Mauro Buti

Political & Social Networking…

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È l’ora

Scritto da Mauro Buti 27 novembre 2008

Non s’è dovuto aspettare molto, in realtà.
Sono bastati pochi mesi. Pochi e velocissimi mesi per cominciare ad ammirare il vento del disagio sociale che si alza, preparandosi ad assumere le dimensioni della tempesta che verrà.

È curioso vedere come il dio mercato abbia continuato a professare verità, in un mondo nel quale la verità e i fatti concreti erano diventati da tempo un lusso. In mezzo al caos politico e alla paura, cavalcando il sogno e la speranza di nuovo di Obama, danzando fra il panico controllato e le brevi e caduche giornate di gloria, le borse hanno dato prova di una totale razionalità. E infatti ancora oggi galleggiano in un ultimo attimo, sospese poco al di sopra del baratro.
Ancora qualche centinaio di punti e il Dow Jones sancirà ufficialmente l’ingresso nel nero più nero. Saremo nella storia, mai come prima. Testimoni diretti della più grande crisi mai affrontata dall’economia moderna.

Ed è oramai indubbio che la vedremo, questa “big one”. L’opinione di massima fra gli economisti prevede un effetto a ping-pong, nel quale le fasi successive della crisi investiranno i diversi settori economici creando ulteriore affanno a quelli che già avevano sofferto inizialmente. La crisi sociale abbatterà i consumi, e questo colpirà le industrie. Le industrie intanto si rivolgeranno alle banche, che non avranno liquidità e quindi non garantiranno prestito. E così le industrie falliranno, creando disoccupazione e ulteriore insolvenza, e danneggiando ancora i mercati finanziari in un diabolico circolo vizioso.

L’utopia capitalista dell’eterna crescita raggiunge i suoi limiti naturali e come una onda si infrange e si ritira, diventando uno dei tanti sogni spezzati della storia dell’umanità. Poca cosa, dopotutto. Nemmeno uno dei migliori…

Mi chiedo quanta gente abbia davvero capito cosa stesse succedendo, mentre i numeri davano i loro responsi. In quanti abbiano visto istantaneamente la stessa cosa che ho visto io mentre gli indici impazziti viravano verso il basso. E anche in quanti abbiano visto molto di più, e dio solo sa cosa gli sia passato davanti agli occhi pochi mesi fa, quando è cominciato tutto.
I figli di Wall Street hanno visto parecchio, non c’è dubbio. E infatti hanno riposto le loro penne e i loro effetti personali nelle scatole e si sono avviati verso casa senza nemmeno fiatare. Sapevano cosa stava per succedere, e hanno deciso di accomiatarsi all’inglese. Un piccolo gesto di cortesia e umano rispetto per gli ultimi cento metri del “morto che cammina”.

In Italia invece non ha visto quasi nessuno. Fa quasi tenerezza osservarli mentre si affannano oggi, come se la crisi fosse giunta di sorpresa. Nessuna sorpresa, signori. Doveva arrivare il momento, prima o poi, l’abbiamo sempre saputo. La pacchia doveva finire.

E adesso è l’ora.
È ora di guardare negli occhi l’amara e dura realtà.

La peggiore classe dirigente degli ultimi 50 anni, certosinamente prodotta dopo decenni di selezione naturale.
La peggiore crisi economica.
Il debito pubblico al 106% del pil.
Il parlamento paralizzato fra gli indispensabili decreti sulla giustizia di Mr Berlusconi, e l’annoso problema dell’imbottitura del trapuntino di Mr Villari.
Il sistema pubblico e privato costretti per la loro stessa natura a rispondere alle necessità economiche del momento abbandonando i giovani. Uccidendo il futuro.
Tutte le principali forze sociali in una fase di profonda frattura e di scontro. La giustizia contro la politica. L’industria contro le tasse e il sistema economico. I sindacati contro i governi. Tutti contro i deboli e i poveri.

O forse, piuttosto, tutti contro tutti. Tutti illusi di poter ancora muovere qualcosa, o anche solo se stessi, vivendo dentro a un paese immobile. Vetrificato. Costantemente dissanguato dei suoi migliori. Costantemente vinto, stuprato, e dominato dai suoi peggiori.

Invece per una volta, almeno per una volta, realizziamo un grandissimo momento di equità sociale. I manovratori diventano come i manovrati. I ricchi come i poveri. I baroni come i precari. Siamo tutti disperatamente uguali, siamo tutti spettatori muti e inorriditi della navigazione di un vascello che procede verso l’uragano.

Il capitano è ubriaco, ed è svenuto addosso al timone. Il mozzo strilla, ma nessuno lo sta a sentire. Il nostromo si impegna col sestante, tentando di quadrare la posizione, ma nel cielo in tempesta non si vedono stelle. Intanto la nave imbarca acqua, e i rematori, di sotto, si danno da fare con i secchi e pregano di approdare. Tutti hanno qualcosa da dire o da fare. Tutti hanno le loro buone ragioni, e tutti si sentono vittime innocenti della situazione attuale.

