Mauro Buti

Political & Social Networking…

Home » 2008 » ottobre

A te

Scritto da Mauro Buti 31 ottobre 2008

Guardati negli occhi, Italia.
Guardati negli occhi e sorridi. Vedrai le tue ipocrisie, le tue piccolezze. Gli umani eroismi, le speranze, e le tante battaglie.

Guardati negli occhi e capisci. Oggi come ieri. Ieri come così tanti anni fa.
Guarda senza paura il cancro che ti corrode. Guarda la difesa a spada tratta del privilegio e dell’arroganza. Guarda una classe dirigente vecchia, corrotta ed incapace. Guardala mentre ti smonta, pezzo dopo pezzo, mattoncino dopo mattoncino. Erodendoti alla base, mentre sorseggia la sua opulenza come se fosse nettare, e attende la tua inevitabile implosione.

Guarda i tuoi Neroni moderni. I tuoi Attila. Guardali passare, e non lasciare pietra su pietra.
Guarda le cavallette che mangiano tutto, insaziabili.
Esiste solo l’oggi, per loro. Perché non c’è un domani, per i vecchi.

Ma c’è un domani per te, Italia, ed è a quel domani che devi guardare.

Guarda oltre la decadenza. Oltre il declino e la caduta.
Guarda lontano e credi in te stessa. Credi nel fondamentale valore dei sognatori e degli eroi. Nella mente pura dei ragazzi. Credi nel risveglio della coscienza civile, in una nuova stagione di partecipazione politica. E se non riesci a credere in tutto questo, perché forse è troppo, credi almeno nella devastante convergenza delle sinergie, e in quel cambiamento profondo che genera ogni crisi.

Puoi crederci facilmente, in questo, perché la tempesta sta arrivando. La puoi sentire nell’aria. In quella umida e scura aspettativa di tuoni e lampi a venire.
Una Nuova Era è alle porte, è una certezza.

Ma senza ordine, né costrutto, mentre i migliori dei tuoi figli ti abbandonano fra le lacrime, che futuro ti aspetta?

E allora credi e prega, Italia.
Chi ti ama sta lottando per te.


Perché i media si perdono in chiacchere futili e non affrontano con chiarezza assoluta e in modo diretto il nodo centrale evidenziato dalle leggi 133 e 137?

L’ipocrisia del Sistema Italia è agghiacciante.
In un paese governato da settantenni, nel quale tutte le classi dirigenti accumulano privilegi che poi non abbandonano mai, come è possibile sperare che una qualunque riforma guardi al futuro e al lungo periodo?

La riforma universitaria e la riforma di qualunque settore sono sempre possibili, e molto semplici. Basta spostare il precariato e la competizione verso l’alto, invece che rendere difficilissimo l’accesso in basso. Se quello di ricercatore fosse un gradino di ingresso comune a tutti, e fossero i professori associati ed ordinari a dover lottare per mantenere e confermare la loro posizione, la cosa non stimolerebbe forse la qualità? E’ abbastanza forte il rischio di perdere denaro e privilegi e finire “retrocessi” per convincere i baroni a lavorare bene?

Invece si colpiscono i deboli, i giovani ed i precari, e si fa demagogia parlando di “punizione” e “taglio agli sprechi” mentre i professori ordinari non sono nemmeno sfiorati dal provvedimento. E per quale motivo dovrebbe andare diversamente, del resto? Se tutti gli organismi decisionali, in università come ovunque, sono composti da persone che hanno già acquisito i massimi privilegi e hanno in media 70 anni come si può sperare che queste persone remino contro al loro interesse?

La riforma del Sistema Italia è possibile se e solo se si forza il ricambio generazionale. La sfida per sopravvivere ad un futuro difficile e oscuro sta in una ripartizione di rappresentanza politica che sia omogenea. Perché se la fascia 20-40 anni rappresenta una corposa percentuale degli abitanti non deve avere una rappresentanza adeguata negli organi decisionali? Perché la classe politica non si rende conto che è un suicidio per l’intero paese mantenere tutto il potere nelle mani di una gerontocrazia?

Un paese governato dalla vecchiaia, dai privilegi, e dalla corruzione ha di fronte a sé solo la decadenza. Il declino e la caduta, a cui fanno seguito lunghi periodi di barbarie. Lo descrisse lucidamente Gibbon secoli fa, e accade tale e quale oggi, senza che a nessuno dei tanti “intellettuali” sparsi nel paese importi.
Eppure l’annichilimento di una intera generazione che è in corso oggi diventerà molto presto l’enorme sconfitta del Sistema Italia e di tutti. Sarà una sconfitta che non pagheremo soltanto noi.

