Ho aspettato perchè sentivo di non essere pronto a scrivere qualcosa di buono. Adesso, mentre vedo scorrere alla tv le immagini della devastazione che ha colpito Haiti, forse ho qualche speranza di rendere giustizia al tema.
I giornali dicono che le stime sui morti si attestano fra le 100.000 e le 200.000 persone.
Da queste stesse pagine, aprile 2009, terremoto in Abruzzo:
Che dire… [...] Che dire mentre i media riportano senza sosta immagini di morte, dolore e distruzione?
Forse non c’è nulla da dire. Il circo va avanti. Un altro giro di ruota. Si prosegue ancora, destinazione sempre incerta.
Le grandi tragedie generano sempre un dibattito profondamente umano. Davanti al caso, alla sfortuna, all’inevitabile destino, e al silenzioso senso di finalità che ci lascia la vista della morte sentiamo tutti un bisogno urgente. Vogliamo un senso, una ragione, una chiave di lettura che ci lasci almeno qualcosa. Qualunque cosa, purchè sia in grado di riempire il vuoto che ci attanaglia le viscere. Qualunque cosa pur di non sentire la bocca dello stomaco attorcigliata, e il corpo oppresso da una sensazione di sporco. Di profonda e disgustosa ingiustizia.
E come in ogni tema che coinvolga emozioni umane così forti, demagogia e politica sono puntuali come avvoltoi.
Tutti cercano nel bene e nel male di utilizzare quanto accaduto a proprio uso e consumo, per trarne vantaggio, consenso, piuttosto che la dimostrazione inoppugnabile della propria teoria.
Così, nel mio piccolo, penso alla mia teoria. E non riesco a togliermi dalla testa una canzone dei Mercanti di Liquore, “Due parti di idrogeno per una di ossigeno“. Una sorta di accusa sociale musicata in maniera affascinante e originale (e consigliatissima per l’ascolto).
Nel finale l’autore riflette sul valore da assegnare alla vita, svilito da una società che distrugge e corrompe tutto. Compresi gli elementi fondanti e basilari per la vita stessa, come l’acqua.
Dunque che prezzo dare alla vita? Che valore più o meno? Pagandola bene, sei bottiglie di acqua minerale. Non è male. Conviene!
Non voglio entrare nel merito dei fatti, nè su Rosarno, nè su Haiti. Troppo si è già detto, e troppo si dirà ancora. E trovare qualcosa di davvero sensato nel mucchio è impresa difficile…
Per una volta vorrei invece concedere una licenza al blog e a me stesso, e parlare con la pancia piuttosto che con la testa.
Vedo Haiti distrutta. Rosarno messa a ferro e fuoco dalla disperazione dei clandestini. Sangue, lacrime e devastazione ad uso piccolo schermo, 24 ore su 24.
In collegamento in diretta i nostri inviati ci relazionano come sempre sul trionfo della società moderna. Sul Sogno Americano in azione.
Chissà, forse è proprio lo stesso sul quale Hunter Thompson si interrogava alcuni decenni orsono…
Ed eccola, la nostra vittoria: siamo riusciti a dare un valore economico anche alla vita. E almeno per una volta è un affarone. Stropicciatevi gli occhi, amici: è tutto gratis.
La vita è sempre valsa poco, del resto. Ma oggi, finalmente, con la sovrappopolazione, la crisi, il surriscaldamento globale, e i problemi di ogni giorno un cadavere dalla pelle convenientemente scura non costa più niente.
Non a caso ne arrivano regolarmente carichi omaggio inclusi in ogni guerra, in ogni carestia, e in ogni disastro…
Non voglio fare facili moralismi sul bambino con il ventre rigonfio che muore di fame, e sui suoi milioni di colleghi. Ma credo sia più che lecito constatarne in maniera oggettiva il valore: zero.
Di fronte a una offerta speciale di queste proporzioni guardare è un dovere. Ve la fareste mai sfuggire sugli scaffali?
Allora guardiamo tutto. Ogni immagine. Fissiamo gli occhi sul camion che scarica merda, detriti, e corpi morti nelle fosse. Osserviamo ipnotizzati le mosche mentre volano felici, distribuendosi equamente fra le file di cadaveri.
La verità è sempre là fuori, basta solo guardarla. [...] La si può fissare dritta negli occhi. Non in televisione, nei talk show con i pareri colti degli opinionisti. La verità è dove sta sempre. In mezzo alla gente, fra la polvere e i calcinacci. Dove speculazione e sciacallaggio fanno banchetto di dolore e sofferenza.
Guardiamo, guardiamo, guardiamo. Guardiamo fino a scoppiare.
Rosarno e Haiti sono due eventi molto più simili di quanto non possa sembrare a prima vista. Fatte le debite proporzioni fra livello locale e quello globale, abbiamo in entrambi i casi la rara e preziosa occasione di ascoltare un campanello d’allarme. Di vedere la manifestazione fisica di ciò che la “società moderna” continua imperterrita a preparare e accumulare negli anni.
Certo l’evento scatenante è casuale, specie nel caso di una catastrofe. Ma solo un occhio disattento si lascia distrarre dalla casualità dell’innesco, quando il quadro complessivo ha una innegabile coerenza. Abbiamo sovrapprodotto ricchezza, benessere, e in ultimo vita umana. Oggi stiamo solo assistendo alla svalutazione di un asset dalla presenza sovrabbondante sul mercato. Che la crudeltà del caso si accanisca su Haiti, sotto forma di tsunami nel’Oceano Indiano, o comunque più spesso sui poveri e sugli ultimi non dovrebbe stupirci. Senza fare rumore, in maniera asettica e politically correct, il nostro modello sociale ha prodotto una quantità immensa di poveri e ultimi.
Forse è vero che in percentuale si tratta di un numero meno significativo rispetto a quanto non accadesse un tempo. Sia lode al dio capitalismo!
Ma se la vita umana conta per unità, e non per proporzione rispetto al totale, occorre fare una riflessione più profonda. Tutti intorno a noi sono già presenti indicatori chiarissimi della deriva che stiamo prendendo. Tutti intorno a noi sono già presenti i poveri e gli ultimi. A Rosarno, così come ovunque. Anche se facciamo finta di non vederli, e passiamo loro attraverso con gli occhi quando girano per le città affamati e infreddoliti. Vendendo rose, spade giocattolo colorate, accendini, un bel lavaggio al vetro, e in ultimo un sempreverde che non passa mai di moda: la miseria umana.
L’Europa e il Mondo hanno già vissuto un periodo in cui il valore della vita era diventato nullo. Un periodo che ha dimostrato come non esista rischio più pericoloso, per una società, rispetto alla perdita dell’empatia e della solidarietà.
Allora guardiamo dritto negli occhi le facce dei poveri e degli ultimi. Perchè appartengono o appartenevano a delle persone, e perchè sono la nostra unica maniera di misurare la reale portata della crisi attuale.
Non è mai stata una crisi economica, o finanziaria. La crisi è nel sistema, ed in una certa misura è il sistema.
Girare la testa dall’altra parte non serve a niente…
Posted via email from Mauro Buti