Siamo così dolci nel nostro essere italiani che quasi mi si strugge il cuore.
Innocenti e ingiustamente condannati anche di fronte al boia. Negare sempre. Negare tutto. Negare anche l’evidenza.
Negare, e negare, e negare, e ancora negare. Negare fino all’ultimo momento utile, fino all’ultimo istante. Negare fino a che non si rimane soli con se stessi.

E adesso, finalmente, è l’ora…

Non mi faccio illusioni su quello che verrà. Ho sempre sostenuto la necessità di affrontare le cose con animo scientifico, e questo mi porta a pensare che il nostro margine di azione attuale sia quasi nullo. Le cose faranno il loro corso, senza che sia possibile arginarle più di tanto. Ma sono fiducioso lo stesso, per il futuro.

Dentro di me ho la convinzione di fare parte di un grande popolo. Un popolo che non si esaurisce nei Berlusconi e nelle macchiette attualmente al potere. Un popolo a cui la Storia ha consegnato la grandezza proprio per la sua capacità di vivere di paradossi e controsensi. Uniti in un Grande Impero, e poi divisi in cento piccoli ducati. Geniali, e grettamente ignoranti. Latin lover, e mammoni. Eterogenei, camaleontici, ogni volta diversi nell’affrontare lo scorrere degli anni. Eppure sempre così italiani…
Sempre capaci di trovare dentro di noi, dentro al cinismo e alla dissacrante autoironia, dentro all’arte di arrangiarsi, e a quella di sognare, la forza di esprimere una spinta grande verso qualcosa di migliore. Una spinta poco canonica, forse, ma ciò non di meno utile per la sua vitalità e la sua fantasia. Per la sua capacità di sintesi e di compromesso.
L’Italia sarà sempre grande perché l’adorabile follia dei suoi geni la condanna alla grandezza. La condanna a vincere anche e soprattutto quando soffre.
E presto soffriremo, ahimé. È arrivata l’ora di pagare per tutti i nostri peccati, e il conto sarà salatissimo.

Ma verranno comunque altri giorni, e verranno altre ore. Per trasformare le sconfitte in vittorie, rinnovando con il solito gioco di prestigio l’irresistibile “Sogno Italiano”…

Presidente, perchè?

Scritto da Mauro Buti 19 novembre 2008

Berlusconi rilascia un’altra dichiarazione che, seppure pronunciata in tono scherzoso, fa discutere. Il presidente del Consiglio ha colto al volo l’occasione offerta da un cittadino, che gli ha chiesto di ‘oscurare’ il Tg del terzo canale Rai perché “‘nun se po’ guardà”, e ha risposto “allora non paghiamo più il canone. Il Tg3 mi insulta, mi oltraggia e mi prende in giro ogni sera….” (Repubblica)

L’intervento a Ballarò e la continua fuga di dichiarazioni discutibili sono segnali abbastanza evidenti di un malessere politico. Il consenso sta scendendo, Berlusconi lo sa, e si aspetta che presto andrà peggio. Lo capisco: ne ha tutte le ragioni, e probabilmente rimarrà comunque stupito dalla violenza e dalla rapidità del crollo.

Non è una novità che Berlusconi non abbia grande cautela nell’utilizzare quello che è e rimane un ruolo istituzionale. Un premier in teoria non potrebbe suggerire di “evadere le tasse” e “non pagare il canone”. Nemmeno volendo e nemmeno credendolo un diritto sacrosanto.
Gli interventi a gamba tesa contro la tv sono emblematici perchè nella tv lui è già monopolista assoluto. Lo confermano i dati statistici distribuiti da agcom: lui e i suoi parlano e compaiono abbondantemente di più rispetto agli altri, in un insulto evidente a ogni regola democratica. Eppure sente lo stesso la necessità di strozzare e attaccare le poche trasmissioni che gli sono apertamente ostili (adorabili le uscite secondo cui “Annozero” fa splendidi risultati di ascolti, e merita i complimenti, però bisognerebbe togliergli lo stesso la pubblicità perchè semina disfattismo).

La realtà è che non esiste più nessuna regola. L’informazione è ridotta a un far west del pensiero unico, e nonostante il far west del pensiero unico il controllo sfugge di mano lo stesso, perchè i tempi sono difficili, e soprattutto perchè gli errori politici si accumulano e sono spesso madornali.