La Situazione Universitaria

Scritto da Mauro Buti 27 ottobre 2008

Il premier Berlusconi ieri ha detto: “pensate all’università, non abbiamo ancora fatto nulla e già ci hanno mosso critiche e mosso gli studenti nelle strade con una strumentalizzazione difficilmente definibile anche di studenti e bambini”. Noi che ci siamo dentro ci pensiamo parecchio, all’università, e pensiamo che leggere parole del genere mentre si sta perdendo il lavoro sia offensivo e doloroso. Desidererei pertanto chiarire nel dettaglio quale sia la situazione attuale in università, cosa sia già stato fatto, e cosa questo comporterà nella pratica. Cominciamo dai fatti:

1)    L’unico meccanismo di ingresso nel mondo accademico è da anni quello delle rotazioni. In pratica dal momento che non vengono più banditi concorsi nazionali l’università per assumere nuovo personale ha a disposizione soltanto le risorse che vengono liberate dai pensionamenti

2)    Un pensionamento libera una risorsa. Ogni risorsa che viene liberata può servire a una nuova assunzione, ma può servire anche a passare un ricercatore a professore associato, e un professore associato ad ordinario. Questo vuol dire che le rotazioni non servono solo ad assumere nuovo personale, per quanto siano e rimangano l’unico canale tramite il quale un giovane può inserirsi nell’accademia.

3)    Alla luce di quanto sopra si può facilmente capire come già prima delle nuove leggi la situazione non fosse rosea. Per entrare in università un giovane doveva prima di tutto laurearsi (5 anni), quindi portare a termine un dottorato (3-4 anni), quindi affrontare una fase di “attesa precaria” che di solito dura altri 4 o 5 anni. Durante tutti questi passaggi, naturalmente, il giovane viene pagato circa la metà rispetto alla media dei suoi colleghi europei. Affronta, quindi, uno stipendio da fame e molti anni di instabilità per inseguire il sogno di rimanere nel suo paese ed entrare in università per fare della ricerca il suo lavoro. Al di fuori della università invece non ha possibilità alcuna di fare ricerca, almeno in Italia, perché non esistono enti che facciano ricerca con finanziamenti privati

4)    La questione dello stipendio da fame non è casuale. Avviene perché da oltre due decenni l’Italia investe abnormemente meno della media Europea e dei paesi più all’avanguardia in ricerca e sviluppo. La cosiddetta “fuga dei cervelli” nemmeno è un caso. Avviene perché per chi è disposto ad andarsene raddoppia il denaro e scompare il periodo di 4 o 5 anni precari prima dell’inserimento in ruolo. Stranamente l’alta formazione universitaria viene considerata un segno di merito e di eccellenza, e viene trattata e retribuita di conseguenza.

E veniamo finalmente a cosa si propone di fare la nuova legge, o meglio “le” nuove leggi.
Secondo le proposte del governo Berlusconi:

1)    Le rotazioni sono bloccate. Per i prossimi 3 anni invece di avere a disposizione una risorsa per pensionamento se ne avrà una ogni cinque. Quindi per altri due anni una risorsa ogni pensionamento

2)    Al termine dei cinque anni subentrerà l’effetto di una vecchia legge, quella firmata dalla Moratti, che dal 2013 sancisce l’abolizione della figura di inserimento nel mondo delle università. Il “ricercatore” scomparirà e l’unica figura di ingresso per un giovane che desideri fare ricerca sarà quella di professore associato

3)    Non credo sia difficile a questo punto capire perché tutti i giovani precari che lavorano nella mia e in altre facoltà stiano protestando *nessuno escluso*. Non sono né politicizzati, né strumentalizzati. Prendono solo oggettivamente atto dei fatti. Se si blocca l’unico meccanismo di ingresso e contemporaneamente si innalza e si rende più difficoltoso raggiungerlo, il punto di ingresso, è evidente come il sogno di lavorare in università si faccia più difficile. Per la precisione passa da “enormemente difficile” a “del tutto impossibile”. L’opinione pubblica non si faccia ingannare dai proclami: quello che in buona sostanza dice la legge è che il 95% delle persone che oggi si trovano nella fascia dei 4-5 anni di precariato e attendono di entrare in università non ci entreranno mai e punto. Non “forse domani”, o “forse dopodomani”. Mai. E avendo scommesso la loro vita su questo percorso ovviamente protestano e soffrono. E’ una terribile delusione per tutti noi.

