State of the Union
31 dicembre 2008
L’impresa di riassumere la situazione politica ed economica in un discorso organico è a dir poco complessa. La cosa migliore è cominciare dai dati di fatto più interessanti e dai commenti più autorevoli di questi ultimi giorni, per poi ampliare l’analisi spaziando a tutto campo.
Partiamo pertanto dal principio fondante della società tutta: il freddo denaro. Nel 2008 le borse europee e mondiali hanno perso circa il 50% del loro valore. Il dato è agghiacciante, ma non del tutto comprensibile per chi non mastichi di economia. In buona sostanza significa che la ricchezza totale circolante nel mondo valeva 100 il primo gennaio 2008, e vale solo 50 oggi.
Il denaro prodotto dalle borse è una quantità fisica e reale, non è solo un numero. Illude, a riguardo, il ritardo di “propagazione” con cui si espande una crisi economica di questo tipo. Attualmente sono stati colpiti soprattutto i mercati finanziari, e le entità direttamente coinvolte nella compravendita di azioni. Le banche, così come i grandi investitori e i grandi gruppi. Ma dal momento che una massa enorme di soldi è venuta a mancare, presto o tardi tutti i meccanismi che da quei soldi traevano linfa e vita si incepperanno e vedranno la loro sopravvivenza messa a rischio.
Avremo pertanto quello che potremmo definire il “primo rimbalzo” della crisi. Le avvisaglie le vediamo già adesso: fabbriche apparentemente solide chiudono, le persone cominciano a perdere il loro lavoro, e i primi meccanismi di tutela sociale (casse integrazioni, sussidi) entrano in azione. Non sarà l’unico, naturalmente. Tantissimo denaro è “scomparso”, volatilizzandosi nell’aria, e la questione della carenza di liquidità promette di diventare un cane che si morde la coda.
Per spiegare la natura del problema occorrerà fare alcune semplificazioni brutali, delle quali mi scuso anticipatamente.
Il nostro sistema economico ed industriale è fortemente fondato sul debito. Per poter crescere ed espandersi le aziende non producono nell’ottica di “bastare a se stesse”. Al contrario contraggono debiti, facendosi finanziare dalle banche o assumendo la forma di società per azioni, in maniera da muovere maggiore liquidità e generare un flusso monetario più ampio. In parole povere un “produttore” non si accontenta mai di muovere i 10 dollari reali e fisici che provengono dal bene prodotto, ma si indebita pur di riuscire a produrre oltre le sue capacità, diciamo 20 dollari “reali”, andando a creare un movimento di denaro “virtuale” di circa 200 dollari.
I numeri non sono dati a caso: a livello globale esiste effettivamente la proporzione di circa 1 a 10. Per ogni dollaro derivante da beni tangibili ne esistono circa 9 in più di pura speculazione finanziaria. E che pur essendo “virtuali” sono vitali e utili: costituiscono quel valore aggiunto che permette alla nostra azienda di valore 10 una produzione pari a 20.
La sproporzione fra valore reale e valore aggiunto è cresciuta esponenzialmente negli ultimi vent’anni, sia per sostenere gli smisurati consumi della società tutta, sia per mantenere i ricchi paesi occidentali in una situazione “virtualmente” florida, anche se il livello di competizione delle economie emergenti (Cina, India) era diventato insostenibile. Nel mercato globale l’occidente non poteva più produrre il bene fisico in maniera concorrenziale, perché la manodopera aveva costi infinitamente inferiori altrove. Per mantenere la sua posizione egemone, quindi, ha aumentato la sproporzione fra denaro tangibile e denaro virtuale e si è arricchito di solo denaro “finto”.
Nel momento in cui il meccanismo viene a mancare il nostro cane comincia a mordersi la coda. La banca va in crisi di liquidità a causa della forte esposizione finanziaria, e chiude l’erogazione dei prestiti. L’industria non riceve denaro dalla banca e va a sua volta in crisi perché non può sostenere il ritmo produttivo nel quale vive, e senza quel ritmo produttivo non può pagare i debiti che ha GIA’ contratto con la banca (è il rimbalzo “industriale” della crisi, le cui avvisaglie vediamo già adesso, ma che diventerà tangibile solo a 2009 inoltrato). L’industria quindi fallisce, e il risultato è che la banca peggiora la sua crisi di liquidità perché uno dei suoi debitori diventa insolvente (sarà il secondo rimbalzo “finanziario”, presumibilmente visibile nella seconda metà del 2009, e attualmente osteggiato da tutti i governi occidentali che hanno scelto di mantenere in vita i colossi “economicamente morti” eroganado denaro pubblico). Nel frattempo la gente perde il lavoro, inizia a soffrire, e come conseguenza i consumi rallentano visibilmente e le industrie non hanno modo di generare liquidità vendendo (è il rimbalzo “sociale” della crisi, anch’esso atteso per il 2009 inoltrato).
Il discorso sulla crisi meriterebbe pagine e pagine, ma in questa sede basta limitarsi alla sostanza delle cose: ad essere in ginocchio è l’intero meccanismo di produzione e di consumo. E la scelta di mantenere in vita il sistema erogando denaro pubblico, per quanto inevitabile, potrebbe rivelarsi un boomerang. Specie se è vero, come è vero, che attualmente produciamo di più rispetto a quanto il sistema sia in grado di sostenere, e nel corso dei prossimi anni dovremmo scendere in maniera più o meno naturale al livello sostenibile. Dove questo livello si posizioni è un mistero per tutti, ma non è inverosimile che sia *molto* più basso rispetto a quando ci immaginiamo e consideriamo normale oggi. Questo perché la crisi attuale non è una crisi puramente economica, ma è una crisi strutturale, nella quale molti elementi distinti concorrono. Esiste una crisi ambientale, una crisi dovuta alla sovrappopolazione, una crisi dovuta alla disumana sproporzione di condizioni di vita fra ricchi e poveri, una crisi politica e militare nel Medio Oriente e in molte altre zone calde, e forse esiste anche quella crisi di morale e costumi che lamentano le professioni religiose più intransigenti.