Il costante tentativo di mettere in ginocchio Veltroni e di rafforzare D’Alema, operazione messa alla luce del sole dal caso Villari, rinforzerà l’asse Veltroni-Di Pietro per una mera questione di difesa della sopravvivenza reciproca. C’è già un accordo, ed è evidente dal movimento che si è sviluppato dopo l’esplosione della questione vigilanza Rai. In politica nessuno lascia carta bianca al suo prossimo regalandogli parole di stima se non ha già ottenuto qualcosa in cambio. Si può presupporre che la partita si sposterà sulla presidenza del CDA Rai, e che sarà sanguinosa e rovente perchè la nomina delle opposizioni non è più questione di prassi ma di legge. Non è più inverosimile che emerga un nome spinoso e delicatissimo “per tutti” come lo sarebbe quello di Marco Travaglio. Nel caso accada la domanda sorgerà spontanea: ma ci avrà davvero guadagnato, Berlusconi?

Al di là di Travaglio e di quello per cui Di Pietro ha trattato, in politica è raro che un movimento strillato e alla luce del sole porti a dei buoni risultati. Berlusconi semplicemente esagera. In tutto, come è nel suo carattere. Ma esagerando rema contro ai suoi stessi interessi. Quanto più è evidente che l’istanza a “spezzare” il PD è di sua paternità, tanto più si rafforza il desiderio di sopravvivenza, e alleati riottosi fanno di necessità virtù. Quanto più abbandona ogni remore nel tentativo di eliminare fisicamente dal dibattito la parte di opposizione che meno lo aggrada, tanto più gli regala linfa, incrementando il flusso di voti che dissangua la voce “potenzialmente moderata” in favore della “opposizione radicale”.

Il macromovimento che creano le sue mosse politiche spinge Di Pietro e Veltroni ad incollarsi. Più lui attacca, trama e violenta, più rinforza gli avversari in un fronte comune di lotta. E’ un errore tipico, storicamente appartenente alla sinistra.

In politica non esiste il colpo di grazia. Le forze morenti si consumano e scompaiono in maniera naturale e non devono più essere additate e nominate. Può riportarle in vita solo il restituire loro la dignità e le luci della ribalta o, alternativamente, l’imporre a dei gruppi disuniti e in rotta la necessità assoluta di fare politica comune per sopravvivere. E’ successo a inizio 2008 quando Veltroni riesumò la salma politica di Berlusconi innescando la caduta del governo Prodi, e sembra succedere nuovamente adesso.

La voglia di strafare è sempre un nemico politico, perchè innesca spirali auto-distruttive. La divisione e il caos fra le forze nemiche non si creano con gli attacchi frontali, ma diffondendo suadentemente il dubbio e il senso di impotenza. Infatti di solito chi si sente sotto attacco reagisce, mentre è chi si sente inutile che si dispera e si disunisce.

Ci pensi, presidente: non si fa più buona politica, in questo paese.

La “fondamentale” lettera aperta…

Scritto da Mauro Buti 18 novembre 2008

A proposito dello scorso post mi è stato fatto notare da una voce insospettabile come non esista traccia della lettera aperta citata nell’intervista. Ho delle idee sulla fine toccata alla preziosa missiva, ma in effetti merita di essere proposta anche su queste pagine per una mera questione di completezza. E’ di qualche giorno fa, e nel frattempo la legge è vagamente cambiata per salvare le apparenze, ma la sostanza (i tagli, e chi andranno a colpire i tagli) è rimasta del tutto analoga. Eccola:

Buongiorno.

Mi chiamo Mauro Buti, e ho studiato ingegneria al Politecnico di Milano. Sono uscito in 5 anni, prendendo la lode, e al Politecnico sono rimasto a lavorare. Ho un dottorato di ricerca preso al Politecnico di Milano, e in questi anni ho lavorato e studiato in Olanda, in Spagna e in Germania. Anche con enti di ricerca di un certo rilievo (l’ESA, il DLR tedesco, il Supaero francese). Parlo inglese, francese e spagnolo.

Tutto questo non perchè le mie doti siano un gran vanto o di una qualunque utilità, ma per capire quale sia il genere di curriculum che il paese sta cacciando a calci fuori dai confini patrii.

Amo visceralmente l’università. Ho desiderato tantissimo di lavorare in università. In Italia non posso più, neppure accettando (come pure farei) sacrifici e stipendi ridicoli rispetto all’estero. Ed è importante capire che non posso più *nemmeno* all’interno di uno dei poli più ricchi, più famosi, e più riconosciuti a livello internazionale. Figuriamoci come se la passano ragazzi che desiderano fare lo stesso percorso in altre facoltà, meno attrattive per l’industria e gli investimenti rispetto ad ingegneria.

In Italia il governo taglia il fondo di finanziamento ordinario e distrugge il concetto stesso delle rotazioni (al 20% per tre anni). In pratica l’idea è che in università per un po’ non entrerà più nessuno e punto. Una intera generazione dovrà rassegnarsi e fare di necessità virtù.
Allora quello che si chiede e si pretende non è di “salvarsi” se morire è inevitabile perchè “c’è crisi”, ma almeno di morire mentre l’opinione pubblica è consapevole di cosa stia succedendo e di cosa significhi.