4)    E’ insopportabile la demagogia che si fa sul tema per renderlo più accettabile all’opinione pubblica. Gli sprechi ci sono in tutti i settori. Ad esempio spreca molto più denaro la cosiddetta casta, di quanto non ne sprechi l’università. Ma al di là di chi sia più cattivo il concetto è che lo spreco è un problema del Sistema Italia, non certo una esclusiva dell’università. Allora la questione è: “quali sono le maniere efficaci di combattere lo spreco”? I tagli attuali all’università non sono un buon sistema per due semplici motivi:

a.    Colpiscono quasi solo ed esclusivamente la fascia più debole e più povera. E’ ridicolo vendere i tagli come una punizione ai baroni quando i baroni sono e rimangono totalmente garantiti con il loro regolare contratto statale. A pagare la legge sono per primi i deboli, i precari, i sognatori che non siano già scappati all’estero. Cioè gente che non spreca nulla, perché sta già facendo la fame pur di inseguire quello che desidera. Il motivo per cui a fianco dei deboli “uccisi” dalla nuova legge protestano anche i “potenti” rettori è che il vulnus inferto all’università è mortale. Il 50% della forza lavoro che tiene in piedi l’università italiana è composta dai deboli e dai precari. La nuova legge uccide il sogno di queste persone, e li mette nella condizione di potere soltanto prendere atto e andarsene. Con le conseguenze del caso (crollo della qualità dell’insegnamento, docenti caricati di un abnorme lavoro didattico che dovranno rinunciare a fare ricerca, ecc. ecc.)

b.    Non hanno alcun senso razionale. Se l’obiettivo è punire lo spreco e premiare il merito si deve cercare lo spreco e cercare il merito. Al contrario l’effetto della legge è identico per l’università di Canicattì e per il Politecnico di Milano dove lavoro io. Il Politecnico è un ateneo ricco, rinomato a livello internazionale, importante. Eppure tutto questo non conta nulla dal momento che i tagli lo affliggono (e mi affliggono) senza alcuna distinzione di sorta.

5)    In ultimo, in questo “non aver fatto ancora niente”, esiste anche la legge del 9 ottobre. Dice, in breve, che si taglierà il fondo di finanziamento ordinario: il cuore pulsante stesso che la mantiene in vita, l’università. I soldi che i padri dei padri misero saggiamente da parte perché fossero sempre dedicati alla cultura e allo sviluppo della cultura. Il taglio è di decine e decine di punti percentuali.

Concludo.
Il significato delle leggi è semplicissimo, ed è che l’università deve morire. La condanna è stata decisa, e verrà comminata con un drastico taglio alla base della forza lavoro. Durante la lunga agonia che ne seguirà, come sempre accade in Italia, chi ha già acquisito dei privilegi li conserverà, mentre si taglierà senza nessuna pietà chi è debole e meno tutelato.

Quando tutto questo diventerà reale, purtroppo, a nessuno importerà più molto perché la questione culturale non sarà più al centro dell’attenzione. Per allora, infatti, il tracollo di borsa si sarà abbattuto sull’economia reale con tutta la sua forza distruttiva. I numeri parlano chiaro, e l’opinione pubblica che oggi supporta il premier forse sarà meno accomodante quando saranno in centinaia di migliaia, a perdere il loro lavoro, e non solo il sottoscritto.

Al di là di ogni polemica il mio sacrificio, e quello degli altri poveri “bimbi” strumentalizzati che a quanto pare protestano per nulla, merita come ogni sacrificio di non essere vano. E non sarebbe per nulla vano se l’opinione pubblica ne traesse spunto per impadronirsi di tre concetti fondamentali:

1)    La connessione fra quello che la politica e le classi dirigenti fanno e decidono e le cose che succedono nel breve, medio e lungo periodo è diretta ed enorme. E’ assurdo pensare che l’immondizia a Napoli, la crisi, la casta, il fannullonismo, l’università siano questioni separate e distinte. Viviamo in un mondo in cui il tessuto sociale è complesso e abnormemente interconnesso. Sono tutti risvolti diversi di uno stesso problema, che è la perdita totale del concetto di etica, e la perdita totale della visione di lungo periodo nell’operato delle classi dirigenti. Le cose non vanno male perché c’è crisi, le cose vanno male perché quando non c’era crisi degli incompetenti pensavano e lavoravano come se una crisi non dovesse arrivare mai.

2)    L’università ha già naturalmente dentro di se le forze e le idee che basterebbero per una riorganizzazione profonda e meritocratica. Il motivo per cui queste idee sono utopia e non passeranno mai è lo stesso motivo strutturale che affligge la politica e in generale la classe dirigente italiana. Chi ha interesse a cambiare e ad analizzare il lungo periodo, nelle cose, è chi ha di fronte a se una prospettiva di lungo periodo. E’ il giovane. Chi deve idealmente sacrificare dei privilegi acquisiti se si vuole guardare al lungo periodo è chi li ha già raggiunti, i privilegi acquisiti. Chi è vecchio. Nel momento in cui il potere di controllo è solo e unicamente in mano all’entità che ha già acquisito i maggiori privilegi, per quale motivo ci si aspetta che quella entità non persegua i suoi interessi? Per altruismo?

