sofferto inizialmente. La crisi sociale abbatterà i consumi, e questo colpirà le industrie. Le industrie intanto si rivolgeranno alle banche, che non avranno liquidità e quindi non garantiranno prestito. E così le industrie falliranno, creando disoccupazione e ulteriore insolvenza, e danneggiando ancora i mercati finanziari in un diabolico circolo vizioso.
L’utopia capitalista dell’eterna crescita raggiunge i suoi limiti naturali e come una onda si infrange e si ritira, diventando uno dei tanti sogni spezzati della storia dell’umanità. Poca cosa, dopotutto. Nemmeno uno dei migliori…
Mi chiedo quanta gente abbia davvero capito cosa stesse succedendo, mentre i numeri davano i loro responsi. In quanti abbiano visto istantaneamente la stessa cosa che ho visto io mentre gli indici impazziti viravano verso il basso. E anche in quanti abbiano visto molto di più, e dio solo sa cosa gli sia passato davanti agli occhi pochi mesi fa, quando è cominciato tutto.
I figli di Wall Street hanno visto parecchio, non c’è dubbio. E infatti hanno riposto le loro penne e i loro effetti personali nelle scatole e si sono avviati verso casa senza nemmeno fiatare. Sapevano cosa stava per succedere, e hanno deciso di accomiatarsi all’inglese. Un piccolo gesto di cortesia e umano rispetto per gli ultimi cento metri del “morto che cammina”.
In Italia invece non ha visto quasi nessuno. Fa quasi tenerezza osservarli mentre si affannano oggi, come se la crisi fosse giunta di sorpresa. Nessuna sorpresa, signori. Doveva arrivare il momento, prima o poi, l’abbiamo sempre saputo. La pacchia doveva finire.
E adesso è l’ora.
È ora di guardare negli occhi l’amara e dura realtà.
La peggiore classe dirigente degli ultimi 50 anni, certosinamente prodotta dopo decenni di selezione naturale.
La peggiore crisi economica.
Il debito pubblico al 106% del pil.
Il parlamento paralizzato fra gli indispensabili decreti sulla giustizia di Mr Berlusconi, e l’annoso problema dell’imbottitura del trapuntino di Mr Villari.
Il sistema pubblico e privato costretti per la loro stessa natura a rispondere alle necessità economiche del momento abbandonando i giovani. Uccidendo il futuro.
Tutte le principali forze sociali in una fase di profonda frattura e di scontro. La giustizia contro la politica. L’industria contro le tasse e il sistema economico. I sindacati contro i governi. Tutti contro i deboli e i poveri.
O forse, piuttosto, tutti contro tutti. Tutti illusi di poter ancora muovere qualcosa, o anche solo se stessi, vivendo dentro a un paese immobile. Vetrificato. Costantemente dissanguato dei suoi migliori. Costantemente vinto, stuprato, e dominato dai suoi peggiori.
Invece per una volta, almeno per una volta, realizziamo un grandissimo momento di equità sociale. I manovratori diventano come i manovrati. I ricchi come i poveri. I baroni come i precari. Siamo tutti disperatamente uguali, siamo tutti spettatori muti e inorriditi della navigazione di un vascello che procede verso l’uragano.
Il capitano è ubriaco, ed è svenuto addosso al timone. Il mozzo strilla, ma nessuno lo sta a sentire. Il nostromo si impegna col sestante, tentando di quadrare la posizione, ma nel cielo in tempesta non si vedono stelle. Intanto la nave imbarca acqua, e i rematori, di sotto, si danno da fare con i secchi e pregano di approdare. Tutti hanno qualcosa da dire o da fare. Tutti hanno le loro buone ragioni, e tutti si sentono vittime innocenti della situazione attuale.
Siamo così dolci nel nostro essere italiani che quasi mi si strugge il cuore.
Innocenti e ingiustamente condannati anche di fronte al boia. Negare sempre. Negare tutto. Negare anche l’evidenza.
Negare, e negare, e negare, e ancora negare. Negare fino all’ultimo momento utile, fino all’ultimo istante. Negare fino a che non si rimane soli con se stessi.
E adesso, finalmente, è l’ora…
Non mi faccio illusioni su quello che verrà. Ho sempre sostenuto la necessità di affrontare le cose con animo scientifico, e questo mi porta a pensare che il nostro margine di azione attuale sia quasi nullo. Le cose faranno il loro corso, senza che sia possibile arginarle più di tanto. Ma sono fiducioso lo stesso, per il futuro.
Dentro di me ho la convinzione di fare parte di un grande popolo. Un popolo che non si esaurisce nei Berlusconi e nelle macchiette attualmente al potere. Un popolo a cui la Storia ha consegnato la grandezza proprio per la sua capacità di vivere di paradossi e controsensi. Uniti in un Grande Impero, e poi divisi in cento piccoli ducati. Geniali, e grettamente ignoranti. Latin lover, e mammoni. Eterogenei, camaleontici, ogni volta diversi nell’affrontare lo scorrere degli anni. Eppure sempre così italiani…
Sempre capaci di trovare dentro di noi, dentro al cinismo e alla dissacrante autoironia, dentro all’arte di arrangiarsi, e a quella di sognare, la forza di esprimere una spinta grande verso qualcosa di migliore. Una spinta poco canonica, forse, ma ciò non di meno utile per la sua vitalità e la sua fantasia. Per la sua capacità di sintesi e di compromesso.
L’Italia sarà sempre grande perché l’adorabile follia dei suoi geni la condanna alla grandezza. La condanna a vincere anche e soprattutto quando soffre.
E presto soffriremo, ahimé. È arrivata l’ora di pagare per tutti i nostri peccati, e il conto sarà salatissimo.
Ma verranno comunque altri giorni, e verranno altre ore. Per trasformare le sconfitte in vittorie, rinnovando con il solito gioco di prestigio l’irresistibile “Sogno Italiano”…



