La politica attuale non crede più nel benessere prodotto dalla cultura sul lungo periodo. La questione non è nè di destra nè di sinistra, bensì di atteggiamento e di principio. Due in particolare sono i punti più ridicoli che mascherano la reale portata e i reali intenti della riforma intrapresa:

1) Ci si propone di “punire” i baroni andando a massacrare solo ed esclusivamente i giovani e i precari. Chi è in ruolo, infatti, sarà solo marginalmente toccato dalla buriana, dal momento che il suo stipendio statale rimarrà garantito.

2) Si fa demagogia spicciola, visto che fannulloni e sprechi sono endemici al sistema Italia, ed esistono ovunque, in qualunque settore. Il punto è quali siano i settori nei quali vale la pena di investire al di là degli sprechi (che sono un problema generalizzato, e non certo una esclusiva del mondo universitario) e quali possano essere sacrificati nei momenti di crisi come questo.

Posso accettare che il mio lavoro e il mio futuro vengano sacrificati perchè “c’è crisi” ma è assurdo che questo avvenga senza che l’opinione pubblica sia consapevole di quali sono le visioni di lungo periodo su cui si fondano decisioni del genere, e gli effetti pratici che ne scaturiranno. Di cosa si interessano i politici se non di cosa voglia dire e di cosa produca questo corso di cose nel lungo periodo? Che importa Pecorella, mentre sono in corso decisioni epocali che cambieranno la maniera stessa in cui un settore fondamentale per lo sviluppo del paese vive e si mantiene? Noi viviamo in un mondo rovesciato. Un mondo assurdo dove i piccoli problemi diventano epocali e le decisioni epocali vengono prese e discusse come se fossero piccole. Questo genere di atteggiamento ha distrutto la “mia” università, ma anche questa è ben poca cosa se si pensa che sul lungo periodo distruggerà il benessere e le prospettive di tutti. La miopia in cui vive e respira tutta la politica attuale avrà un prezzo di lungo periodo, infatti, e sarà un prezzo salatissimo.

Arrivederci, e grazie se darete voce a questa protesta e se spiegherete ai cittadini cosa voglia significhi il concetto di tagliare le risorse alla ricerca e alla cultura per lo sviluppo di un paese moderno. Magari al di là di baroni e baronie, ragionando sul macrolivello (così come la politica si promette di fare, almeno in teoria).

Un po’ di pubblicità…

Scritto da Mauro Buti 17 novembre 2008

Ogni tanto anche le più miserabili e minuscole formichine conoscono un breve istante di celebrità.
Tanto vale pubblicizzarlo, via…

Chi vuole può cliccare QUI per ascoltare qualche minuto di “saggezza” estratto dalla trasmissione “Farhenheit” su Radio 3. La puntata è quella del 24/10/2008, e verte su un argomento ancora attualissimo: la riforma universitaria del governo Berlusconi.

Il sottoscritto discetta approfittando della buona compagnia del front-man della trasmissione “Ballarò”, Giovanni Floris, e fa alcune considerazioni sui massimi sistemi e sulla mancanza di visione di lungo periodo nelle classi dirigenti.

Naturalmente sono attualissime anche oggi, e si può supporre che rimarranno tali a lungo…

Buon ascolto… :)

Oramai i segnali sono chiari e ovunque…

Scritto da Mauro Buti 14 novembre 2008

Mi vengono in mente le parole di una famosa canzone dei Firewater, “Another Perfect Catastrophe”. Quelle che parlano della prossima catastrofe perfetta, in attesa del momento e del luogo perfetto per scoppiare.

Negli ultimi mesi ho parlato tantissimo di politica, e con tantissima gente. Questo non solo a causa della mia attuale passione, quanto piuttosto perchè la gente, a tutti livelli, sembra recuperare il concetto dell’importanza della politica, e mentre vede del reale disagio comparire intorno a sè non riesce più a rifiutare di interrogarsi, nè a impedirsi di riflettere.

E’ una società che si sta risvegliando lentamente, come dopo un lungo letargo, e mentre si sveglia prende coscienza di non trovarsi più distesa nel comodo letto dove si era addormentata. Si aprono gli occhi, ci si guarda intorno, e ci si rende conto con inquietudine di essere soli. Abbandonati.

Una insistente sensazione di freddo pervade la schiena, mentre l’occhio comincia ad abbracciare il paesaggio.

Prima il piccolo. I propri figli, il proprio lavoro, i propri problemi.
Poi il grande. I propri governanti, la struttura. Il Sistema. La Crisi.

Benvenuti, allora. Benvenuti a tutti nel mondo reale. Quello vero.
Quello dove chi si vota è importante, ed è importante sempre, non solo quella volta ogni cinque giri che “grazie a dio” va bene. Quello dove i Pecorella e i Carnevale sono solo miserabili ingranaggi di un enorme Juggernaut che ci trascina tutti, e procede a tutta velocità verso l’abisso.
Ultima “comunicazione ai naviganti”: TUTTO BENE. Il capitano regge dritto e saldo il timone, mentre punta con decisione e senza alcun dubbio verso il nero più nero. Dritto e felice. Sereno. Ottimista, cribbio, ci mancherebbe.