3)    E’ ridicolo pensare che Berlusconi sia il nemico o che la politica sia il nemico. Non sono quelli i nemici. Berlusconi è solo un vecchio, che porta avanti politiche da vecchi, consigliato e circondato da vecchi come lui. Il nemico è l’ottica di vecchiaia e di paura del cambiamento e della perdita dei privilegi che caratterizza tutta la nostra società attuale. Essere conservatori va bene quando c’è benessere e si cresce. Ma i tempi che verranno saranno di crisi e di cambiamento profondo. Lo dice la borsa. Chi è più avanti rispetto a noi, come l’America, guarda il baratro in faccia e produce quasi naturalmente una figura di cambiamento profonda, come Obama. E noi come andiamo incontro alla tempesta? Con Berlusconi e il TG4? Con la classe dirigente della sinistra che conta, che non produce un volto nuovo da circa 20 anni?

Chi difende la cultura e l’università difende il futuro. Ed ha più visione di una classe politica che non ha più visione. Lo ringrazio pertanto, di cuore, per aver sostenuto la nostra battaglia persa, e lo invito a non fermarsi e a lottare ancora. Per costruire sulle macerie fumanti dei nostri sogni e dei sogni infranti di una intera generazione precaria, una società nuova. Una società che non sia terrorizzata dai fallimenti passati e dal cambiamento, e che abbia il coraggio di guardare sempre negli occhi se stessa e il futuro.

Un amore grandissimo

Scritto da Mauro Buti 21 ottobre 2008

È difficile spiegare in poche parole quante siano le maniere di utilizzare un media innovativo e nuovissimo come la rete per fare politica. Si può e si deve capire, però, almeno cosa rappresenti la rete, e quale incredibile potenza sociale e politica si possa sprigionare dall’utilizzo ragionato e consapevole di un mezzo tecnologico rivoluzionario.

La parola rivoluzione non è utilizzata a caso. Abbiamo tutti studiato a scuola le rivoluzioni più famose, i momenti storici durante i quali una serie di forze e di sinergie convergono tutte insieme per produrre un cambiamento abnorme in tempi brevissimi. Le rivoluzioni esistono. Arrivano, semplicemente, il più delle volte inattese e incomprese, e stravolgono tutto. Lo insegna la storia.

In Italia invece noi non crediamo più molto nella forza e nella possibilità di un cambiamento. Siamo prigionieri di quello che possiamo definire uno “status quo”, un sistema di potere blindato e inamovibile, lobbistico, che è del tutto refrattario al concetto stesso di innovarsi e di aprirsi alle idee nuove, e in particolar modo ai più giovani.

Allora vale la pena di raccontare una storia, che viene buona in particolar modo per i giovani e per tutti quelli che credono che i giovani in questi anni siano stati per lo più ignorati dalla politica e dalle classi dirigenti, e che anche questo sia uno dei motivi per cui le cose non vanno più molto bene.

È la storia della più grande rivoluzione tecnologica che la memoria d’uomo ricordi, la rivoluzione industriale. Intorno alla fine del 1700 e agli inizi del 1800 compare nel mondo occidentale la “macchina a vapore”. Guardata inizialmente con sospetto, e poi con crescente entusiasmo, la macchina a vapore spazza letteralmente via tutti i settori economici in cui viene messa a fare a concorrenza. Annienta inizialmente il mercato tessile e i telai a mano, quindi si sposta ed amplia il suo raggio d’azione mano a mano che la comprensione del potenziale innescato con una semplice invenzione si fa più ampia, e si applica lo stesso concetto rivoluzionario ai contesti più disparati. Nascono i trasporti e le industrie moderne, cambia la nostra maniera di concepire grandi temi come l’economia, il commercio, e cambia anche la vita di tutti i giorni, nelle piccole cose.

E se la potenza del mezzo internet fosse tanta e tale da produrre una rivoluzione tecnologica del tutto analoga, solo in una versione più “nuova e moderna”?

Incredibile? E allora continuiamo la storia.
Raccontiamo di come un nuovo medium, un mezzo di comunicazione alternativo che nasce quasi in sordina, travolga in pochi anni (un’inezia quando si analizza un fenomeno in prospettiva storica e non nel breve termine) tutti i settori economici nei quali è più naturalmente portato a fare concorrenza. Porta ad una netta crisi e a una flessione enorme il mercato discografico proprio mentre stava conoscendo la sua massima espansione, perché dall’oggi al domani non è più tempo di comprare i cd visto che “si ascoltano i file mp3”.
Porta ad una crisi feroce l’editoria tradizionale, i giornali, cambia il concetto stesso di come si possa e si debba fare informazione. Cambia anche il nostro modo di comunicare e le spese che associamo alla nostra esigenza di comunicare, stravolgendo il mercato della telefonia. Perché una lettera cartacea che “costa e arriva forse e tardi”, quando la e-mail è “gratis e subito”? Perché chiamare in brasile a un euro al minuto, quando “usando internet” è gratis o si spende come con una urbana?