Oggi viviamo in una società che non può fermarsi. Abituati da anni a correre e ad inseguire il futuro ci stiamo finalmente accorgendo, senza peraltro rallentare, di starne costruendo uno che somiglia più alle tinte fosche del cyberpunk e alla pioggia di Blade Runner, che alle utopie di energia pulita, sole splendente, e macchine volanti.
In tutto questo l’ascesa al governo di Barack Obama segna un punto di svolta determinante, e non a caso avviene in un momento terribile e drammatico. Le classi dominanti saranno presto chiamate al difficilissimo compito di abbandonare una struttura che ha regalato grandi successi e diffuso benessere in favore di qualcosa di nuovo e sostanzialmente sconosciuto. L’enigma del futuro che ci attende si gioca sulla scelta campale alla quale sarà chiamato il “politico nuovo” dell’Illinois: tentare di preservare la sopravvivenza degli Stati intesi come entità separate, instaurando un nuovo protezionismo, o affrontare di petto la sfida del sistema globale gestendo la crisi senza rinunciare al mercato d’insieme.
Obama sceglierà, più o meno apertamente, una di queste due vie, nella consapevolezza che entrambe sono degne ed entrambe presentano sia costi che benefici importanti. La seconda ipotesi rappresenta una sfida al limite dell’impossibile dal punto di vista logistico, ma è l’unica che permetterebbe di affrontare i problemi strutturali con successo (sovrappopolazione, inquinamento, fame…). La prima ipotesi è la più logica, ma implica la fine dell’egemonia americana, e soprattutto condanna il mondo intero a dividersi ancora più marcatamente in oasi di benessere circondate da povertà e disordine, e ad andare alla deriva nel suo complesso. Con tutti gli sconquassi del caso.
L’abilità politica e la visione di Obama costituiranno i paletti intorno ai quali si plasmerà il futuro del mondo. Durante il prossimo anno capiremo meglio se l’agenda americana sarà improntata dall’audacia della speranza o dal freddo pragmatismo. Due fattori che sembrano coesistere nel caos calmo della politica del futuro presidente degli Stati Uniti, ma che non potranno essere portati avanti contemporaneamente in molte delle tematiche fondamentali.
Ancora qualche riga per la nostra bella Italia e il nostro piccolo orticello. Il Fondo Monetario Internazionale ha proposto come soluzione possibile per la crisi l’aumento della spesa pubblica e il mantenimento della pressione fiscale. Il nostro premier invece parla di giustizia, intercettazioni e riforma federale della tassazione come delle priorità per il 2009.
È inutile dire come la soluzione proposta dal FMI sia inapplicabile in Italia. Non possiamo aumentare la spesa pubblica perché il nostro immenso debito pubblico è un capestro, e siamo vincolati al rispetto degli stringenti dettami economici dell’area euro. Questo implica come il nostro margine di manovra per il salvataggio dei grandi gruppi in difficoltà sia ridottissimo: da noi la crisi sarà ancora più spietata nel mietere le sue vittime.
Berlusconi si illude se crede che la politica dello struzzo gli basterà per attraversare indenne la tempesta in arrivo. Presto l’ottimismo stantio a colpi di “La profondità e l’estensione della crisi sono nelle mani dei cittadini consumatori” e “nel 2009 ci sarà un risparmio medio di oltre mille euro per ogni italiano, grazie al minore costo del pieno dell’auto e delle bollette della luce e del gas” diventerà il viatico per l’odio e per la gogna. I cittadini possono anche essere tenuti ignari con la collaborazione di media ridicoli e faziosi, ma rimangono comunque in grado di contare i soldi nel loro portafogli, o di sapere se hanno un lavoro o meno.
Una ondata di rabbia e di disagio sociale attraverserà la penisola, ed evidenzierà per l’ennesima volta le colpe di una classe dirigente inetta e delle oligarchie che da decenni dominano incontrastate sul paese. La risposta a tutto ciò sarà molto curiosa da osservare, specie se si considera che la più importante forza riformista dell’arco parlamentare si sta condannando a morte da sola a causa della sua incapacità di riformare anche solo se stessa. Intanto l’unico soggetto politico che propone la tutela della legalità e il rinnovamento come viatico imprescindibile per rialzarsi viene ostracizzato da tutte le parti in causa. Un esercizio di rara saggezza, se si considera che cavalcando questi temi un miserabile partito da 2% è arrivato in pochi anni a sfiorare la doppia cifra di consensi.
In un clima del genere, mentre sono per lo più dilettanti e macchiette a stringere le redini del potere, è impossibile prevedere cosa accadrà di preciso. Senza dubbio ci aspetta uno stravolgimento negli equilibri politici, potenzialmente simile a quello che avvenne durante gli anni di tangentopoli. E le elezioni europee del 2009 saranno una eccellente cartina tornasole per capire la dimensione e la direzione del fenomeno.
Comunque vadano le cose l’anno che ci aspetta sarà durissimo, ma incredibilmente affascinante nel suo portare cambiamento e rivoluzione. La speranza e l’augurio, quindi, è che al gelido inverno faccia seguito una nuova primavera, esplosiva e bollente.
“We are the ones we’ve been waiting for. We are the change that we seek.”
Buon 2009.



