Vecchi impazziti promuovono pubblicamente logiche perverse e terroristiche di mantenere l’ordine pubblico. Autodichiarati “leader maximi” sottraggono il concetto stesso di discussione e di confronto alla sede più naturalmente preposta: il parlamento.
E così diventa normale vedere le leggi di programmazione economica triennali, quelle che decideranno il futuro del paese nel medio periodo (i prossimi dieci), decise in una manciata di minuti. Una manciata di minuti, signori.

Forse vale la pena di affrettarlo, questo risveglio, non credete?

Perchè mentre si dorme bastano dieci minuti per decidere tagli devastanti ai settori più strategici del paese. Quelli più importanti per sopravvivere dopo il passaggio di una crisi, come l’istruzione, la ricerca e lo sviluppo. E nel frattempo, “ehi, è pur sempre politica”, l’altra mano spende e spande. C’è da coprire il buco a Catania. Da rimediare al gigantesco errore di Alitalia. Da garantire un pensierino, un modesto obolo in attestato di stima agli amici speculatori. O da parare il culo all’irresponsabile gestione delle banche.

C’è molto da fare in fretta, quindi, di modo che il governo possa dedicare il grosso della discussione alle questioni realmente importanti. La Vigilanza della Rai, la Corte Costituzionale, i processi del premier, e chi più ne ha più ne metta.

Dieci minuti per distruggere tutto, e il resto del tempo per decidere gli abiti di gala da indossare durante la serata clou: l’arrivo finale alla destinazione tanto attesa. Presenta lo show il capitano in persona, con collegamento a reti unificate, e telecronaca diretta gestita dagli amici Emilio e Bruno.

E’ curioso notare come tutte le persone più brillanti con cui ho parlato negli ultimi tempi convengano su una questione fondamentale, indipendentemente dalle loro idee politiche (che pure sono spesso molto diverse). Qualunque sia la malattia, il cancro terribile che affligge da anni il Sistema Italia, è certo come abbia distrutto tutti gli anticorpi. Questa Italia governata dai settantenni e dai pannoloni elegantemente appoggiati sugli scranni delle due camere non ha più dentro di sè nè la capacità, nè la possibilità, nè la forza per reagire dinamicamente alla tempesta che sta arrivando.

Oramai i segnali sono chiari e ovunque. Le aziende stanno cominciando a chiudere.
Molte non sono nemmeno nostre, e muoiono anche se efficienti. Muoiono perchè si chiude e punto, ed è una questione strategica secondo *altre* strategie, decise ben lontano da Palazzo Chigi. Fra una abbronzatura e l’altra. E il resto, come spesso accade, è il resto di niente.

La seconda fase della crisi entrerà nel vivo fra pochissimo. Forse è già in corso. I mercati viaggiano da qualche tempo in quella altalena devastante che tutti gli esperti avevano previsto. Proprio oggi sono ripassati a dare una occhiata nei pressi della soglia critica registrata il 10 Ottobre.

E’ possibile e molto probabile che scenderanno oltre, e sono già vicini ad un’altra soglia. La soglia endemica della “paura senza controllo”. La soglia che gratificherebbe l’attuale crisi dell’invidiabile titolo di “peggiore mai affrontata in tutta la storia dei mercati”. Presto sarà chiaro anche alla gente comune come la situazione attuale esuli un pochino dai titoli di borsa, e le menti saranno finalmente sveglie ed attente.

Potranno così osservare un meraviglioso ed agghiacciante frattale. Un disegno che si ripete ovunque, sempre uguale. Più lo guardi nel dettaglio, più è e rimane identico a se stesso. Il piccolo condominio, così come il piccolo paese, così come la piccola città. Così come la metropoli, come la regione, come lo stato. Come il Sistema Italia, come il Sistema America, come il Sistema Mondo.

L’apertura insensata della forbice sociale. Lo spreco scriteriato e senza fine delle risorse, la cultura del privilegio e di una razza bianca, vecchia e ricca a spese di un mondo colorato, giovane e povero. L’inganno ipocrita e illusorio di un sistema economico che si vanta di risollevare le masse dalla povertà, mentre solleva solo una *percentuale rispetto al totale*. Nel frattempo i numeri fisici dei poveri e dei disperati aumentano lo stesso, perchè la popolazione cresce in maniera esponenziale, e una marea montante urla e muore priva del diritto basilare ad avere spazio, cibo e aria. Disperata. Senza nessun futuro. Senza mai nulla da perdere.

Scegliere di abbracciare la lotta politica oggi è diverso. In Italia come ovunque. Vuol dire sentirsi dentro ad una corsa contro il tempo. Vedere lucidamente l’abisso che si apre, con un misto di fascino e paura, e intanto sentire un orologio ticchettante battere nel cervello, e ricordare come manchino solo pochi giri di lancette. Scandire il tempo che ci separa dalla prossima catastrofe perfetta.