Allora basta chiudere gli occhi e provare ad avere una visione e a sognare un pochino. Anche solo per cambiare un po’ la solita solfa, visto che in questo paese sembra che sognare sia diventato un reato. Può davvero essere tutto qua?

Non è tutto qua. Questo è solo l’inizio. La superficie dell’iceberg. La lotta della macchina a vapore contro i telai perché i telai sono l’applicazione più immediata e naturale di un concetto abnorme. Ma domani? Cosa ci aspetta domani?

Domani, quando il mezzo sarà acquisito a livello concettuale e la sua incredibile potenza nel tagliare i costi, i tempi, e nel facilitare la comunicazione e i contatti sarà chiara ci saranno infinite altre applicazioni. Il limite saranno solo la fantasia e le intuizioni dei singoli. La visione che precorre i tempi. Cioè il terreno di lotta dove i giovani e la loro capacità di sognare e di vedere lontano diventano fondamentali. Un terreno di lotta nuovo grazie al quale i giovani potranno riconquistare un posto e uno spazio nella società e nelle classi dirigenti. Ma non per una questione “alta, filosofica e concettuale”, quanto piuttosto per la questione “pratica, gretta e banale” di dover gestire al meglio un medium e a un mondo che non sono più “statici”, ma diventano dinamici e terribilmente rapidi come normalmente accade durante una rivoluzione.

E la politica, in tutto questo? Internet ha dentro di se la possibilità di cambiare la maniera stessa in cui noi intendiamo l’azione politica, e di stravolgere completamente equilibri dati per scontati da anni. Un uso illuminato del medium, che precorra i tempi e obblighi gli avversari a correre e ad inseguire, può rendere reale ogni più rosea aspettativa. Perché anche i sogni più incredibili diventano possibili quando c’è una rivoluzione in corso.

Incredibile? E allora proviamo con una ultima storia, giusto per concludere il discorso.

È la storia di un uomo di colore, un nero, che vive in un paese storicamente difficile per chi ha la pelle nera. Negli Stati Uniti D’America, il paese dove esiste “l’effetto Bradley”, e cioè dove la gente per non sembrare razzista non dice apertamente ai sondaggi di non voler votare per un nero, ma poi non lo vota nell’urna, e apparenti vittorie annunciate si trasformano in cocenti sconfitte. Questo uomo è poco più di un signor nessuno. È un senatore democratico e si chiama Barack Obama. Compete nelle primarie del suo partito, contro una macchina politica oliata ed abnormemente più famosa di lui come quella della famiglia Clinton. Risale la china e i sondaggi che lo danno come uno sconfitto annunciato, pronunciando parole magiche sullo stile di “innovazione”, “nuovi media”, “nuova politica”, “spazio al nuovo e ai giovani”. Risale e le vince, le primarie. In molti pensano che non vincerà solo quelle, e che presto sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti D’America.

Come sarà mai stato possibile fare qualcosa di così politicamente incredibile? Beh, ho seguito le primarie e le elezioni americane con un certo interesse e, crediateci o no, la forza bruta che ha sostenuto il miracolo politico permettendo di raccogliere forze militanti e una quantità incredibile di fondi era tutta appoggiata sul mezzo tecnologico di cui vi ho parlato fino ad adesso.

Un mezzo tecnologico che è stato profondamente compreso dai creatori della campagna di Obama, e poi sfruttato in maniera moderna come una leva, precorrendo i tempi e cavalcando una rivoluzione che è ancora tutta in divenire, ma che sta comunque arrivando, come possiamo percepire in tutti i settori.
Nella politica, nell’economia e nei suoi disastri odierni, nell’informazione, nelle comunicazioni. Ovunque, tutto intorno a noi, nelle grandi e piccole cose.

Obama vince le primarie democratiche perché si rende conto che le cose stanno cambiando, e dice che cambierà la politica per affrontarle. Dice che saranno i giovani, così come lui è giovane, a proporre un nuovo modo di fare le stesse cose. Mutua tutto il suo messaggio e le sue politiche da quelle che sono le caratteristiche fondative del mezzo tecnologico internet. Quello stesso mezzo su cui si appoggia la rivoluzione, il momento iniziale di rivoluzione, che è poi il concetto stesso che lui cavalca facendosi spingere, volando e rendendo possibile la sua presenza in quel posto e in quel momento.

Allora è davvero tutto così incredibile e impossibile?

È vero o non è vero che due ragazzi, più o meno della nostra età, possono chiudersi in un garage e vedere. Vedere oltre, più lontano di tutti, capire e intuire, e creare partendo dal loro sogno ad occhi aperti il più grande colosso economico dell’ultimo decennio? È vero, e questo colosso è Google. Ed è con internet. È su internet.

È vero o non è vero che un politico, un giovane senatore nero, può cavalcare una visione e sconfiggere forze politiche più consolidate, meglio piazzate, e apparentemente imbattibili? Solo facendosi forza dell’energia che si sprigiona da un media che ha dentro il suo DNA l’ idea del cambiamento. È vero. Ed è con internet. È su internet.

Se è vero tutto questo, ed è vero, allora sono i giovani a dover offrire la visione che accompagni la forza politica del mezzo. La visione di qualcosa di diverso e più grande che appare chiaro anche solo ai nostri occhi. Sono i giovani che devono credere per primi a una politica diversa, in grado di cambiare realmente le cose in questo paese.

Perché internet rappresenta una alternativa possibile e credibile allo status quo odierno. Intesa come rivoluzione, come simbolo, come concetto. Come modo differente di fare le stesse cose. Come un modo pratico, concreto, tangibile e reale di crescere e di vincere, attorcigliandosi intorno ad una identità forte. A un’ideologia che non è né di destra, né di sinistra, perché è una ideologia bianca. Senza colori. È una ideologia moderna così come è moderno credere nel progresso, nella tecnologia, nel fatto che un mondo che si muove velocissimo non possa permettersi di relegare le menti più giovani e vivaci a un ruolo secondario e di nessuna importanza.

Intorno al fenomeno della rete e ai concetti che di quel fenomeno fanno naturalmente parte si può costruire un cambiamento rivoluzionario che riporti i giovani a un ruolo centrale. Servono solo delle visioni e delle idee. Serve la società civile. Serviamo noi.

Lo scopo è di far cassa.

Scritto da Mauro Buti 14 ottobre 2008

Aulla: all’asta statua di Bettino Craxi
Sarà venduto il monumento dedicato al leader socialista scomparso nel 2000
il sindaco del paese, Roberto Simoncini (Udc): «lo scopo e’ di far cassa».

L’economia del futuro…

Scritto da Mauro Buti 14 ottobre 2008

La soluzione proposta dai leader politici europei era già stata individuata da qualche giorno come l’unica possibile per smuovere le acque e tornare a far muovere un pochino di quella liquidità completamente bloccata. Con un sospiro di sollievo possiamo vedere in questi giorni come i mercati l’abbiano accolta con una certa euforia.

La borsa sale, l’economia respira, eppure tante preoccupazioni e tanti lati oscuri restano. In un momento di crisi forte si è scelto di aiutare il malato “a respirare meglio”, ma non ci si è avvicinati nemmeno lontanamente alla radice della malattia.

La ricetta capitalista ha sempre prodotto (almeno sul lungo periodo) benessere e crescita economica stabile. Non è un mistero, e lo si apprezza in qualunque grafico che mostri l’andamento di un indice economico sul lungo periodo (qua il dow jones industrial, uno dei più classici).

Ora l’idea di una crescita continua e infinita si scontra con due punti deboli fondamentali:

1) Le risorse da sfruttare per ottenere questa crescita non sono infinite, dal momento che per ora viviamo ancora in un sistema chiuso a forma di palla, e non in uno spazio infinito
2) La crescita non è continua, ma si articola in momenti di discesa e salita. Il trend tende complessivamente verso l’alto, ma non mancano momenti di flessione e di crisi.

L’errore principale di quest’ultimo periodo è che il sistema si è attorcigliato sempre di più sulla scommessa di crescita, e l’economia e le industrie si sono sempre di più affidate ad un sistema basato sul debito.
Tutti i grandi gruppi producono e muovono per parecchio più capitale rispetto a quanto hanno fisicamente a disposizione. Per farlo si indebitano con le banche, che mettono a disposizione la liquidità più che volentieri (finchè ne hanno) perchè l’azienda è solida, produce, e promette di restituire più di quello che prende.

Nel momento in cui si profila una enorme crisi di liquidità la soluzione scelta dai vertici per salvare il sistema è quella di pomparne artificialmente, garantendo alle banche che tutto il denaro immesso in questo periodo sarà garantito a livello statale.

Dove sta l’eventuale inghippo?

L’inghippo è che la soluzione proposta da una boccata d’ossigeno al malato rantolante e scommette, in buona sostanza, che il malato guarirà, che le banche non crolleranno, e che i debiti contratti saranno tutti onorati.