Vuol dire scontrarsi contro un modello radicato, contro un metodo radicato, contro l’insopportabile e placida lentezza di un sistema abituato da anni al conservatorismo e alla staticità. Vuol dire sopportare la pressione, sopportare la rabbia, sopportare il dolore, sopportare logiche malate, sopportare la tragica impotenza e obbligarsi a rimanere sempre lucidi. Spassionati. Asettici e neutri.

A nulla, infatti, serve lamentarsi. A nulla serve denunciare o prevedere quanto poi accade. A nulla serve chiedersi se la ferita inferta al tessuto sociale e all’ecosistema globale non sia già mortale. Se non lo sia già da anni, e se non si stia vivendo tutti solo una dorata illusione. La malinconica fase del tramonto, a sancire la fine di una grande epoca.

Serve solo lottare. A testa bassa. Dimenticando l’abisso, dimenticando tutto. Centimetro dopo centimetro, nel fango. Perchè un pensiero nuovo emerga, e riesca a farlo anche solo con un secondo di anticipo. Per un solo secondo ne varrebbe la pena.

E forse ne vale la pena comunque, anche se non si riesce a fare nulla.
Perchè se arrivare in tempo è impossibile, e il destino è scritto, almeno rimanga una testimonianza dall’interno. Una visione bizzarra e non convenzionale dei fatti, che possa provare a raccontare e spiegare, in retrospettiva, una piccola parte di tutto quello che è successo.

Un misero omaggio, quasi senza valore, al santino fotografico che veglia su queste pagine…

Il dilemma Alitalia

Scritto da Mauro Buti 12 novembre 2008

Esiste una interessante e non banale complessità nella questione Alitalia, che sta giungendo proprio in questi giorni al suo drammatico epilogo.

Nel momento in cui i sindacati vengono sorpassati dalla rabbia degli iscritti, ed emerge la volontà dei singoli di morire strillando e sporcando, e non in silenzio, si pone un problema abnorme nelle linee di principio che regolano il rapporto fra le parti sociali.

Non sono un grande estimatore dei nostri sindacati. Ritengo che la linea adottata dai sindacati negli ultimi vent’anni sia stata quella di arroccarsi a difendere a oltranza i diritti di quei lavoratori che erano “aggregabili e difendibili”, ignorando del tutto le istanze e i drammatici problemi di tutta una serie di lavoratori che sono rimasti privi di qualunque protezione. La politica sindacale, esattamente come la politica portata avanti dai vari governi, ha prodotto un danno enorme per i deboli, per i precari, e per i giovani. Ha, di fatto, ucciso il futuro di una intera generazione per cecità politica, o per collusione con i poteri forti.

È una cosa terribile da dire, ma della quale bisogna prendere atto per mera questione di onestà intellettuale. Al di là di questo sono e rimango un sostenitore della necessità dell’esistenza dell’aggregazione sindacale, e di una tutela forte dei diritti del lavoratore.

La situazione di oggi, con i “poveri” che si ribellano e urlano prima di morire non sarà un caso isolato. Presto si replicherà in molti diversi contesti, perché a causa della crisi non saranno 10.000 ma molte volte di più le posizioni di lavoro perse, e i precari che si ritroveranno senza niente, senza nessuna copertura, e senza nemmeno l’idea di un ammortizzatore sociale a salvarli.

Il governo sceglierà quasi certamente una linea durissima, che esaspererà il conflitto e lacererà in maniera ulteriore il tessuto sociale. Ha le sue ragioni (in prospettiva il problema del mantenimento dell’ordine pubblico è enorme, e serve un segnale chiarissimo fin da principio), ma continua testardamente ad ignorare le sue colpe ed i suoi errori. Che sono, per molti versi, ben più gravi di quelli del sindacato. Berlusconi ha di fatto imposto un accordo senza che ci fossero i presupposti, per una mera questione di immagine, e confidando sul fatto che gli ultimi dettagli sarebbero stati appianati dall’urgenza abnorme di non fallire mandando *tutti* a casa. Non era però detto che andasse così, e che ci fosse per forza il gesto di responsabilità.

Di fronte alla prospettiva di doversi difendere dalla rabbia dei lavoratori mentre urlano contro al sindacato di avere firmato per mandarne a casa “metà”, il sindacato può anche decidere di salvarsi la faccia, gettare la spugna perché “non riesce più a controllare la rabbia dei lavoratori”, e lavarsene le mani. Sul lungo periodo magari ne esce meglio, salva i suoi quadri dirigenziali, guadagna visibilità come *primo* combattente di una battaglia che presto si ingrandirà e diventerà una piaga sociale drammatica.

Il punto è semplice: le entità perseguono i loro interessi. Sempre. E questo è vero per qualunque entità, sia essa un governo o un sindacato. Il senso di responsabilità esiste, ma esiste posto che sia una posizione comune, e non imposta da un lato all’altro sull’altare della mera questione di sopravvivenza. Perché la questione della sopravvivenza è diversa per ciascuna entità in gioco, ed è ancora diversa per l’entità più importante di tutte, che è lo stato nella sua globalità.
Infatti può anche succedere, come succede, che per una delle entità non sia più conveniente salvare il salvabile e pensare all’interesse dello stato, perché anche salvare il salvabile non vuol più dire salvarsi in prima persona.

Questo assunto è vero anche per tutte le altre parti in causa. Gli imprenditori sono pragmatici a riguardo (“lo faccio se e solo se mi conviene”) ma anche per un governo non è sempre fondamentale guardare a cosa sia conveniente per lo stato nella sua globalità. Infatti tutti sappiamo che esistono molte questioni politiche che ledono in maniera terribile gli interessi dello stato.

Il caso Alitalia è uno dei tanti esempi della cosa. Dopo aver creato un goloso contenitore privo di debiti il governo non lo ha certo messo all’asta (come pure avrebbe dovuto, per cercare di trarne il massimo), ma nel tentativo di rinforzare logiche lobbistiche e l’aggregazione di poteri forti ha consegnato il ricco balocco nelle mani di una entità predeterminata, CAI, che peraltro non conteneva al suo interno nessun know-how specifico per gestire il traffico aereo. La giustificazione della cosa è la difesa di una “italianità” che verrà comunque a mancare, dal momento che gli attuali compratori sono dei ben noti speculatori, e comprano quasi dichiaratamente per rivendere un domani.

Allora il governo nella vicenda ha fatto gli interessi dello stato, o piuttosto ha perseguito i suoi interessi politici?

La vicenda Alitalia costituisce un dilemma emblematico perché è un buono specchio del Sistema Italia. Un sistema nel quale gli errori di tutte le parti in causa si accumulano fino a che diventa impossibile perseguire un bene comune, e tutto crolla.

Il pericolo drammatico è che Alitalia diventi la versione in piccolo del meccanismo che affliggerà l’intero paese. Se si continuano ad accumulare gli errori si arriva sempre ad un punto in cui il dialogo fra le parti è impossibile, perché troppi sono i rancori e le accuse. E sono tutti leciti rancori, e lecite accuse, perché le colpe, come spesso accade, sono gravissime e si ripartiscono fra tutte le parti.

E quando il dialogo diventa impossibile l’unica alternativa è il ricorso alla forza, che lacera ulteriormente il tessuto sociale, e che pone i presupposti per ulteriori rancori, e per una spirale senza fine che porta rapidamente al tracollo dell’intero sistema. Mi chiedo quanto sia consapevole la classe dirigente della vicinanza del punto di non ritorno, dove si trovi quel punto di non ritorno che personalmente percepisco come vicinissimo, e se il punto di non ritorno non sia già stato oltrepassato da tempo grazie al disgustoso uso e abuso di una cultura che ha fatto della difesa del privilegio e degli interessi lobbistici il suo unico punto di totale concordia, accomunando sindacati, governi, e istituzioni.

La politica vista da dentro…

Scritto da Mauro Buti 10 novembre 2008

Mi sento spinto a una riflessione vagamente introspettiva da tutta una serie di avvenimenti recenti, e in particolar modo dall’ultimo pezzo che ho letto sul blog di beppe grillo. Il *nemico pubblico* in persona, un soggetto che apprezzo a corrente alternata, ma che al di là di ogni accezione di merito dice spesso delle cose interessanti, di cui vale la pena discutere. In questo caso nello specifico:

Appoggio l’orecchio al terreno e sento un rumore. Sempre più vicino. Un brontolio, una carica, un tuono. Sono milioni di nuovi disoccupati. Quanti saranno in più tra un anno? Due milioni? Tre milioni? Senza più niente da perdere. I manganelli non potranno fermarli. Travolgeranno tutto e tutti e non faranno sconti. Chi si troverà sul loro percorso verrà cancellato. Sindacati collusi, giornalisti servi, partiti autoreferenziali. Il loft di Topo Gigio e le ville sarde dello psiconano. Travolti. L’Onda degli studenti li ha anticipati. Dopo l’Onda verrà lo Tsunami del lavoro. Non ne parla nessuno. Tutti i giorni chiudono decine di aziende grandi e piccole. Posti di lavoro perduti per sempre. Un padre di famiglia senza lavoro, senza TFR, senza un c…o, che alternative ha? Torna a casa e guarda i figli e nulla ha più importanza per lui. L’esercito dovrà presidiare i supermercati prima e le sedi dei partiti subito dopo.

Noto una certa convergenza sull’analisi della situazione politica che si porta avanti oramai da un tot in questo stesso luogo, e un po’ in tutti i luoghi dove si tenta vanamente di farne, di politica.