Se invece la crisi è (come sembra essere) strutturale, questo è l’ennesimo tentativo di ignorare cosa i mercati tentano di dire a livello concettuale con il crollo repentino, e cioè che un sistema basato sull’idea di crescita continua oggi non è più sostenibile perchè la crescita è troppa, e per permetterla è il mercato stesso che inizia a coltivare tendenze suicide e a distruggere se stesso.

Leggendo qua e là ho trovato da più parti cifre sinistre, che confermano come negli ultimi 20 anni lo squilibrio fra esposizione puramente finanziaria (chiamiamoli “soldi finti”) e il capitale reale (i “soldi veri”) sia aumentato in maniera abnorme. Si è passati da un 30-40% di malloppo tangibile allo striminzito 10% che esiste attualmente.

E in tutto questo la crisi di liquidità non si esaurisce solo con i grandi gruppi che resistono o crollano. Presto le vere vittime, le imprese medio-piccole che si vedranno tagliate le linee di credito perchè tutti stanno uscendo e non c’è più liquidità fresca da prestare (al contrario di come è *sempre* stato negli ultimi anni), cominceranno a saltare. E saltando innescheranno su larga scala l’effetto più tangibile e visibile della crisi in corso, che al momento e ancora per qualche tempo è puramente finanziaria.

Se la recessione che inevitabilmente si genererà dal palesarsi di questa situazione diventerà insostenibile anche a un macrolivello, noi avremo un sistema che ha sempre scommesso sulla crescita e che sta *tuttora* scommettendo sul ritorno alla crescita, nel quale la crescita non arriva, e al contrario si scende e si continua a scendere.

Quello che accadrà, in uno scenario un po’ oscuro ma niente affatto inverosimile, sarà che lo stato si troverà accollati dei debiti ulteriori, i grossi gruppi saranno comunque in difficoltà e a rischio crollo, e il sostanziale effetto di queste misure sarà stata l’immissione di capitali a perdere. Cioè, e si badi bene perchè è un grosso rischio che si è deciso di assumere, lo stesso meccanismo (in versione moderna, ma sostanzialmente analogo) che ha causato l’inflazione e il prolungarsi della crisi del 1929.

Le classi dirigenti hanno scelto di scommettere ancora sulla resistenza del sistema, con ogni probabilità terrorizzati dalle possibili alternative che si stavano profilando. Potrebbe però non essere la prima volta in cui una classe dirigente si rifiuta di accettare uno scenario dalle tinte molto fosche, e così facendo compromette ulteriormente uno stato di cose già molto difficoltoso.

Il tempo dirà se la scelta è stata corretta o meno. Di sicuro, al di là di un breve momento di euforia dei mercati (che vedono sul piatto la soluzione che desideravano, in quanto unica soluzione in grado di lasciare almeno la speranza di “salvare tutto”), le misure prese questo weekend non saranno sufficienti se ad esse non vengono aggiunti nuovi strumenti di regolamentazione del mercato, e una nuova visione del capitalismo. Una visione più ragionevole e moderna che tenga conto della necessità di raggiungere un punto di mantenimento e di stabilità prima di esaurire le risorse, in maniera da evitare di innescare quelle aspettative insostenibili che scatenano gli istinti suicidi di cui si è parlato poco sopra.

Ma tutto questo lo sapremo solo nel breve e nel medio periodo. Per ora il mercato respira, e i nuovi sviluppi di questa crisi potrebbero anche palesarsi in maniera più morbida, e non nel modo drammatico e feroce che si è vissuto negli ultimi giorni.

It’s the economy, stupid…

Scritto da Mauro Buti 7 ottobre 2008

Comincia la prevendita per il giorno del giudizio.

La borsa è sempre sensibile ai segnali e alle soglie psicologiche, e in giorni 7 il buon vecchio DJ, stima imperitura della salute dei grandi di Wall Street, ha segnato prima il maggior ribasso in 112 anni di storia (777 punti, complimenti vivissimi per il record), quindi il crollo al di sotto della simbolica quota 10.000

Vuol dire qualcosa, e in realtà vuol dire parecchio.

Una economia un tempo florida si raggrinzisce e crolla su se stessa, mentre comincia il metifico effetto a catena che causò i fasti del 29. I risparmiatori tentano vanamente di recuperare il loro malloppo, nella sofferente consapevolezza che anche a questo giro, quando il gioco si farà davvero duro, i soldi non si salveranno nemmeno sotto al materasso.