E’ curioso notare una differenza di approccio di macrolivello.
Un governo, in un paese, prima che la crisi si palesi in tutta la sua veemenza insiste nel dire che “Va tutto bene” e oscura la tragedia incombente per non fomentare il caos.
Un altro governo, in un altro paese, parla come prima cosa e come primo intervento politico delle cifre dei tassi di disoccupazione.

Sarebbe bello parlarne anche da noi, del tasso di disoccupazione. E’ una cifra molto importante che vivrà dei cambiamenti altrettanto importanti in un futuro prossimo. Forse ci sarebbe da guadagnarci, in opposizione, a parlare di questa cifra *prima* che si muova, e la realtà diventi tangibile per tutti. Fare i grilli parlanti, sopravvivere al boomerang iniziale di “essere disfattisti”, e poi guadagnare sul lungo periodo quando dal disfattismo si passa all’amara realtà. O forse no, chissà.

Al di là di tutto questo è certo come il rumore che sente grillo siano i futuri punti percentuali di chi avrà più coraggio. Non c’è dubbio alcuno. Oggi al tg ho sentito della nascita “dell’unione democratica dei liberali”. Le vecchie volpi fiutano l’aria. Bisogna rischiare ed essere svelti per mangiare la torta in arrivo. Quando il cambiamento si farà veloce e caotico sarà chi si è posizionato in anticipo a mangiare il pezzo più grosso.
Mentre coltivo queste riflessioni nella solitudine della mia stanzetta, penso a quanto sia disperantemente difficile all’interno dello scenario politico attuale realizzare qualunque cosa che si prometta di lavorare su questo concetto. Nel piccolo come nel grande.
Nella “real politik” esiste solo l’idea del bene più grande. Concetto oltremodo facile da capire, anche se la visione su cosa faccia davvero gioco per produrlo è spesso diversa e inconciliabile. Il che da fascino alla discussione, naturalmente, ma a posteriori ispira sempre riflessioni un pochino dolorose nel loro pragmatismo.

In questi giorni uggiosi ho curato con un po’ di vizio delle dure ferite politiche e ho riflettuto sulla sacrosanta e spietata bellezza del rapporto fra la necessità politica e il sogno. Consiste in una relazione sessuale che alterna periodi di stanca a periodi di grande passione, è spesso appagante, il più delle volte sporca, e giustamente costellata di costanti tradimenti. Probabilmente il miglior tipo di rapporto che si possa creare fra due entità di sesso opposto, ed è adorabile pensare che esattamente come accade sempre nella realtà sia “la femme” a tenerne in mano le chiavi…

La politica è una brutale e spietata questione di forza, opportunismo e numeri.
Il sogno, invece… Beh, lui è solo il sogno. Che mai può fare un sogno in un contesto che si propone proprio di parlare di visioni, speranze e sogni?

Il pragmatismo che deve forzatamente animare la lotta politica rappresenta sempre una ferita dolorosa. Perché quando lo si tocca con mano per onestà intellettuale bisogna ammetterne la sana, vera e giusta inevitabilità. Bisogna accettare il contesto di lotta, e insieme a lui bisogna accettare il dolore.

Ma occorre tenere sempre in mente un punto fermo, in tutto questo. L’unico motivo per cui valga la pena di accettare il periodico stupro del sogno, è e deve rimanere l’ambizione di arrivare costruire una sintesi differente fra le due entità. Regalando nel rapporto fra le due cose se non l’amore, che non può esistere per la loro stessa natura, almeno una maggiore equità, e un nuovo e diverso rispetto basato sulla produttività e sull’utilità di ciascuna istanza. Il rispetto che viene dalla real politik.

La sopravvivenza politica dipende dalla capacità di piegarsi senza spezzarsi di fronte alle alterne fortune che ogni progetto conosce nel suo sviluppo. Ad imparare, subire, e reagire secondo linee di principio che siano sempre logiche, lucide, chiarissime, e vengano rispettate *in ogni momento*, nella buona e cattiva sorte, anche quando è difficile e doloroso applicarle.

E’ un augurio che faccio a me medesimo, e a tutti i cuori spezzati che sono certo esistano un po’ ovunque. Se davvero si impara tutto questo, se davvero si applica bene tutto questo, allora “verrà un giorno”, come disse fra’ Cristoforo. Verrà di sicuro.
Diversamente bisogna accettare che sia sano e giusto finire tritati e spazzati via, perchè la politica è esattamente questo, e vive esattamente di questo. E non è possibile permettersi nè paura nè dolore, nell’affrontare l’analisi e lo studio delle meccaniche che la animano, perchè solo se c’è completo possesso di quelle meccaniche è possibile ottenere una briciola.

Ma mentre tutto questo è e rimane vero, è ipnotico guardare la cosa dall’interno, e concentrare la propria attenzione solo sul sangue che gocciola lentamente dai cuori spezzati. L’unico ed onnipresente metronomo che stabilisce da sempre il ritmo e i tempi della contesa politica.

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