Ai sostenitori indefessi del capitalismo per cui “tanto il mercato prima o poi si ripiglia” farebbe bene ricordare “come” il mercato prima o poi si ripiglia, esaminando l’esempio storico sopra menzionato. Calcolando i tempi che corrono, e la gente a spese dei quali ci si dovrebbe ripigliare, è facile notare una vaga differenza rispetto alla società anni 30.  Con la globalizzazione dei mercati che renderà la crisi operante ad ogni livello, non è forse chiaro come il sistema nella sua globalità non sia in grado di assorbire un evento di questa portata. E non tanto a livello economico, dove le ben note leggi di “Macroeconomia” (Dornbusch, Fischer, Startz, euro 44) e “Microeconomia” (Varian, euro 36) continueranno a valere anche se intorno va tutto a catafascio, quanto piuttosto ad un mero livello di ammortizzazione politica e sociale.

Il capitalismo si riprenderà, certo. Ma cosa succede se per farlo ripigliare sono le *tue* banche a fallire, il *tuo* fondo pensione a scomparire, mentre lo stato si fa garante del *tuo* conto corrente dicendoti che “ehi, sono tempi duri, il numerino lo lasciamo scritto, però non è che puoi davvero riprenderli tutti :) ”?
Cosa succede se improvvisamente non viene pagata la fattura del camion, che non ha più i soldi per la benzina, e dall’oggi all’indomani il mango della papua nuova guinea non arriva più direttamente sulla tavola dell’esigente signora Serbelloni?

Cosa mai si potrà fare quando non c’è più liquidità perchè tutti vendono e nessuno compra e, sorpresa, la liquidità che prima esisteva solo sui computer non vale dei soldi veri?

Stime abbastanza brutali dicono che non sono poi tanti i punti di DJ di ulteriore crollo che disperderebbero come lacrime nella pioggia l’iniezione di malloppo appena concordata dai vertici US. E se manca la liquidità dopo che ne hai immessa artificialmente a ettolitri, di liquidità (a spese dei contribuenti, ci mancherebbe. It’s the economy, stupid) cosa mai può accadere, nel rassicurante sistema capitalistico?

E infatti se la borsa non si stabilizza accadrà esattamente quello che deve accadere, e con amara dolcezza i più attenti degli spettatori in prima fila osserveranno come accadrà per tutti quei motivi per cui di solito accade. Gibbon, “Declino e Caduta dell’Impero Romano” (euro 11,40) declama con precisione nelle prime pagine quali sono le cause che portano alla disintegrazione di un impero apparentemente incrollabile.

Un concorso di devastanti sinergie delle quali le peggiori e più incontrollabili sono quelle di implosione, che si originano dalla corruzione e dalla perdita di valori in primis.
Quando i peggiori cominciano e continuano ad emergere, i dirigenti vengono selezionati in base all’assenza di scrupoli e all’agilità nel muoversi fra affarucci e conoscenze, si innescano inevitabilmente una serie di forze primordiali che corrodono la base stessa di un ordine costituito. E si cambia metodo di governo, un po’ come accade nel videogame “Civilization”, con la modica spesa di qualche breve “turno di caos”. Qualche lustro, poca roba. Non fosse che più la società è complessa più sono lunghi e dolorosi, i turni di caos. Almeno in “Civilization”.

Ma tutto questo non importa davvero, perchè quasi nessuno percepisce il fascino della storia, o ha anche solo quel briciolo di visione di insieme che permette di ammirare l’azione perfetta delle forze violentissime e primordiali che stravolgono il tessuto stesso delle cose, operando una rivoluzione.

Armati di scudi di cartone e spade di legno i potenti della terra affrontano il mare in tempesta senza nemmeno la più pallida idea di come cavalcare le onde. Addirittura, da veri impavidi, si propongono di fermarle con paletta e secchiello.

E come stupirsi, dal momento che il più giovane fra loro ha circa 70 anni?

Ma non c’è odio. Il terrore che leggiamo nei vostri sguardi, amici, non è una rivincita. Non lasciatevi ingannare dai bicchieri di vino che popolano le mani degli spettatori. Perchè sono dolci e amari, così come dolce e amaro è vedere la storia che prende forma, plasmando il destino delle masse senza nessuna pietà. Stritolando, distruggendo e annientando.

Asettica. Giusta. Inevitabile.
Avete ingannato tutti, ma purtroppo non potevate ingannare anche lei.

E non c’è odio perchè non poteva andare diversamente.
“It makes all a perfect sense”. L’uomo non può evitare di essere uomo, e di progredire e fallire esattamente come ha sempre fatto in passato.

Affrettatevi Signori…
I posti vanno a ruba.

  • RSS
  • Delicious
  • Digg
  • Facebook
  • Twitter
  • Linkedin
  • Youtube

Il mio Twitter

Seguimi

  • Mauro Buti - Pagina Facebook
  • Mauro Buti - Twitter
  • Mauro Buti - Feed RSS
  • Pagina di Italia dei Valori